sempre
il giorno
prima,
12 settembre 1515,
i francesi...

 
 

Intanto il Connestabile conte Carlo di Borbone, appena ebbe rilevata la posizione topografica di Zivido e dei dintorni, fissò il proprio alloggiamento a mezzodì del paese (Zivido), nella villa di D. Lucrezia Visconti vedova del marchese Brivio; indi dispose il campo in modo che le compagnie più avanzate giungessero, come attesta il Giovio, sino alla chiesa di San Giuliano, posizione che poi abbandonarono ritirandosi sopra Zivido, dopo avere però incendiate tutte le abitazioni per non lasciare agli svizzeri alcun luogo di difesa.

 
 

... ma il 13 settembre 1515

L'esercito francese era diviso in tre corpi e si era attendato nei campi aperti di Zivido oltre San Giuliano; i quali, per essere circondati a sinistra dalla roggia Spazzola che scorre parallelamente alla grande strada lodigiana (ora Via Emilia), di fronte ai fossati irrigatori, a destra da varie altre acque compresa la roggia Nuova che scorre al basso verso le preterie fiancheggiando il Lambro dal quale essa deriva, presentavano una posizione tanto più vantaggiosa, in quanto i Francesi vi avevano eretti su tre lati fortissimi ripari con terrapieni ed alti targoni conficcati nel suolo e legati tra loro, in modo che arcieri ed archibugeri potevano, così protetti, meglio colpire il nemico al suo comparire, mentre dai campi circostanti e più elevati di Rovido e di Zivido le artiglierie erano pronte a fulminarlo da ogni lato.
Il primo corpo francese era comandato dal Connestabile conte Carlo di Borbone, col Trivulzio ed il Navarro; il secondo tenuto dal Re col Monsignor gran Mastro, il Castiglione ed altri moltissimi Cavalieri esperti e valorosi, tra cui il Bajardo; il terzo, ossia la retroguardia, a poca distanza dal centro di Zivido sotto gli ordini di Monsignor di Lanson (al quale per diritto di sangue, morendo Francesco I, tocca- va, come afferma il Giovio, il regno di Francia), coll'Obignì ed Aimer du Prè, capitano di singolare esperienza.
Già parte del tredicesimo giorno di settembre era trascorsa, allorquando tra le dodici e la una pomeridiane le sentinelle avanzate (francesi), avuta notizia che gli Svizzeri si erano messi in cammino, ne diede subito avviso al Connestabile ed al Re; il quale prestamente spedì monsignor di Montereal Bonun ad avvertire l'esercito che si mettesse subito in armi e che pronto se ne stesse alla imminente Battaglia. Indossata quindi il re la splendida sua armatura, rivestita la sopraveste azzurra dai gigli d'oro, postosi in testa l'elmo dalla lucente visiera e dal ricchissimo pennacchio, Francesco I montò il suo fido destriero e, percorrendo le file dei suoi soldati confortantoli ed animandoli alla pugna ed alla vittoria, andò a porsi alla distanza di un tratto d'arco dietro la riserva e centro, rimanendo a quel posto fin quasi alle quattro pomeridiane ad attendere con ansia febbrile l'istante della battaglia.
Gli Svizzeri intanto procedevano baldanzosi e spediti, ma la loro marcia era seguita dall'occhio vigile ed accorto del Connestabile e del Trivulzio, i quali già avevano avvertiti alcuni colpi di colubrina, sparati, certo, nell'intento di animare i compagni alla imminente zuffa. A quei colpi intempestivi, a quella marcia sfrenata protesta il Muzio (capitano svizzero); ma invano, chè già quegl'intrepidi soldati avanzavano sopra le ancora fumanti rovine delle abitazioni di San Giuliano. Qui giunti, alcuni esperti capitani svizzeri, Pellegrino Landebergo, Cenzio Amerer e Rodolfo Longo, spinti i loro cavalli sull'alto d'un argine a destra del fossato che fiancheggiava la grande strada, alla sinistra videro e studiarono il campo trincerato dei Francesi; ed osservando in pari tempo alla loro destra una lunga distesa di bassi campi chiusi dallo stradale e dalla Vettabbia, idearono di porre qui il campo onde ristorare le forze dei propri soldati ed attendervi tutte le altre insegne prima di attaccare battaglia. Ma inutilmente, perchè quella fiera gente svizzera, ormai indisciplinata e giustamente qualificata come perduta, ignorando gli ordini dei propri capitani e le regole di una sana prudenza militare, compatta e furente piega a sinistra della grande strada, entra nei campi adiacenti, si avventa contro gli avamposti francesi e con impeto sfrenato e pazzo si getta sopra i ripari impegnando una sanguinosa zuffa con i Guasconi e con i Tedeschi; i quali con altrettanta energia e fierezza contrastano terribilmente l'avanzata del nemico.
