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Inganni
don Raffaele
Origini e vicende della
Cappella Espiatoria Francese
a Zivido, presso Melegnano
(1515-1606) (1639)
Milano, Stabilimento Tipografico
Ditta Giacomo Agnelli
nell'orfanotrofio Maschile, 1889
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PARTE
I - Dalla Francia a Zivido ed a Milano
A Luigi XII pesava l'onta della sconfitta toccata dal suo esercito alla
Riotta presso Novara il 6 giugno 1513: dopo molti poderosi apparecchi
di guerra l'ambizioso Re francese anelava all'istante di poter varcare
le Alpi per discendere in Italia alla riconquista di quel Ducato di Milano,
sul quale vantava diritti e che già due volte aveva dovuto abbandonare;
ma troppo, malgrado l'età sua, affidandosi alla consorte nella speranza
di avere un figlio, sfinito, come asseriscono la maggior parte degli storici,
moriva il giorno 1° gennaio 1515 nell'età di cinquantatrè anni.
Non avendo egli lasciato figlioli maschi, per la legge salica, la quale
escludeva dal trono le femmine, gli fu eletto a successore il genero Francesco
duca d'Angoulème, il quale, sebbene contasse solo ventidue anni, aveva
però già avuto campo di farsi apprezzare dai nobili non solamente, ma
dall'esercito e dal popolo per bontà e munificenza, per slancio, coraggio
e prontezza nelle cose militari.
Ricevuta solennemente la regale corona in Reims (25 gennaio 1515), suo
primo pensiero fu quello d'addimostrare al popolo, come, col potere avesse
pure ereditata la volontà di riconquistare gloriosamente il Milanese,
e, per meglio confermare questo suo divisamento, cogli altri titoli assunse
pur quello di Duca di Milano.
Prima però di dar principio all'impresa, prudentemente pensò ad assicurare
il suo Stato da ogni attacco. Rinnovellò l'alleanza che lo suocero stretta
aveva col re d'Inghilterra e riconfermò quella con Venezia; ma, cercata
l'alleanza degli Svizzeri, non l'ottenne, perché egli s'accingeva a riconquistare
il Ducato di Milano, ch&'essi non intendevano punto abbandonare. Sollecitò
invano anche quella del sommo ponteficre Leone X, il quale non voleva
inimicarsi gli Svizzeri ed il Re di Spagna. Questi poi, sollecitato alla
sua volta perché volesse rinnovare quella lega che già aveva stretta con
Luigi XII, non volle aderirvi, promettendo per altro che non avrebbe molestata
la Francia in verun modo per la durata di un anno almeno.
In questo frattempo, quasi ad incoraggiare e ad affrettare l'impresa del
Re di Francia, il doge di Genova Ottaviano Fregoso, colla mediazione del
Duca di Borbone, cedette alla Francia, contro il desiderio degli abitanti,
la città di Genova, ottenendo per sé e per essa tutti quei vantaggi che
poteva sperare, ed ingannando in pari tempo, con menzognere assicurazioni,
il pontefice Leone X, dal quale aveva ricevuti grandi benefici e favori,
e al quale aveva promesso di non contrarre patti con alcuno senza il suo
consentimento (nota
1).
Animato ancor più da questo insperato successo, Francesco I non frappose
tempo alcuno al cominciamento di sua impresa, e abbandonato il suo castello
di Amboise ai 28 giugno del 1515, partiva per Lione, dove fu ricevuto
con straordinaria gioia da innumerevole moltitudine di popolo accorso
per vederlo ed acclamarlo.
Quivi passò in rassegna parte del nuovo e poderoso esercito (che raggiunse
poi il grosso nei dintorni di Grenoble), di cui affidò la condotta al
potente e temuto principe Carlo di Borbone, connestabile di Francia, il
quale ai primi d'agosto, percorrendo la via di Vizille, la Mure e Gap,
si accampò ad Embrun (nota
2).
Quivi, come attesta nel suo libro edito nel 1520 Le Moine Pasquier (Voyage
et conquète du Duchè de Milan en 1515), il conte Carlo connestabile
di Francia, seguito dal fratello monsignor Francesco di Borbone duca di
Castelreale, dal Duca di Gueldes, dal Duca di guisa fratello del Monsignor
di Lorena, dal generale di Normandia, dal conte Volf e da altri, passò
in rivista le genti a piedi ed i lanzichenecchi, ch'eransi schierati fuori
della città, e, dopo di avere ricevuto il giuramento di fedeltà, si ritirò
col suo seguito per attendere ai preparativi della partenza.
Appena spuntarono i primi albori del giorno susseguente echeggiarono da
l'un capo all'altro del campo, ripercosse dall'eco de' monti, le squille
che davano il segnale della marcia. in un subito tutto il campo fu in
moto, e, presa la via che fiancheggia il fiume Duranza, giunsero ad una
piccola città, posta sul monte, detta Guillestre.
Vigilavano intanto gli Svizzeri su quanto avveniva oltralpi, e, conosciuta
la mossa dell'esercito nemico, prestamente occuparono le posizioni più
basse che conducevano ai gioghi del Cenisio e del Monginevra con dieci
mila uomini, collocandone altrettanti a guardare le valli di Susa, di
Pinerolo e di Saluzzo, convinti che i Francesi non avrebbero potuto discendere
per altre vie fuorchè per queste a cagione delle artiglierie e della cavalleria;
il che essendo, sarebbe stata per essi grande ventura, potendo sbaragliare
il nemico prima che discendesse in aperta campagna e salvare così il Ducato
di Milano a Massimiliano Sforza, cui dicevano di difendere, mentre nel
fatto lo signoreggiavano per il loro tornaconto.
Trovossi allora imbarazzato il Re, cui premeva di non esporre l'esercito
a probabile rovina: conoscendo egli per altro l'impossibilità di fermarsi
più a lungo fra que' gioghi inospitali a motivo degli approvigionamenti,
chiamò a consiglio i capi più influenti ed esperimentati per udire il
loro parere.
Alzossi allora il celebre quanto esperto ed ardito maresciallo Trivulzio
ad assicurare il Re, come per altra e sconosciuta via si potesse inosservatamente
condurre l'esercito altre le Alpi; ed abbenchè questa fosse angusta, aspra
e difficile, pure egli si proponeva di seguirla pel primo, e coll'aiuto
dei guastatori aprirla all'esercito tutto. Disse come da Guillestre, lasciando
a sinistra il Monginevra, si potesse valicare il monte Avalzio, e, discendendo
in quel labirinto di monti, giungere in un tempo relativamente breve,
alla balza di S.Paolo, superata la quale, per la via di Meyronnes ed Argentera
discendere nella valle di Stura, d'onde avrebbero potuto sorprendere le
forze del nemico.
Piacque sommamente al Re l'ardita idea del maresciallo Trivulzio, e abbenchè
lo avesse in grande estimazione per la sua fede non meno che pel pronto
ingegno e valore nelle armi, spedì altri due celebri capitani, il Lautrec
e Pietro Navarro, i quali, esplorati i su citati passi, riferissero in
proposito. Acciò poi non pervenisse agli Svizzeri notizia alcuna intorno
alla via che stava per intraprendere, ordinò che immediatamente due battaglioni
occupassero i gioghi del Moncenisio e del Monginevra cogli altri minori,
per così meglio eludere la vigilanza di quelli, e nel caso passare inosservati.
E siccome non gli sembrava convenevol cosa lo spingere l'esercito tutto
per un cammino sì malagevole ed aspro, e premendogli in pari tempo d'assicurarsi
di Asti e di Alessandria, dove poteva vettovagliare l'esercito, ordinò
ad Aimer du Pré che con quattrocento lance e quattromila fanti discendesse
subito a Marsiglia, si imbarcasse sulle galere, approdasse a Genova, e,
passato l'Appennino, se ne impossessasse immediatamente.
