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La Battaglia sui libri

Giovanni Canzi
Riccardo Felcaro

E quei bei posti
divennero squallidi


da IL MELEGNANESE n.19/1998
sabato 31 ottobre 1998




Il castello di Zivido. Qui  si
asserragliarono gli Svizzeri
nel disperato tentativo di
resistere a Francesco I.
Ottocento mercenari elvetici
(1500 secondo altre fonti) vi
furono arsi vivi. L'intero borgo
subì una devastazione totale.

Abbiamo visto nella prima parte di questo articolo che, secondo il Pasquier, re Francesco I alloggiò a Melegnano in un albergo – chiamiamolo così per rispetto della regale autorità – posto vicino ad un bivio. Forse la Rosa, forse il San Giorgio, forse la Pallavicina. L'armata invece si sparse nei dintorni compiendo gesta non propriamente cavalleresche, molto simili purtroppo a quanto il Manzoni descrive a proposito della guarnigione di stanza a Lecco.
In un paio di giorni la disciplina venne comunque ricomposta perché occorreva spostarsi in direzione di Milano, dalla quale stavano uscendo gli svizzeri in assetto di combattimento.
Delle epiche e sanguinose giornate del 13 e 14 settembre 1515 il nostro autore lascia una testimonianza non molto attendibile per quanto riguarda i fatti d'arme – del resto egli è un ecclesiastico, e per giunta con un'Ordine minore -–limitandosi probabilmente a raccogliere e ricomporre anche quanto già scritto o narrato da altri che di arte militare ne sapevano più di lui. Pasquier le Moyne è invece un buon testimone oculare, al solito, di luoghi, ambienti e aneddoti.
Annota, ad esempio, che nelle vicinanze di Melegnano esisteva un piccolo Carmelo, l'odierna chiesa di S.M. del Carmine. Della Cascina di Santa Brigida, oggi Santa Brera, che accolse Francesco I nei giorni della battaglia, dice che era composta da "un grande caseggiato, con quattro o cinque portici pieni di paglia e di fieno, e attorniata da grandi prati e vigne, con tanta uva bianca più che in qualsiasi altro posto". Le cantine erano però vuote, in quanto la fanteria aveva già provveduto a… fare il pieno bevendosi tutto il vino, tanto da lasciare quasi a secco le gole riarse di Sua Maestà e della corte.
Zivido – che l'autore chiama Genille – viene descritta come "un bel posto, meraviglioso, che si trasformò dopo la battaglia in un luogo molto squallido".
Il suo resoconto della battaglia, pur non arrecando sostanziali novità rispetto ad altre fonti megli attendibili, è fiorito di curiosi particolari, a volte ingenui, spesso sfacciatamente laudativi, talora poetici. Vale la pena di riferirne alcuni.
Mentre infuriava lo scontro, il generale di Normandia cercò di rianimare un gruppo di soldati al grido di "Francia, Francia! Vittoria, vittoria!" Per fortuna un suo servo, di nome Isacco, gli fece notare: "Attenzione, sono Svizzeri! Li ho riconosciuti dalle calzature!".
Parlando di alcuni francesi poco coraggiosi, che invece di affrontare il nemico si danno alla fuga, osserva che "corrono a dire i loro paternostri". Cosa di cui Pasquier, monaco sans froc, poteva anche intendersi.
Non c'è occasione, tra l'altro, che non gli offra lo spunto per tessere gli elogi del suo re. Durante un attacco gli svizzeri si spingono così avanti che potrebbero impadronirsi di alcuni pezzi di artiglieria; è solo al grido di Francesco: "Animo ragazzi! io voglio vivere o morire con voi!" che i nostri si fanno coraggio e riprendono l'offensiva.
Così, durante la tregua notturna (la battaglia si protrasse per due giorni), mentre i contendenti si riposano, il re non abbandona i suoi uomini "facendo ufficio di imperatore (nel senso latino del termine, ndr), di capitano, di soldato. Neanche Giulio Cesare, Pompeo o Carlo Magno si comportarono più virtuosamente (dal latino virtus, valore, ndr) di Francesco. Egli prende un po’ di vino, poi si riposa su un pezzo di artiglieria".