Gli Svizzeri, resi ancora più furibondi da questa ostinata resistenza e dal vedere il grande numero di compagni caduti, con pazzo ardire e sfidando le micidiali artiglierie del Navarro, assalgono nuovamente il campo francese con una azione girante a sinistra, superano i ripari, dentro i quali impegnano una accanitissima lotta, e, seminando ovunque la morte, scompigliano le schiere francesi, si impossessano di sette pezzi di artiglieria e piombano su Guasconi e Tedeschi con tale fora che questi, sopraffatti, si danno a precipitosa fuga. A frenare questo pericoloso scompiglio s'interpose l'intrepido Navarro mentre entravano in campo il Trivulzio ed il Borbone con numerosa cavalleria. Il Re, avvertito del disastro imminente, affidò il comando della riserva al Gran Mastro ed al Castiglione e, seguito da pochi valorosi cavalieri, si spinse rapidamente verso l'avanguardia in rotta dove, appena giunto, scese da cavallo, come attesta Pasquier le Moine, e tolta una picca dalle mani di un soldato la agitò in aria gridando ad alta voce che voleva insieme ad essi vincere o morire.
Incitati da tale atto inaspettato i francesi si riordinarono ed impegnarono un contrattacco durante il quale caddero i capitani elvetici Cenzio Amerer e Pellegrino Landebergo. Ma giunsero in aiuto altri Svizzeri i quali, gettandosi impetuosi nella mischia con il proposito di vendicare la morte dei loro capitani, uccisero lo Scatelard e trafissero Giorgio e Lodovico valorosi Elempurghesi. Poi, come afferma il Giovio nella Storia del suo tempo, allargate le loro distanze, presero di mira la cavalleria francese scagliandosi in mezzo ad essa e scompigliandola tanto che il Sanserro, l'Ymbecourt, Francesco di Borbone, Bussy d'Amboise ed altri distinti ufficiali vennero uccisi. Il Trivulzio, perduto il cavallo, a mala pena si difendeva da un nugolo di nemici che lo avrebbero di certo finito con le loro lance e alabarde se non fossero sopraggiunti opportunamente i suoi soldati a liberarlo. A tanta furia tentarono di resistere i Francesi, con scarsi risultati, perchè gli svizzeri sfondarono nuovamente le loro fila, attraversando una profonda fossa, assaltarono e presero le artiglierie aggravando lo scompiglio del campo avverso fino a giungere nel centro dell'accampamento francese.
Ma il Re, benchè il giorno fosse già all'imbrunire, non si perdette d'animo e ordina al Lanson di seguirlo nel centro del campo e, sprezzando ogni pericolo, si getta nuovamente nel fitto della mischia ed atterra i nemici che gli si fanno incontro. Sopragginge in quel momento, con una poderosa cavalleria, anche la Banda Nera che si lancia terribile contro i nemici. Qui cadono uccisi il Talamone figlio della Tramoglia insieme ad altri nobili capitani, mentre tra le fila svizzere trovano la morte i condottieri Flecchio, Gualterio, Offio e Rodolfo Longo.
La prima tragica ed immane strage fu compiuta.

 
 

la notte del 13 settembre 1515

 

Splendeva ancora chiarissima la luna, come dice il Giovio nella sua minutissima narrazione, quando gli Svizzeri venivano cacciati ben lontano dall'abitato di Zivido che avevano incominciato ad occupare, come in questo caso afferma Pasquier le Moine. Intanto, però, nel cielo stellato si andavano addensandosi le nubi e in poco tempo tutti questi guerrieri furono avvolti da profonde tenebre, tanto che allo strepito ed al fragore delle armi subrentrò un profondo silenzio, solo interrotto qua e là dal lamento dei feriti e dal nitrito dei cavalli.

   Il Cardinale di Sion, trovandosi confuso fra i nemici, fu attratto dalla sinistra luce di un casolare in fiamme e, sfuggendo inosservato dai francesi, potè dirigersi verso questo dove trovò riuniti molti capitani svizzeri insieme al Rostio e all'Angiardo che, come era costume svizzero, fecero dare fiato ai corni per chiamare a raccolta gli sbandati compagni. Riunitosi alfine il consiglio, gli svizzeri convennero l'opportunità di riattaccare battaglia all'indomani mattina.  



 


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