Il Lautrec ed il Navarro intanto, fatte le debite indagini, ritornarono
al campo, dove riferirono al Re che, sebbene la via designata presentasse
asprezze e difficoltà molte, pure il Trivulzio, da uomo ardito e sperimentato
qual era, aveva con somma sagacia considerata ogni cosa, e che ancor essi
avevano trovato modo di vincere e superare quegli ostacoli; tolti i quali,
si sarebbero poi varcate le Alpi con maggiro gloria e vanto che non ottenesse
Annibale; il quale, se erasi aperto un passaggio attraverso i gioghi alpini,
seco però non aveva né artiglierie né carri.
Soddisfatto e giulivo il Re per tali nuove, ordinò che, senza frapporre
indugio alcuno, si procedesse cautamente per la via dal Trivulzio designata.
Allora il connestabile conte Carlo di Borbone ordinò al suo campo che
levasse le tende, e, seguito dal Trivulzio, dal Lautrec, dal Navarro e
dagli altri, dato il segnale della partenza, uscì da Guillestre. Con grande
fatica si principiò dai Francesi il valico del monte Avalzio. Raggiunta
che n'ebbero la cima, si parò loro avanti un imponente labirinto di dirupi
e di scogli, frammezzati da monti irti e scoscesi, dal cui centro ergevasi
minacciosi altissimi gioghi dalle candide vette e dai perpetui ghiacciai.
Allora, animati dall'esempio dei capi, fu un avvicendarsi febbrile di
mille e mille guastatori ad appianare scogli e ricolmare vuoti, ad abbattere
alberi nelle tetre foreste e gittare ponti, finchè, giunti colà dove s'ergeva
la balza di S.Paolo, un masso enorme loro intercetta il progredire. Non
s'arrestano per questo, chè il famoso pietro Navarro, fatti accostare
i cassoni della polvere per le mine, ne applica maestrevolmente alcune
a quel sasso, che, con orribile scoppio, ripercosso da cento parte tra
quelle selvagge solitudini, ruzzola a valle scheggiato in mille pezzi
aprendo loro il varco ad altri sforzi. I soldati, gareggiando d'ardire,
a colpi di scure e di ferrate mazze abbattono la sommità di irti poggi,
fendono e spianano i fianchi di scoscese rupi, varcano i precipizi ed
i burroni gettando ponti coll'aiuto d'argani e di grosse funi. Ma giunti
in capo alla valle di S.Paolo, al di là di un piccolo ponte trovano sbarrata
la via da una cinta murata, colla quale gli alpigiani volevano intercettare
la via all'esercito, che già s'era messo per entro a quell'intricato e
faticoso passaggio, seco trascinando con indicibil fatica ed ingegnosi
trovati le grosse e piccole artiglierie, sospingendo carri e sostenendo
cavalli. Allora il maresciallo Trivulzio e il generale di Normandia, seguiti
da alcune squadre, danno mano alle armi, si sbarazzano degli oppositori:
così avanza l'esercito sino a Myeronnes (dove il Connestabile pernottò)
ed a Larchia, scendendo ad Argentera ed a Sambuco posti sulla sinistra
del fiume Stura (nota
3).
Ai primi albori del giorno seguente (10 agosto) il Connestabile, col Trivulzio,
il Navarro, il Lautrec e l'intero stato maggiore, riprese la via per Vinadio,
ove dovette sedare un tumulto sorto tra i lanzichenecchi del duca di Gueldes,
i quali, avendo trovate chiuse le porte del luogo, le avevano sfondate
a viva forza: indi proseguì sino a Demonte, dove si fermò.
All'indomani per tempo (11 agosto) fu ripresa la marcia; ma l'avanguardia,
composta degli arcieri del Connestabile, quando fu in Roccasparvera vi
si chiuse dentro, vietandone l'ingresso alle altre truppe, le quali dovettero
sostare nella vicina piana detta dell'Astura. Giunto però il Connestabile,
gli furono aperte le porte; ed egli, entratovi, fissò quivi il suo quartiere,
ordinando all'esercito che piantasse il campo nel luogo istesso ove erasi
fermato.
Intanto perveniva al Re la nuova che l'esercito, felicemente passate le
Alpi, era già calato in val di Stura; onde, tutto lieto, seguito dalla
sua Corte, si partì subito da Lione, ove trovavasi tuttora, e, percorrendo
la via già tenuta dall'armata, discese in Italia, dove inaspettata novella
l'attendeva.
Gli Svizzeri, ingannati dalla vista de' cavalieri francesi, che tratto
tratto si mostravano sulla cima del Cenisio e del Monginevra, attendevano
impazienti che l'armata nemica calasse da' que' gioghi: affatto inconsci
che dessa già fosse penetrata in Italia per altra ed inusitata via, punto
non sospettavano che il nemico rapidamente marciasse per sorprenderli
alle spalle.
La nuova di questa ardita discesa era però giunta a Prospero Colonna comandante
in capo dell'esercito ducale, il quale già da qualche giorno accampava
a Carmagnola. Stupito egli per sì inopinata notizia, sollecitamente mandò
la cavalleria a Villafranca, correndo in persona a Pinerolo onde concertarsi
col cardinale di Sion Matteo Schinner sul da farsi. Riunita immantinenti
la dieta, si convenne di attaccare all'indomani l'inimico prima che si
fosse riposato dalle fatiche sofferte. Ciò stabilitosi, prestamente si
portò il Colonna a Villafranca per ben disporre i suoi all'imminente attacco.
Senochè, venuta a cognizione de' Francesi la presenza del Colonna a Villafranca,
idearono di sorprenderlo; del qual intento commisero l'incarico al celebre
la Palissa, che, presi seco l'Obignì, l'Imbecourt, il Sanserro ed il Bajardo
con mille arditi cavalleggieri, discese dal colle dell'Agnello, percorrendo
rapidamente quindici miglia circa e togliendo di mezzo le sentinelle nemiche;
indi, guidato dalle spie, passò in opportuno luogo il Po, entrando sollecitamente
in Villafranca, priva di soldati, chè pochi momenti prima eransi ritirati
ai rispettivi alloggiamenti per prender cibo e riposo. Cercata la casa
ove il Colonna alloggiava, l'assediò, v'entrò seguito da' suoi compagni
e, presentatosi là dove quegli stava banchettando con parecchi ufficiali,
intimò a tutti la resa in nome del proprio sovrano e re Francesco I. Sorpresi
i Ducheschi a tale vista, e molto più a tale intimazione, furiosamente
si alzarono impugnando le spade; ma vedendosi circondati per ogni dove
ed impotenti a difendersi, si arresero, consegnando il Colonna la propria
spada nelle mani d'Obignì. Intanto dalla parte opposta di Villafranca
Pietro Mangano, Giovanni Barcalone, Cesare Fieramosca, Pietro Antonio
caraffa ed altri illustri capitani tentarono di difendersi; ma per la
confusione e, peggio, perché sopraffatti dal numero, furono costretti
ad arrendersi e con essi circa cinquecento tra uomini d'arme e cavalleggieri.
Gli Svizzeri venivano avvertiti del fatto da Geronimo Penna luogotenente
di cavalleria, che coi suoi era corso al vicino lor campo. Si mossero
essi sollecitamente ed invasi dalla collera corsero a Villafranca, ma
non in tempo per arrestare l'inimico colla preziosa preda; per la qual
cosa sfogarono il loro furore su quella infelice terra, che miseramente
saccheggiarono.
Divulgatasi la notizia della discesa dell'esercito francese in Italia
e la prigionia di Prospero Colonna e degli altri valorosi capitani, le
potenze confederate si sentirono scosse e disanimate, e bene se n'avvidero
gli Svizzeri, i quali pure scoraggiati comprendevano come ormai essi soli
avrebbero dovuto sostenere il peso di quella guerra. D'altra parte, considerando
come il Re de' Romani ed il Re di Spagna troppo indugiavano a spedire
le somme loro promesso, deliberarono di chiedere al Re di Francia una
tregua di alcuni giorni, onde recarsi a Vercelli per ivi trattare della
pace. Di buon grado vi annuì Francesco I nella speranza di impossessarsi
del Ducato di Milano senza spargimento di sangue. Gli Svizzeri nel trasportare
il loro esercito a Vercelli lasciarono brutta traccia del loro passaggio.