Poetica è la descrizione della temporanea sospensione dei combattimenti la sera del 13 settembre: "Sono le due di notte (circa le nostre ore 20, ndr) la luna è tramontata, l'oscurità abbraccia ogni cosa, si avccendono i fuochi notturni. I contendenti sono stremati, molti sono feriti, a malapena anche prendendosi per mano ci si riconosce. Una gran nuvola di polvere aumenta la confusione". Ma anche per il mattino successivo il Nostro è liricamente ispirato: "Appare la Signora Aurora, e la stella del mattino comincia a scoprire i suoi raggi, e a dare la sua chiarezza radiosa".
Il Pasquier narra anche l'atroce episodio dei millecinquecento svizzeri asserragliati in Zivido e bruciati vivi o passatia fil di spada dai francesi che avevano incendiato il paese. Cinicamente lapidario annota che "l'operazione richiese ben tre ore".
La battaglia è terminata. Su ordine del generale di Normandia, i Francescani di Melegnano diedero sepoltura ai caduti, compresi quanti feriti gravemente si erano trascinati a morire nella nostra città. Ciò spiega forse perché a Melegnano sono state rinvenute alcune lapidi di nobili francesi morti nel combattimento (cfr. G.Gerosa Brichetto, Le lapidi di Marignano). Secondo il Pasquier sarebbero periti ben 23.000 svizzeri e soltanto 2.000 francesi, ma sulle statistiche della battaglia regna, come è risaputo, il più grande disaccordo tra le fonti.
L'armata di Francesco I, vittoriosa, risalì verso Milano. Il sovrano prese alloggio in "una bellissima cascina larga e spaziosa, nella quale c'erano le più belle scuderie per cavalli mai viste, molto fieno e paglia e legname, sia dentro che fuori; circondata da fossati con tanta acqua, e fuori un grande giardino, bello e spazioso, chiuso da una muraglia. I terreni attorno sono molto fertili, tanto che vi si fanno due raccolti all'anno di grano o di miglio, e i campi sono attorniati da filari di viti. Tra la cascina e il fiume (in realtà si tratterebbe di una roggia, quasi certamente la Spazzola, ndr.) si trova la chiesa, non grande, dove si conservano molti ex voto".
Nel giardino della fattoria, identificata dagli studiosi con l'odierna Cascina Roma, venerdì 21 settembre viene drizzata la tenda reale e, assiso sotto questa, Francesco I riceve il giuramento di fedeltà dei Milanesi, che lo riconoscono loro duca in quanto legittimo erede dei Visconti, che erano stati scacciati da Milano oltre mezzo secolo prima per fare luogo all'Aurea Repubblica Ambrosiana e poi agli Sforza, considerati usurpatori.
Pasquier racconta anche i successivi movimenti del suo sovrano. Da Milano questi si recò a Pavia, dove visitò i sepolcri di Severino Boezio, di Sant'Agostino e del Barbarossa (sic!). Poi andò alla Certosa "perla delle chiese e dei monasteri d'Italia e di Lombardia". Qui volle salire sulla costruzione non ancora terminata per vedere come è fatta dentro e poter apprezzare la maestria dei costruttori. Francesco I umanista e "collezionista" d'arte è già tutto contenuto in questo gesto non del tutto conforme a regale solennità.
Descrivendo le molte bellezze artistiche e monumentali di Milano il nostro cronista lascia una preziosa testimonianza dell'ultima Cena di Leonardo, a quei tempi già celebre benchè terminata da soli vent'anni: "La cena che Nostro Signore fece coi suoi Apostoli, dipinta su una parete, all'entrata del Refettorio, è una cosa singolare per eccellenza, perché vedendo il pane sopra la tavola direste che è pane vero, e non dipinto; e così pure il vino, i bicchieri, i vassoi, la tavola e le tovaglie con le carni, ed anche i personaggi raffigurati". Questa annotazione, apparentemente ingenua, è invece indizio di una cultura educata al criterio estetico della "verosimiglianza"" un argomento che affaticò le menti del Rinascimento producendo un interminabile dibattito.
Dopo avere raccolto gli allori della vittoria ed avere – temporaneamente – riconquistato il Ducato di Milano, Francesco I ritornò in Francia l'8 gennaio 1516, sempre seguito dal fedele Pasquier.
L'avventura, che avrà un "secondo atto" di ben diversa fortuna a Pavia dieci anni dopo, era durata in tutto quasi sette mesi.


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