i Giganti


ritratto di Pierre Terrail signore di Bayard







stemma del Bayard

Nell'anno 1510 Luigi duodecimo re di Francia e Massimiliano imperator di lamagna, in forza della Lega di Cambrai, erano discesi in Italia contro la repubblica di Venezia, la quale sosteneva con energia il difficile cimento; anzi una notte, prendendo l'offensiva, cacciò i francesi dalla cittadella di Verona, e tentò, colla scalata, di togliere ai tedeschi nel tempo stesso la città. Fallito però il colpo ed ingrossato l'esercito imperiale d'una falange capitanata dal principe d'Anhalt, i veneti ripararono a Vicenza poi a Brentelle sul padovano, lasciando i vicentini (loro amici e partigiani) esposti all'ira teutonica cieca e brutale. Seicento vicentini, abbandonando la città loro, presero la via di Costozza, e rifuggironsi col meglio che avevano nella grotta maggiore del Còvolo o di Longare. Il paese, per dove i tedeschi passavano, era deserto; i seicento stavano ascosi nella caverna; il resto era corso più innanzi, e s'era appiattato fra monti e boscaglie. Ma i grandi guai sovrastavano quelle genti malcapitate. L'esercito imperiale aveva sussidio di spioni e di guide, che non erano esploratori ma veri briganti e spietati masnadieri, a petto de' quali i più pessimi banditi d'oggidì sarebbero ombre e pigmei. Costoro, cui davasi nome d'avveturieri, non ricevevano soldo nè razione; obbedivano a capi, ch'eran gli uomini più feroci dell'orda, e che insieme coi loro bravi, saccheggiavano, depredavano, trucidavano barbaramente. Pertanto avuti a mano alcuni vicentini fuggiaschi, li posero di presente alla tortura, e con ogni modo di sevizie, strapparon loro il segreto del nascondiglio de' compaesani e del deposito del lor denaro, delle loro gemme, del loro meglio. Il dolore e la paura scopersero a que' ladroni la grotta di Longare; e coloro vi corsero, e di stretto assedio la cinsero.
Quella grotta non ebbe dato asilo soltanto a poveri cittadini; ma nobili e possidenti colle loro famiglie v'erano corsi a rifugio, portando seco provvisioni abbondanti e ricchezze molte, nella speranza di salvarle, appena l'esercito, come torrente devastatore, fosse scorso per colà e passato oltre. All'arrivo de' primi avventurieri, pochi e male armati, vennesi a parlamento. Alcuni gentiluomini disser loro (senza lasciarli metter piede nella caverna) che avevano abbandonato ogni cosa a discrezion loro nella città e nelle ville circostanti, sicchè nella grotta non aveano se non vittovaglie: pregavanli ripsettassero la vita e l'onore delle fuggiasche famiglie, e cercassero altrove quelle ricchezze, che movevano la loro avidità. Nè preghiere nè ragioni commossero que' demoni in umana forma. Dapprima insistettero per entrare; quindi a viva forza il tentarono. Allora i vicentini, tratti a disperazione, dieder di piglio ai falconetti, ed uccisero sul punto due di que' tristi masnadieri: gli altri si ritrassero bestemmiando e inacciando. Era quello il tempo d'affrettare la fuga, lasciando in balia de' ladroni quanto potesse allettarne la cupidigia. Certamente perderebbero tempo, metendo a ruba la caverna, e facendo preda di danaro e di viveri. Così que' fuggiaschi avrebber potuto ridursi in salvo, e scamparla per sempre. Ma invece risolvettero di far fronte a quell'orda barbarica, fortificandosi colà dentro alla meglio, e sostenendosi per la natura del luogo, difficile e difeso per sè medesimo.
Infatti gli avventurieri, raccoltisi a gran numero, e ritornati all'assedio, non valsero a fare tant'impeto da vincer l'ingresso dell'antro. Allora, trovato fieno e paglia nelle vicine deserte case, ne fecero manipoli, e li portarono alla caverna. Ed aggiungendovi rami e sterpi verdi, appiccaron fuoco a que' fasci, e li spinsero con lunghe pertiche dentro alla bocca della grotta. Così il fumo, la vampa ed il puzzo invasero la caverna cieca; così quegli atroci ladroni fecero vendetta dela patita resistenza!
Ahi triste spettacolo! Urli di donne e di fanciulli, grida spaventevoli di giovani, fremiti d'uomini e bestemmie disperate, facevano colà dentro un oriibile tumulto, mentre la vampa ed il fumo vorticosamente dilatavansi. Poi tratto tratto succedeva alle grida un istante di silenzio, come di gente che prende fiato per urlare quindi più disperatamente. E nuove voci alte e fioche aggiravansi poscia sotto quelle volte di sasso, e sordamente distendevansi dall'uno all'altro estremo di quell'antro di morte. Indi prevaleva il rombo della fiamma avvalorata dal vento esteriore, e che diffondevasi per buon tratto in quella immane fornace. Da ultimo cessavan le strida e i lamenti, spegnevansi le lingue di fuoco, e solo restava dominatore del luogo un denso fumo pregno di puzzo, che aveva annerito l'immenso antro, e che copriva seicento vittime dell'umana barbarie. Qua una madre soffocata insieme co' teneri suoi parvoli; colà un vecchio steso al suolo, in un col figlio e colla nuora; quivi spenti due nobili sposi; e più oltre aggruppate e senza vita alcune innocenti giovinette. E dove mucchi di cadaveri abbronzati dalla vampa, dove anneriti dal fumo delle verdi frasche e delle umide paglie. Aggrappati alle pareti, aggravignati ai pilastri che sotenevano le volte, rattrappiti ne' remoti canti mandavano altri l'estremo spirito, se già non eran morti. Una squadra di coraggosi, armata di spade, mazze e spuntoni, vedevasi morta abbrostita presso l'ingresso dell'antro, in atto d'uomini che ancor minacciano, e che fanno impeto per aprirsi il varco, e rintuzzare la forza colla forza. Entrano alla fine i ladroni nel muto speco, e scannano, strozzano, calpestano quelli che ancora metton fiato; e meravigliano alla vista di que' giovani, che con aspetto formidabile e feroce uscirono di vita. Indi si danno a far preda e spogliano, e frugano, e rubano a man salva; e sfogano la bestial rabbia sui freddi corpi dei vicentini, cui tutto rapirono, persino la vita!