Ma arrivando a Chivasso, dove intendevano vettovagliarsi, vi trovarono,
oltre le porte sbarrate e ben difese, una palese ostilità, fomentata,
certo, più dal timore che dall'inimicizia. Allora inferociti vollero avere
colla forza ciò che ai loro prieghi erasi negato. Appostate quindi le
artiglierie, a colpi di cannone atterrarono parte delle mura, ed entrando
per le rovine di essa passarono a fil di spada più di cinquecento uomini
che coll'armi difendevano la propria città, sottoponendola in pari tempo
al sacco ed appiccandovi anche il fuoco (nota
4). E peggio ancora avrebbero fatto se non fossero stati
acquietati con uno stratagemma dal Cardinale di Sion e dalle persuasioni
del Gambara e del Galeazzo, autorevoli ed energici capitani. Per cui,
ricostituiti i ranghi, passarono ad Ivrea e di là a Vercelli e Novara.
I Francesi intanto progredivano sempre più (nota
5); imperocchè Aimer du Pré, eseguendo l'ordine ricevuto,
sbarcava a Genova e sollecitamente varcava l'Appennino, impadronendosi
d'Alessandria, Tortona e d'altri luoghi minori; mentre l'armata di terra,
che erasi accampata tra Roccavione e Roccasparvera, levate le tende il
giorno 14 agosto, lasciandosi a destra la città di Cuneo andò a Caraglio
e Valgrana, poste oltre il torrente Grana: di là il giorno seguente proseguì
sino a Villafalletto in vicinanza del torrente Maira, dove si fermò due
giorni per provvedersi di viveri e foraggi. All'albeggiare del 17 si pose
in marcia per Lagnasco e Carnafige, poco lungi da Saluzzo: quivi il Re,
passate in rassegna le truppe e la cavalleria, ritornò al suo quartiere
fissato in Lagnasco, da dove fece pubblicare dal Connestabile una severissima
grida, minacciando la pena di morte a chiunque avesse abbandonate le insegne
o commessi disordini. All'indomani il campo fu trasferito nelle vicinanze
di Carmagnola: poi il giorno 19 verso Torino nella località detta il Molinaccio
dell'Abbazia di Casenuove. Levatosi il campo al mattino seguente i Francesi
si posero in viaggio per Torino; ma giunti al fiume Po, vollero passarlo
su di un ponte di legno che, rottosi, causò morti e feriti, costringendo
lo stesso Re col restante dell'armata a passare il fiume a guado. A Torino
il Re si fermò prendendo alloggio nel castello ove trovavasi Monsignor
di Savoja, e l'esercito, parte attraversando la città e parte girando
fuori delle mura, andò ad accamparsi oltre un miglio circa. Ai primi albori
del 21 si avanzò di qualche miglio e proseguì poi il giorno seguente per
Chivasso, dove fece sosta per due dì, durante i quali il Re prese alloggio
fuori di città nel convento di S.Francesco, occupandosi in pari tempo
dell'esercito, ed in modo speciale dei fanti e dei lanzichenecchi che
passò anche in rassegna. Addì 24 l'esercito proseguì sino alla Dora Baltea,
sopra la quale gettati i ponti, s'avanzò sino a Saluggia.
In questo frattempo era sorto tra gli Svizzeri un serio malcontento che,
aumentato dalle istigazioni d'alcuni capi, stava per degenerare in aperta
rivolta contro il Cardinale di Sion, il quale con tutta l'energia si sforzava
di scongiurarla. Già Alberto e Delspacchio, sordi ad ogni consiglio, seguendo
la via di Domodossola coi loro corpi, si avviavano ai propri paesi. Altrettanto
aveva impreso a fare il Ronna e l'Angiardo, che colle loro compagnie,
presa la via del lago Maggiore, se ne andavano ai patri monti. A Varese,
mentre, contenti d'aver carpiti i denari del papa al Gambara, si accingevano
a proseguire, giunse loro l'annuncio che la Dieta, mal soffrendo che si
troncasse così ignominiosamente l'incominciata guerra, mandava in Lombardia
il celebre e valoroso capitano Rostio con venti mila fanti.
Intimoriti a tal nuova, o forse anche richiamati a più onorevoli consigli,
si avviarono a Gallarate. Quivi giunti trovarono Carlo duca di Savoja
col Lautrec ed altri notabili signori, i quali eransi recati colà per
trattare della pace, secondo la già corsa promessa. Si cominciarono diffatti
le trattative; ma ponendo gli Svizzeri condizioni pressochè umilianti
(nota
6) per la Francia, i legati sulle prime non volevano aderire;
ma poi, tenendo conto della volontà del sovrano e della necessità di rendersi
amica quella indomita e belligera nazione, si piegarono; onde la convenzione
fu stesa, firmata e giurata d'ambo le parti.
Durante queste trattative di pace il Re, fatto levare il campo da Saluggia,
andò a Livorno, di là a S. Germano, indi all'abbazia di Vercelli a quattro
miglia circa dalla città; ed il giorno 28 agosto entrò in Vercelli, spingendosi
il Connestabile coll'avanguardia a Borgo Vercelli. Tutto procedeva regolarmente;
se non che lo stesso giorno il corpo di Svizzeri, uscito da Novara in
ricognizione, si avvicinò agli avamposti dell'esercito francese: i quali
diedero subito l'allarme, suscitando in pari tempo un panico indescrivibile,
sicchè molti, gettate le armi, si diedero a precipitosa fuga. ma il Duca
di Gueldes, seguito da' suoi lanzichenecchi, coraggiosamente si spinse
colà dond'era partito l'allarme, non in tempo però per raggiungere l'inimico
che, accortosi della presenza dell'esercito francese, s'era frettolosamente
ritirato, determinando così l'abbandono di Novara onde recarsi a Gallarate.
Il giorno seguente i Francesi s'avanzarono compatti per quattro miglia,
temendo sempre un improvviso attacco; ma, rassicurati che gli Svizzeri
s'erano già allontanati, il dì vegnente proseguirono per Novara, dove
senza tante difficoltà furono loro aperte le porte. Urgendo al Re di affrettare
la sua marcia, fu lasciato quivi il Navarro con parte delle artiglierie,
perché prendesse anche la rocca, in cui erasi rinchiuso uno scarso presidio,
che dopo pochi colpi credette di capitolare a patto d'aver salva la vita.
Poscia l'esercito francese si portò al Ticino, dove, gettato un ponte
di barche, non senza disordine passò a Bernate, nella cui abbazia prese
alloggio il Connestabile con altri Signori, stanziando il Re col grosso
dell'sercito a Boffalora, mentre il capitano La Clajecte per ordine del
Connestabile con forte distaccamento si portò verso Gallarate, onde avere
notizie degli Svizzeri (nota
7). Nel campo di costoro intanto erano avvenuti altri mutamenti;
imperocchè, mentre essi s'erano impegnati con giuramento ai patti di pace
già firmati, sopraggiunse da Bellinzona il capitano generale Rostio con
ventimila fanti. Bastò la presenza di questo insigne guerriero, perché
gli Svizzeri comprendessero la importanza dei ragionamenti già loro prima
tenuti dal Cardinale, dal Visconte e dal Gambara; per cui, dimenticando
i patti convenuti, prestarono giuramento di fedeltà al loro nuovo Capitano
generale e, chiedendo guerra anziché pace, anelavano al momento di battere
ed esterminare il nemico esercito. Nello stesso giorno poi erano arrivati
i denari di Spagna; ond'è che il Rostio, fatta la debita restituzione
al Gambara, distribuì quelli in paghe e, levato il campo, s'avviò pel
Comasco e di là a Monza ond'essser pronto ad entrare in Milano.
Mentre queste cose avvenivano il Cardinale di Sion trovavasi a Piacenza,
dove s'era recato e per timore della vita e per animare e sollecitare
gli eserciti federati ad un'azione concorde, non potendo adagiarsi all'idea
di subire l'onta di una ritirata ignominosa davanti a quella Francia che
sì cordialmente odiava. Al quale scopo tanto disse e tanto fece, che già
era riuscito a comnvincere parecchi capitani dell'armata pontificia a
seguirlo con fanti e cavalli per unirsi agli Svizzeri accresciuti dei
ventimila fanti condotti dal Rostio. Ma, giunti che furono a Lodi, alcuni
di essi accamparono pretesti e, abbandonato il Cardinale, tornarono di
nuovo a Piacenza. Sdegnato allora questi, ma pur sempre fidente in un
esito felice per la discesa del Rostio, che egli altamente apprezzava
per la sua autorità e valentia, lasciò Lodi per correre ad unirsi agli
Svizzeri, che sapeva essere entrati nel Contado di Milano. Ciò poi tanto
più sollecitamente fece, in quanto che eragli stato assicurato che Pavia
aveva già aperte le porte ai Francesi, i quali marciavano su Lodi per
congiungersi all'armata veneta condotta dal famoso Alviano.
Giunto che fu il Re a Boffalora, spedì araldi a Milano, perché sollecitassero
la cittadinanza a riceverlo come amico, anzichè come conquistatore, promettendo
ogni miglior trattamento. E perché la cosa avesse più facile esito ve
li fece accompagnare dal maresciallo Trivulzio con poche squadre (nota
8).
Saputosi l'arrivo del maresciallo a S. Cristoforo, uscirono ad incontrarlo
alcuni nobili cittadini partigiani di Francia.
Introdotti poi in città gli araldi del Re, furono accolti premurosamente
dal Consiglio dei Decurioni, il quale, udita l'ambasciata reale, rispose
subito coll'inviare a Boffalora Giovanni Stefano da Castiglione, Alfonso
Visconti, Cesare Birago e Lodovico da Vimercate, affinchè offrissero bensì
al Re di Francia la città, ma lo pregassero a ritardare di otto giorni
almeno la sua entrata, e questo unicamente per prevenire possibili disordini,
tanto facili a verificarsi in simili circostanze, ed anche per avere tempo
sufficiente ad apparecchiare vettovaglie pel regio esercito.
Accolse lietamente il Re questa legazione, rispondendo in pari tempo che
ben volontieri annuiva alla domanda fattagli; che però spediva intanto
a Milano il Trivulzio con duecento lance ed il navarro con quattromila
fanti, onde dessero principio all'assedio del Castello, dove sapeva essersi
rinchiuso il duca Massimiliano con un forte presido.
Ma ben diversamente doveva procedere la cosa; imperocchè i cittadini,
parte commossi dalle preghiere e dalle minacce del Duca, parte temendo
vendette da parte degli Svizzeri, incominciarono a mormorare: poi, ammutinatisi,
s'armarono e, preceduti da alcuni Svizzeri, uscirono furenti da porta
Ticinese per sorprendere e debellare il Trivulzio, che era pervenuto co'
suoi a S. Eustorgio.
Avvedutosi il Maresciallo della ostile intenzione dei cittadini, che gli
ebbero anche ad uccidere alcuni soldati, prestamente fece collocare nel
mezzo della strada due pezzi d'artiglieria allo scopo d'intimorire quella
plebaglia; la quale, accortasi del pericolo che le sovrastava, voltò precipitosamente
le spalle e riparò dentro le mura della città
Allora i più accorti tra i Milanesi, temendo che una sì grave provocazione
chiamasse sulla cittadinanza tutta dei terribili guai, spedirono subito
un'altra deputazione al Re, implorando il suo perdono; e ciò tanto più
supplicavano, in quanto che essi, privi com'erano d'ogni mezzo, non avevano
potuto impedire lo spiacevole incidente: che del resto si persuadesse
la maestà del Re essere Milano desiderosa del governo di lui, ma pregarlo
istantemente a voler procastinare l'ingresso in città, onde evitare le
crudeli vendette, che certamente gli Svizzeri non avrebbero risparmiate,
avendo i cittadini già esperimentato gli effetti dell'odio di costoro
due anni addietro, allorchè parteggiarono pel suo antecessore e suocero
Luigi XII: distruggesse egli prina i suoi e loro nemici ed essi di buon
animo si sarebbero prestati a tutti i doveri di buoni sudditi.
Si piegò il Re a tali considerazioni; e ben volonterosamente ciò fece,
perché sperava nelle già iniziate pratiche di pace. Fatto però levare
il campo (che si trovava nella vallata del Ticino quattro miglia sotto
Turbigo, dove l'esercito erasi unito come il luogo più sicuro e comodo),
ordinò che si avanzasse sopra Magenta e Robecco (5 settembre) e di là,
marciando lungo il naviglio, si accampasse ad Abbiategrasso e Gaggiano
(6 detto). Il giorno 7 i Francesi passarono a Binasco, dove prese stanza
il Connestabile, essendosi il Re fermato all'abbazia di Conigo. Il dì
seguente poi si spinsero a Lacchiarella, dove il Re, che pose il suo alloggio
in una casa fuori del paese, seco trattenne il Connestabile onde provvedere
alle somme necessarie da spedirsi agli Svizzeri in Gallarate, siccome
erasi convenuto nel trattato di pace (nota
9). Quasi contemporaneamente pervenne notizia al Re essersi
gli Spagnuoli l'istessa mattina avviati verso Parma e Piacenza, onde unirsi
alle truppe pontificie. Per la qual cosa, non volendo più oltre indugiare
e premendogli inoltre di congiungersi ai Veneziani, Francesco I fece levare
il campo da Lacchiarella (9 settembre). Spedito il Connestabile a Cavagnera,
col restante dell'esercito occupò Vidigulfo, dove si prese per alloggio
una casa presso la chiesuola in fondo al paese, rifiutandosi d'occupare
il Castello, in cui eransi rifugiate moltissime signore del luogo e de'
dintorni insieme a gran numero di contadini, uomini, donne e fanciulli
coi loro averi.
Il giorno dopo (10 settembre) l'esercito francese si diresse sopra Melegnano,
passando per Landriano. Qui i maggiordomi della casa militare del Re,
credendo ch'egli volesse fermarvisi, gli accaparrarono l'albergo del Cappello
rosso per suo alloggio (nota
10), mentre invece egli oltrepassò Melegnano, transitando
sul ponte del Lambro e facendo accampare l'esercito tra Mulazzano, Casalmaiocco,
dove alloggiò il Re, e Sordio, dove prese stana il Connestabile. In questa
località si riposarono tutti anche il dì successivo, essendosi saputo
che gli Svizzeri, calpestando i fatti giuramenti, erano entrati in gran
numero nella città di Milano.
Altamente indignato il Re per tale spergiuro, spedì incontamente a Lodi
alcune lance onde sollecitare la venuta dell'Alviano comandante delle
truppe venete, ed ordinò che si levasse il campo e si prendesse posizione
lungo lo stradale che da Melegnano conduce a Milano.
Il mercoledì giorno 12 l'esercito regio si pose in moto preceduto dai
Guasconi, i quali, oltrepassati i campi che li dividevano dalla borgata
di Melegnano, discesero lungo le praterie che fiancheggiano il Lambro
e, giunti rimpetto al coro della chiesa del Carmine, passarono il fiume
a guado, indi, rimontando pei prati, giunsero al piccolo promontorio della
roggia Vettabbia, oltrepassato il quale, toccando Rocca Brivio, giunsero
alla piccola villa di S. Brigida, ora S. Brera, che in parte saccheggiarono.