Ma si distenda un denso velo sull'orida scena miseranda! Que' masnadieri, sbramata la rabbia brutale, s'abbandonarono ad un'orgi abominevole, gavazzando, ridendo, urlando canzoni laide, e facendo rintronare orribilmente quelle negre volte di sasso, sotto le quali tante e tante vittime della loro atrocità giacevano orrendamente sformate, e, quasi non dissi, ancor palpitanti.
Il cielo però non permise che tanti delitti andassero impuniti! Pietro Terrail, soprannominato Baiardo, perchè nato nel Delfinato al castello di Baiard, sopravvenuto col suo corpo di francesi, e indignato a buon diritto dell'iniquità di que' ladroni, le fece tosto accerchiare e distenere; e, scoperti gl'istigatori dell'esecrando macello, n'ebbe due in suo potere; due de' più spietati; due scelleratissimi, che per delitti atroci e nefandi eran già stati altra volta condannati dalla giustizia, e ancor portavano visibile il marchio dell'infamia, poichè l'uno mancava d'un orecchio, l'altro d'amendue, a segno di pena subita. Chiamato pertanto il gran profosso dell'esercito, Baiardo fece innalzare le forche dinnanzi l'ingresso del Covolo, e quivi i due masnadieri furono appesi vivi. Così quei capo-banditi lasciarono sul patibolo vita e delitti; alla presenza d'un esercito, al quale l'invitto Baiardo volle dare solene lezione, e infonder nell'animo un salutare terrore.
Ed ecco, non appena giustiziati que' due malvagi, uscir repente dalla caverna un orribile spettro, scarno, nero, e spaventato fuor di modo, che mandò un grido alla vista di tanta gente e del patibolo, poi traballò e cadde come corpo morto. Soccorso, richiamato a' sensi, spalanca gli occhi smarriti, batte i denti per la paura, e trema a verga: tenta rizarsi e fuggire, mala fame e lo spavento giel vietano. Costui è un povero ragazzo scampato alla morte in tanta strage universale! Baiardo lo rincorò, l'interrogò, e udì da lui lagrimevole narrazione di strazio, agonia, ruina; udì cose di tanto orrore, che la penna ricusa scrivere, e la memoria rammentare. Dal rozzo, ma fedel racconto che colui fece, trassero argomento gli scrittori di quei giorni, per narrare l'eccidio di Longare e la giustizia di Baiardo.
Fra le scene orrende di quel nefando macello, basterà quest'una che diremo: e fia suggel che ogn'uomo sganni.
Alcuni gentiluomini, allorchè il fumo micidiale prese a serpeggiare per la caverna, volendo finirla da coraggiosi, sguainarono le spade, per fare un'improvvisa sortita, e cader si, ma cadere valorosamente. Ma i plebei, che là rinchiusi trovavansi, assalendoli e disarmandoli, gridarono: "Voi non uscirete di qui; voi ci guidaste nel sepolcro, e dovete starvi e morirvi con noi". E accagionando d'ogni lor danno i gentiluomini, ch'ebbero persuasi gli altri a starsi colà e difenderis, li rimbrottavanoe vituperavano villanamente: sicchè nell'istante che ormai avevano a presentarsi al Supremo Giudice; nell'istante che avrebber dovuto cessar lo sdegno e l'ira, e conciliarsi e comporsi a pace; nell'istante che era duopo cercar consiglio e forza dall'unione, ... tutti invece, nobili e plebei, padroni eservi, vennero alle mani, e si accapigliarono e percossero in quelle tenebre fatali, mentre la masnada degli avventurieri compiva l'opera della comune distruzione.
"E tu, disse Baiardo al ragazzetto prodigiosamente salvato, come non corresti tu la stessa sorte degli altri? come la scampasti tu solo?" - "Io aveva scorto, disse il meschinello, che per un canto estremo della grotta, entrava là dentro un po' di luce: ivi, più per istinto che per riflessione, mi spinsi colla faccia. La paura però, il puzzo, le grida, le altrui percosse, mi sbalordirono sì, che perdetti i sensi e restai come morto: se non che quel poco d'aria che penetrava in quel fondo per lo stretto crepaccio, ha bastato per impedire ch'io mi soffocassi. Quando sono ritornato in me, tutti eran morti, ed io solo! solo nella tomba, fra tanti cadaveri e tanto spavento!!! A fatica mi sono trascinato fin qui, perchè la fame e lo sgomento mi hanno quasi ucciso". Disse con mozza voce queste parole; poi contorcendosi di convulsione, stralunò gli occhi e ricadde.
Baiardo prese cura singolare di quello infelice; fece interrare in luogo sacro i cadaveri di tante vittime; dannò al remo i masnadieri che gli vennero a mano, e diede sepolcro ai due giustiziati, fuor dal sacro recinto, nella fossa de' maledetti!!!. Oh scempio! oh giustizia!

(da "Il mondo sotterraneo, notizie di geologia accomodate all'intelligenza di tutti", compilazione di Salvatore Muzzi, emendata ed ampliata in questa seconda edizione, Torino, Tipografia Giulio Speirani e Figli, 1861)

 

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