Poi, parte attraversando i campi e parte costeggiando la roggia Nuova,
arrivarono nei pressi di Zivido, dove incontrarono la vanguardia comandata
dal Connestabile, dal Trivulzio e da Navarro, ivi giunta attraversando
Melegnano e percorrendo la via di Lodi o romana. Il Re intanto, seguendo
il Connestabile, giunto che fu alla Rampina prese la via per la Rocca
Brivio, e volgendo a sinistra poco prima di questa arrivò a S. Brigida,
dove pose il suo quartiere generale (nota
11)
Intanto il Connestabile, appena ebbe rilevata la posizione topografica
di Zivido e dei dintorni, fissò il proprio alloggiamento a mezzodì del
paese, nella villa di D. Lucrezia Visconti vedova del marchese Brivio
(nota
12); indi dispose il campo in guisa che le compagnie più
avanzate giungevano, come attesta anche il Giovio, sino alla chiesa di
S. Giuliano, posizione che poi abbandonarono ritirandosi sopra Zivido,
dopo avere però incendiate tutte le abitazioni, onde non lasciare all'inimico
luogo alcuno di difesa.
Mentre i Francesi si disponevano così alla lotta, gli Svizzeri, che già
avevano affrettato il loro ingresso in Milano, furono dal celebre Cardinale
di Sion (nota
13) riuniti in piazza Castello, dove tenne loro un eloquente
e focoso discorso; col quale, richiamando e i passati trionfi e la loro
nomea di prodi e invincibili, li eccitò calorosamente a non mostrarsi
timidi e dubbiosi, onde non menomare tanta gloria al cospetto delle nazioni.
Disse certa essere la vittoria, ov'essi concordi avessero tosto assaltato
all'improvviso l'esercito nemico, come già gloriosamente fatto avevano
due anni prima alla Riotta di Novara: che oltre alla completa vittoria
avrebbero acquistato copioso e ricco bottino, trovandosi nell'armata nemica,
non soltanto il Re, ma anche i più illustri e doviziosi cavalieri di Francia.
Non temessero quindi, ma, sicuri dell&'aiuto di Dio e della loro antica
virtù marciassero alla dispersione di quegli inimici che godeano fama
di "vessatori superbi" (nota 14). A tale eccitamento
i figli di Uri, di Zug, di Swit e d'Unterwalden alzano entusiastiche grida
di plauso, che vanno a confondersi col rullo dei tamburi e lo squillare
delle trombe. Animato dalla speranza di gloriosa vittoria, con incesso
marziale, sebbene rivestito degli abiti pontificali, Matteo Schinner,
seguito da' suoi Svizzeri, da Porta Romana dirigevasi con grande ed insolito
ardore sopra S. Donato.
Ma l';esercito francese, diviso in tre corpi - il primo dei quali comandato
dal Connestabile conte Carlo di Borbone, col Trivulzio ed il Navarro (nota
15); il secondo tenuto dal Re col Monsignor gran Mastro, il Castiglione
ed altri moltissimi Cavalieri esperti e valorosi, tra cui il Bajardo;
il terzo, ossia la retroguardia, a poca distanza dal centro, sotto gli
ordini di Monsignor di Lanson (al quale per diritto di sangue, morendo
Francesco I, toccava, come afferma il Giovio, il regno di Francia), coll'Obignì
ed Aimer du Pré, capitano di singolare esperienza, - erasi attendato nei
campi aperti di Zivido oltre S. Giuliano; i quali, per essere circondati
a sinistra dalla roggia Spazzola che scorre parallelamente alla grande
strada lodigiana, di fronte da fossati irrigatori, a destra da varie altre
acque compresa la roggia Nuova che scorre al basso verso le praterie fiancheggiando
il Lambro dal quale essa deriva, presentavano una posizione tanto più
vantaggiosa, inquantochè i Francesi vi avevano eretti su tre lati fortissimi
ripari con terrapieni ed alti targoni (nota 16) conficcati nel
suolo e legati tra di loro, in modo che arcieri ed archibugieri potevano,
così protetti, meglio colpire l'inimico al suo comparire, mentre dai campi
circostanti e più elevati di Rovido e Zivido le artiglierie erano pronte
a fulminarlo da ogni lato (nota 17).
Già parte del tredicesimo giorno di settembre era trascorsa, allorquando
tra le dodici e la una pom. le sentinelle avanzate, avuta nuova che gli
Svizzeri si mettevano in cammino, ne diedero subito avviso al Connestabile
ed al Re; il quale prestamente spedì monsignor di Montereal Bonyn ad avvertire
l'esercito che si mettesse subito in armi e che pronto se ne stesse alla
imminente battaglia. Indossata quindi la splendida sua armatura, rivestita
la sopraveste azzurra dai gigli d'oro, postosi in testa l'elmo dalla lucente
visiera e dal ricchissimo pennacchio, Francesco I montò il suo fido destriero
e, percorrendo le file de' suoi soldati confortandoli ed animandoli alla
pugna ed alla vittoria, andò a porsi alla distanza di un tratto d'arco
dietro la riserva o centro, rimanendo a quel posto fin quasi alle quattro
pomeridiane ad attendere con ansia febbrile l'istante della battaglia.
Gli Svizzeri intanto procedevano baldanzosi e spediti verso S. Donato;
ma la loro marcia era seguita dall'occhio vigile ed accorto del Connestabile
e del Trivulzio, i quali già avevano avvertiti alcuni colpi di colubrina,
sparati, certo, nell'intento di animare i compagni alla imminente zuffa.
A que&' colpi intempestivi, a quella marcia sfrenata protesta il Muzio;
ma invano, chè già quegl'intrepidi soldati avanzavano sopra le ancor fumanti
rovine degli abitati di S. Giuliano. Quivi giunti alcuni esperti capitani
svizzeri, Pellegrino Landerbergo, Cenzio Amerer e Rodolfo Longo, spinti
i loro cavalli sull'alto d'un argine a destra del fossato che fiancheggiava
la grande strada, alla sinistra videro e studiarono il campo trincerato
de' Francesi; ed osservando in pari tempo alla loro destra una lunga distesa
di bassi campi chiusi dallo stradale e dalla Vettabbia, idearono di porre
quivi il campo onde ristorare le forze dei propri soldati ed attendervi
tutte le altre insegne avanti d'attaccare battaglia. Ma inutilmente; imperocchè
quella fiera gente, ormai indisciplinata e giustamente qualificata come
perduta, sprezzando gli ordini dei propri capitani e le regole di una
sana prudenza militare, che il più delle volte apparecchia splendide vittorie,
compatta e furente piega a sinistra della grande strada, entra nei campi
adiacenti, s'avventa contro gli avamposti francesi e con impeto sfrenato
e pazzo si getta sopra i ripari impegnando una sanguinosa zuffa coi Guasconi
e coi Tedeschi; i quali con altrettanta energia e fierezza contrastano
terribilmente al nemico l'avanzarsi. Gli Elvetici, resi più furibondi
da così ostinata resistenza e dal vedere il numero grande dei compagni
caduti, con pazzo ardire, sfidando le micidiali artiglierie del Navarro,
assalgono nuovamente il campo francese con una mossa girante a sinistra,
superando i ripari, entro i quali impegnano una accanitissima lotta; e,
seminando ovunque la morte, scompigliano le schiere nemiche, s'impossessano
di sette pezzi d'artiglieria e piombano su Guasconi e Tedeschi con tale
ardimento che questi, sopraffatti dal terrore, si danno a precipitosa
fuga. A frenare sì pericoloso scompiglio s'interpose validamente l'intrepido
Navarro, ora rimproverando i Guasconi ed ora confortando i Tedeschi, mentre
con numerosa cavalleria uscivano in campo il Trivulzio da una parte ed
il Borbone dall'altra. Il Re, avvertito incontamente del disastro, affidò
al Gran Mastro ed al Castiglione il comando della riserva ingiungendo
loro che vi mantenessero con fermezza l'ordine e, seguito da pochi e valorosi
cavalieri, si spinse rapidamente all'avanguardia, dove si adoperò a tutt'uomo
per animare e riunire i fuggitivi: sceso anzi da cavallo, come attesta
Pasquier le Moine, e tolta una picca dalle mani di un avventuriere, agitandola
in aria protesò ad alta voce che voleva insieme ed essi vincere o morire.
A tale atto rianimati quegli uomini poc'anzi tanto sfiduciati, gridano
ad alta voce "Una sola Francia e Cuneo"; e riunitisi
impeganno una nuova fazione, nella quale valorosamente pugnando caddero
Cenzio Amerer e Pellegrino Landebergo. Ma giunsero aul campo altri Svizzeri,
che gettaronsi impetuosi nella mischia a vendicar la morte degli illustri
loro capitani uccidendo lo Scatelard e trafiggendo Giorgio e Lodovico
valorosi Elempurghesi. Indi, afferma il Giovio nella Storia del suo
tempo, allargate le loro distanze, presero di mira la cavalleria francese
scagliandosi nel mezzo di essa e disordinandola in guisa, che il Sanserro,
l'Ymbercourt, Francesco di Borbone, Bussy d'Ammboise ed altri distinti
ufficiali incontrarono da prodi la morte; mentre il Trivulzio, perduto
il cavallo, a mala pena si difendeva da un nugolo di nemici, che lo avrebbero
per certo finito colle loro lancie ed alabarde, se in tempo non fossero
sopraggiunti i suoi soldati a liberarlo. A tanta furia tentano resistere
i Francesi, senza però riuscirvi; poiché gl'indomiti nemici, non curanti
della vita ed animati dall'odio, sfondano le file nuovamente opposte loro,
attraversano una profonda fossa, assaltano e prendono le artiglierie e,
gettando nuova confusione nel già grave disordine, scompigliano fanti
e cavalli e irrompono nel centro del campo gallo (nota 18).
Ma il Re, benchè il giorno fosse già sull'imbrunire, non si perdè d'animo;
e, volendo ultimare la battaglia, con avvedutezza, certo, superiore all'età
sua, ordina al Lanson di seguirlo col centro e sprezzando ogni pericolo
si getta nuovamente nel fitto della mischia, anima colla voce e coll'esempio
i suoi ed atterra quanti nemici gli si fanno incontro. Sopraggiunge in
quel mentre con poderosa cavalleria anche la Banda nera, che si
slancia terribile sopra i nemici riaccendendo l'incerta pugna, nella quale
eroicamente cade il Talamone figlio della Tramoglia con altri nobilissimi
e distinti capitani, mentre gli Svizzeri perdono i non meno valorosi loro
condottieri Flecchio, Gualterio Offio e Rodolfo Longo (nota 19).
Splendeva ancora chiarissima la luna, come dice il Giovio nella sua minutissima
narrazione, quando gli Svizzeri venivano cacciati alquanto lungi dall'abitato
che già avevano principiato ad occupare, secondo che attesta Pasquier
le Moine; ma essendosi in quel mentre sparse delle dense nubi pel cielo
stellato, in pochi momenti tutti quegli intrepidi guerrieri furono ravvolti
nelle tenebre, talchè allo strepito ed al fragore dell'armi subentrò un
silenzio profondo, solo interrotto qua e là dal lamento dei feriti e dal
nitrito dei cavalli.
Intanto il Cardinale di Sion, che trovavasi confuso coi nemici, attratto
dalla sinistra luce d'un casolare in fiamme (nota 20), sfuggendo
inosservato ai Francesi, potè colà ridursi, trovando ivi riuniti col Rostio
e coll'Angiardo molti altri capitani svizzeri; i quali, fatto dar fiato
ad un corno, siccome erano usi, chiamarono a raccolta gli sbandati compagni.
Quindi, radunatisi a consiglio, convennero di riattaccare la battaglia
all'indomani mattina. Siccome però essi erano sprovvisti di vettovaglie
ed abbisognavano di artiglierie e di munizioni da guerra, così spedirono
prestamente un messo (nota 21) a Milano, perché sollecitasse il
duca Massimiliano a fornirle durante la notte.
Tuttavia non tutti erano del parere che si rinnovasse la battaglia, giudicando
bastevole per l'onore delle armi quanto avevavno gloriosamente fatto durante
la giornata (nota 22); ma costoro, pregati e supplicati dagli altri
più arditi, dovettero cedere e fermarsi sul campo. Altri invece temendo
per la propria vita, giudicarono cosa conveniente l'abbandonare il posto;
il che fece pure buon numero di cavalieri papalini, i quali, lasciati
soli i loro capitani, s'avviarono a Milano.
Ma se gli Svizzeri vegliavano per apparecchiarsi ad un nuovo fatto d'armi,
Francesco I di Francia non se ne stava sonnacchioso. Infatti, come poteva
egli riposare tranquillo sapendo d'avere nel proprio campo nemici che
ammazzavano e si facevano ammazzare con tanta intrepidezza e che non eransi
potuti vincere ad onta di tutto il valore dimostrato da' suoi?
Interpellati i capitani, mandò tosto degl'inviti a Lodi perché affrettassero
l'arrivo dell'Alviano e dei Veneti. Poi, rilevati i punti principale delle
vie, disposto meglio che poteva in tanta oscurità il centro dell'esercito
coll'ala destra e sinistra, piazzate in luogo più conveniente le artiglierie
e postivi a custodia i Tedeschi, percorse le file animando i soldati all'ultima
battaglia ed incitandoli alla vittoria, e da ultimo si ridusse al suo
posto; dove, bevuto alquanto vino, si riposò sull'affusto di un cannone.
Fu per certo in questo momento di angoscioso silenzio che, schieratisi
avanti la sua mente e i passati pericoli, e gli illustri cavalieri e i
prodi soldati perduti, e la incertezza della nuova battaglia, ed i pericoli
che nuovamente lo attendevano, il Re di Francia, alzata l'anima pia al
Dio degli eserciti, fece voto che, se fosse gloriosamente uscito da quel
frangente, non solo avrebbe visitata la santa Sindone, che a quell'epoca
si venerava in Chambery, ma avrebbe eretto sul luogo stesso de' suoi trionfi
una cappella espiatoria per l'anima dei caduti dedicandola alla Regina
delle Vittorie (nota 23).
Rianimato dalla speranza e pieno di fiducia in Dio, s'alzò più sollevato
da quel duro giaciglio, ed abbenchè fosse ferito (leggermente però) e
stanco, cangiò lesto l'armatura e lo scudo che in più parti rano guasti
pei colpi ricevuti la sera innanzi, e, montato nuovamente a cavallo, stette
fermo al suo posto, aspettando che colla nuova luce venisse riappiccata
la battaglia.
Gli Svizzeri intanto, abbenchè fossero la maggior parte digiuni, e certamente
tutti affranti dalla fatica, pure, sostenuti dalla naturale loro fierezza,
alimentata dall'odio contro la Francia, si erano concertati sul modo di
condursi nella nuova pugna e, dispostisi in ordine di battaglia, aspettavano
impazienti che le tenebre si diradassero per assaltare l'inimico.
Principiato il crepuscolo e distinguendo essi l'oste nemica già schierata,
s'avanzarono in tre distinti corpi, il primo dei quali (nota 24)
marciò diretto al centro dell'armata francese guidato dallo stesso Re.
Ma, giunto alla distanza d'un tiro di freccia, una istantanea e terribile
scarica d'artiglieria colpì il fronte degli assalitori che, decimati e
rotti, volsero in buon numero le spalle dandosi a precipitosa fuga. Altri
però più coraggiosi ed intrepidi con inaudito slancio si spingono avanti
e, per nulla curanti delle artiglierie, calano e superano con meravigliosa
prestezza un fossato che loro sta di contro, si precipitano sui Tedeschi,
seminando tra di questi la morte, ed atterrano tre dei loro più distinti
capitani (nota 25), impegnando in pari tempo una lotta accanita
colla cavalleria; la quale, vedendo cadere moltissimi de' suoi prodi coll'alfiere
Boemondo, si scompagina, s'avvilisce e si abbandona a precipitosa fuga,
correndo verso Melegnano. Escono allora prestamente coi loro cavalli il
Trivulzio ed il Borbone, che stavano al lato destro dell'accampamento
francese, e, spintisi compatti sul fianco sinistro degli Svizzeri, li
obbligano a difendersi da due lati; sicchè questi dopo molti sforzi d'eroismo,
sopraffatti dal numero e più ancora dalla sete, dalla fame e dalla stanchezza,
dovettero cedere, vendicando però prima la morte dei caduti loro capi
più distinti nell'armi (nota 26).
Continuavasi però a combattere accanitamente in quelle parti, dove gli
altri corpi svizzeri, fermi ed impavidi, contrastavano seriamente la vittoria
all'esercito francese, quando giunse l'Alviano colle sue genti a decidere
le sorti della giornata.
Uscendo egli da Melegnano s'incontrò in una moltitudine confusa di fanti
e cavalieri francesi fuggenti, che Aimer du Pré ed Obignì si sforzavano
di trattenere e riunire. Indignato dalla viltà di tanti codardi, l'Alviano
li rimproverò severamente così apostrofandoli: "Voltate le spalle,
o pagliacci, e marciate alla sconfitta dell'inimico". Indi sprona
il cavallo, e gridando "Francia! Francia! San Marco! San Marco!"
entra con irresistibile impeto nel campo ed investe sì poderosamente nel
fianco le elvetiche schiere che desse si scompigliarono un istante. Ma
poi, riavutesi dalla sorpresa, ferocemente risposero col rinnovare i prodigi
poc'anzi operati; imperocchè, voltatesi contro i nuovi venuti, impegnarono
con questi una terribile lotta, nella quale caddero moltissini soldati
ed il valoroso conte Chiapino, figlio del conte di Pitigliano (nota
27).
La fiera mischia scompagina alquanto i cavalieri veneti, ma, essendo poi
giunti in loro aiuto altri armati, essi poterono riordinarsi e caricare
nuovamente quegli indomiti e terribili montanari; i quali, vedendo sopraggiungere
un sempre maggior numero di guerrieri della Serenissima Repubblica di
Venezia, cominciarono a scoraggiarsi ed a sentirsi venir meno le forze,
anche per le toccate ferite e per la fatica durata; onde, apertosi con
supremo sforzo un passaggio tra le schiere di Francia, sempre combattendo,
invasero le abitazioni della villa di Zivido, dove, occupate le case ed
i granai, gli orti e le cantine, accanitamente si difesero ancora per
tre ore circa, come racconta Pasquier le Moine, perdendo poi miseramente
quasi tutti la vita, imperoccè Francesi e Tedeschi li vinsero col fuoco
e colle rovine là dove non poterono arrivare col ferro (nota 28).
Anche quegli Svizzeri che qua e là ancora resistevano finirono coll'abbandonarsi
alla fuga, decimati dalle incessanti scariche dei cannoni francesi, ed
alcuni loro drappelli, accecati dalla polvere e dal fumo delle artiglierie,
perduto l'orizzonte, corsero alla volta di S. Brigida passando vicino
agli equipaggi del Re e per di là al Lambro, dove poterono salvarsi: altri
invece, gettatisi nei campi opposti, pervennero in riva alla roggia Nuova,
ed ivi entrati nei terreni adiacenti e bersagliati dalle frecce dei Guasconi,
guadagnarono la sponda sinistra di detta roggia penetrando nelle vicine
boscaglie e, riuscendo a fuggire pel ponte del Lambro sopra Carpianello
(nota 29); mentre i più tardi, perché feriti e malconci, furono
raggiunti ai Mulini e trucidati.
Così veniva a cessare ovunque il combattere, stantechè i superstiti Svizzeri,
vedendo ormai inutile ogni resistenza, tanto più che non poteano affatto
contare sui molti loro connazionali che fino allora si erano tenuti inerti
spettatori della terribile sfida (nota 30), e sapendo come altri
si fossero già incamminati verso la città, giudicarono conveniente di
ritirarsi dignitosamente dal campo. Onde il Rostio, l'Angiardo ed il Ronna,
chiamati a raccolta i propri soldati sullo stradale come in luogo più
sicuro e comodo, colle armi in pugno, fieri nell'aspetto, serrate le loro
file, portando i loro feriti, le bagaglie e dodici bandiere tolte al nemico,
non che le artiglierie ricevute poche ore prima e quelle tolte al nemico
(che poi gettarono nella roggia Spazzola in una località vicina a S. Martino),
abbandonarono quel campo, lasciandovi cinquemila circa dei loro compagni,
per dirigersi a Milano (nota 31).
Meravigliarono i Francesi di così ordinata e quasi trionfale partenza;
epperò il Re, temendo un agguato ed accettando il consiglio del Triulzio,
ordinò che quegli Svizzeri non venissero menomamente molestati. Tal fine
ebbe quella celebre quanto sanguinosa battaglia, che il trivulzio disse
essere stata "non d'uomini, ma di giganti, siccè le diciotto battaglie
campali, in che si era egli trovato, a paragone di questa chiamar si poteano
giuochi da fanciulli". Grande fu il giubilo dei Francesi per questa
vittoria; ma grande deve essere stato altresì il loro dolore per la perdita
di tanti soldati e più ancora per l'uccisione di tanti prodi, insigni
e nobili cavalieri (nota 32).
Giunti a Milano, gli Svizzeri furono ricevuti umanissimamente da quei
cittadini, come dice il Giovio; imperocchè i loro feriti vennero premorosamente
accolti negli ospedali ed essi "rifocillati con pane e vino",
secondo quanto racconta il buon Burigozzo nella sua cronaca. Tennero poi
essi un consiglio sulla grande piazza del Castello, dove trovaronsi riuniti
in sì gran numero, da non lasciar credere che avessero ricevuta una sconfitta.
Chiesero tre mesi di paga, che non poterono avere essendo il Duca privo
di denaro; ond'essi, lasciate tre compagnie alla custodia del Castello,
alzarono le loro bandiere ed uscirono da Milano per Porta Comasina recandosi
a Como, dove fecero provviste prima d'internarsi di là nei patri monti.
Il Cardinale di Sion preferì l'esiglio anziché venire a patti con Francia
e, preso seco il Duca di Bari Francesco sforza, colla cavalleria del Papa
ed una grossa banda di Sedunensi (nota 33) passò l'Adda a da Lecco
entrò nella Valsasina, indi nella Valtellina, varcando poscia le Alpi
per arrestarsi ad Inspruck nel Tirolo.
Nel campo francese era subentrata la calma, e ad altro non si attendeva
che a raccogliere feriti e a disporre per la sepoltura dei morti. Commosso
il Re a tanta uccisione, volle che nella chiesuola di Zivido, vicina al
campo, o per meglio dire nel centro del campo stesso - giacchè la terra
di Zivido era stata essa pure una parte del sanguinoso teatro - si celebrassero
tre messe solenni, alle quali egli assistette personalmente coi suoi (nota
34): una in segno di gioia, per ringraziar Dio della protezione che
concedea alla Francia; l'altra in segno di dolore, a suffragio delle anime
di tanti valorosi così gloriosamente caduti; la terza in segno di speranza,
pel ristabilimento della pace. E secondo il voler suo nella cappella del
cimitero di Zivido dovevansi raccogliere provvisoriamente i feretri dei
nobili (per essere poi trasportati alla cappella espiatoria, appena questa
fosse costruita), meno però quelli di Francesco Borbone, d'Ymbercourt,
di Sancerre, di Tallemont, del Signor di Roye e del Signor di Bussy, che
imbalsamati e chiusi in casse di piombo furono trasportati in Francia
ond'essere tumulati nelle ripsettive cappelle di famiglia (nota 35).
Il giorno seguente alla battaglia (15 settembre 1515) il Re, fatto chiamare
a S. Brigida l'Alviano colle sue truppe, le passò in rassegna: dopo di
che l'Alviano si congedò da sua Maestà e prendendo la via di Lodi e Piacenza
se ne partì co' suoi; ma strada facendo, assalito da febbre maligna, in
poche ore morì. Nell'istesso giorno 15 arrivarono al campo reale circa
trecento cavalieri milanesi, i quali furono poi condotti a S. Brigida
per essere ammessi alla presenza del Re ad ossequiarlo e seco lui congratularsi
della ottenuta vittoria. Erano essi guidati dal giureconsulto Geronimo
da Castiglione, il quale esortò il Re ad usare clemenza coi cittadini,
costretti dalle necessità a piegarsi alle dure circostanze in cui si trovavano,
ma disposti ad essergli sudditi ossequentissimi, pronti ad ogni suo cenno.
Annuì il Re alla domanda; ma per provare la sincerità delle promesse dei
Milanesi, o meglio ancora per dimostrar loro la sua regale liberalità,
impose ch'essi pagassero in tre rate trecentomila scudi d'oro.
Il dì dopo (16 settembre) il Re ordinò che fosse levato il campo e si
marciasse a S. Donato, dove giunto l'esercito, volle che si formasse l'accampamento.
Quivi egli prese alloggio in un palazzo dietro la chiesa del luogo (nota
36), mentre il Connestabile si accomodò in una località vicina. Nelle
ore vespertine del medesimo giorno giunsero altri centosettanta cavalieri
milanesi, essi pure per ossequiare il Re, o forse più probabilmente (abbenchè
gli storici, né il cronista Pasquier le Moine lo dicano) per consegnargli
la prima parte della taglia stata loro generosamente imposta.
Nella notte del 17 fu recata al Re la notizia che gli Spagnuoli avevano
passato il Po nelle vicinanze di Piacenza; per cui egli ordinò al Navarro
che prestamente si recasse colle sue truppe, oltre a quattro o cinque
squadre di gente d'ordinanza e buon numero di fanti, a porre l'assedio
al castello di Milano: ordine che fu eseguito nella notte medesima.
Il venerdì (21 settembre9 nel mezzo della villa ove abitava il Re fu rizzata
e adobbata sontuosamente una grande tenda, sotto la quale Francesco ricevette
in istraordinaria udienza la Signoria della città di Milano, la quale
gli fece pure solenne giuramento di fedeltà. In quel giorno fu pure ricevuto
un capitano svizzero presentato dal capitano Astz; indi fu pubblicato
con certa pompa il trattato di pace intavolato dal papa: trattato che
fu poi steso e ratificato a Bologna ai primi di dicembre dello stesso
anno e pel quale il pontefice Leone X cedeva al Re di Francia Parma e
Piacenza, mentre il Re lasciava a Firenze quella somma che i Fiorentini
stessi annualmente pagavano a Ludovico; promettendo in pari tempo di non
molestare il Cardona e gli Spagnuoli, cui era concesso di ritirarsi liberamente
da parma e Piacenza ove trovavansi: di più veniva assicurato al Papa il
possesso di Bologna e, nel caso che il Papa avesse dovuto sostenere qualche
guerra, il Re si obbligava a prestargli un certo aiuto d'uomini; ciò che
avrebbe fatto il Pontefice quando in Italia si fosse mossa guerra al Re
di Francia per togliergli il Ducato di Milano o la Signoria di Genova.
Il sabbato (22 settembre) il Re, dopo avere ordinato al Generale di Normandia
che rimanesse alla direzione del campo e che per ogni altra occorrenza
spedisse a lui gli opportuni annunzi, presi seco Monsignore ed altri principi
di sua casa con pensionanti, gentiluomini ed arcieri, lasciò S. Donato
recandosi alla Certosa di Pavia (dove si fermò a desinare), proseguendo
poi la sera dello stesso giorno pel Castello di Pavia, dove prese dimora
e dove rimase fino a che ebbe notizia della resa del castello di Milano,
non reputando cosa convenevole ad un Re il prendere possesso d'una città,
mentre trovavansi ancora in essa dei nemici da debellare.
L'assedio di Milano stato intrapreso, come dicemmo, dal Navarro, proseguiva
alacremente. Senonchè il povero duca Massimiliano, spaventato da quanto
gli andava raccontando Gioacchimo (nota 37) intorno alle operazioni
d'assedio disposte dal nemico, cedè ben presto ai consigli di Gerolamo
Morone ed entrò in trattative col Re di Francia (mediatore lo stesso Morone).
Egli, il Duca, avrebbe ceduto al Re il Ducato e gli avrebbe consegnato
il Castello, qualora lo Re gli avesse concessa una pensione di trentaseimila
ducati. Accettò il Re e promise inoltre che avrebbe pagati i debiti di
Massimiliano, mentre al Morone in premio del suo operato proponeva di
farlo senatore e regio auditore. Conchiusa la resa, Massimiliano Sforza
veniva condotto al Re in Pavia la mattina del 9 ottobre, dove si rimase
il mercoledì ed il giovedì. Al venerdì poi, accompagnato da Monsignor
di Montemart e da buon numero d'arcieri della guardia, partì per Francia,
dove sette anni prima era morto prigioniero il padre suo Lodovico detto
il Moro. Visse egli colà per quindici anni ancora e morì a Parigi il giorno
10 giugno dell'anno 1530. Così finì questo Duca, il quale, come dice benissimo
il Giovio: "non somigliava punto nell'aspetto ai generosi volti del
sangue sforzesco, e non arrecò al principato alcuna cosa degna di principe
nobile".
Dopo qualche giorno il Re, abbandonato il Castello di Pavia, andò ad abitare
in quello di Vidigulfo, dove si fermò fino al 22 ottobre, nel qual giorno
si recò a Cassino, proprietà del Trivulzio lungi sei miglia circa da Milano.
Passata quivi la notte, proseguì l'indomani per Milano, facendovi il suo
solenne ingresso il giorno 23 ottobre 1515 (nota 38).
In questo frattempo le relazioni tra il pontefice Leone X e Francesco
I si fecero così intime, che entrambi sentirono il desiderio di incontrarsi;
onde fu stabilito di comune accordo la città di Bologna come luogo del
convegno.
Partì adunque Francesco I da Milano addì tre di dicembre con seimila lanzichenecchi
e mille e duecento uomini d'arme; ma a Modena lasciò gli armati e, preceduto
dalla sola sua scorta ordinaria, giunse alle porte di Bologna, dove trovò
venti cardinali col decano del Sacro Collegio, i quali erano usciti ad
incontrarlo.
Fece egli il suo solenne ingresso in quella città il giorno 11 dicembre,
incontrandosi col Sommo Pontefice, e con lui trattenendosi per alcuni
giorni. Indi licenziatosi, ripartì il giorno 15 per Milano, dove strinse
con otto Cantoni Svizzeri un trattato, pel quale essi si obbligavano a
restituire al Ducato di Milano le piazze che occupavano fino al 1512,
ricevendo in cambio seicentomila scudi pagabili in tre rate mensili, oltre
la continuazione delle loro pensioni; di più fu stabilito che gli Svizzeri
avrebbero servita la Francia contro tutti, meno contro il Papa, l'Imperatore
e l'Impero, e che avrebbero restituite le valli del Milanese, ma che non
si riterrebbero per nulla obbligati ad agire contro i loro connazionali.
Ai primi di gennaio poi del 1516 Francesco I licenziò l'esercito, lasciando
però a Milano seimila fanti tedeschi, quattromila avventurieri francesi
e settecento lancie con Carlo duca di Borbone in qualità di governatore
o luogotenente: indi si pose in viaggio per la Francia, felice in cuor
suo d'avere ristabilito il proprio dominio nel Ducato di Milano, senza
però riflettere che la sua conquista, per quanto fortunata e gloriosa,
poteva essere effimera; giacchè, non basandosi essa sul diritto dei popoli,
ma bensì sul diritto divino a quell'epoca vigente, avrebbe finito col
passare nelle mani del più forte che alzato si fosse per contrastargliela.
E non andò guari ch'egli dovette convincersi di ciò; imperocchè dopo molte
e sfortunate vicende perdè definitivamente questo Ducato ai 19 di novembre
dell'anno 1521, come già ripetutamente l'aveva dovuto lasciare il suo
antecessore Lodovico XII; e perdette insieme, per colmo di umiliazione,
la libertà, cadendo prigioniero del suo odiato rivale Carlo V, che lo
sconfisse al Barco di Pavia il 24 febbraio 1525.
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