Una deliziosa novella sentimentale di ambiente familiare che ci è narrata da uno dei più famosi poeti del tempo di Augusto, Ovidio (Publio Ovidio Nasone, di Sulmona 43 a.C. 18 d.C.) nel libro VIII delle Metamorfosi. Le figure dei due arzilli vecchietti hanno un particolare risalto nella pia leggenda, che simmagina narrata da un uomo saggio e posato.
Si racconta che un tempo, - quando sullOlimpo vivevano gli dei dellantica Grecia Giove volle discendere sulla terra per rendersi conto di come gli uomini si comportassero. Per questo, preso laspetto di un uomo qualunque, egli e il figlio Mercurio, il quale per loccasione si era tolto dai piedi le ali, si diedero a percorrere le vie della Grecia.
I due pellegrini, così travestiti, giunsero in Frigia senza farsi riconoscere da nessuno. Qui, desiderosi di trovare un rifugio dove riposarsi, si misero a picchiare di porta in porta chiedendo ospitalità. Bussarono così a innumerevoli palazzi, ma dovunque furono scacciati e trovarono le porte serrate a catenaccio.
Giunsero finalmente ad un povera capanna ricoperta di canne e di erbe palustri, dove abitavano due vecchietti della medesima età, la pia Bauci e il buon Filemone. In quella capanna Filemone e Bauci avevano vissuto insieme fin dalla giovinezza; in quella erano invecchiati senza vergognarsi della loro povertà e sopportandola tranquillamente, tanto da non sentirne neppure il peso.
Nellumile dimora era inutile chiedere quale fosse il servo e quale il padrone: vi erano due sole persone, e tutte e due comandavano e ubbidivano a vicenda. Qui Giove e Mercurio trovarono pronta cordiale accoglienza.
Non appena furono entrati, chinando la testa per non batterla allo stipite della porta troppo bassa, il vecchio li invitò a riposarsi porgendo loro una panca sulla quale laccorta Bauci aveva steso un rustico tappeto. Quindi la buona vecchierella allargò con le mani le ceneri tiepide del focolare e, per riattizzare il fuoco del giorno prima, lo alimentò con foglie e scorze secche, e ne fece sprizzare la fiamma soffiandovi sopra con quel poco fiato che ancora le rimaneva. Prese poi legna e rami di pino ben secchi e li spezzò per metterli sotto al piccolo paiolo; poi si diede a mondare gli erbaggi raccolti dal marito nellorto coltivato con molto amore. Laltro con unasta forcuta tirò giù un coscio di maiale affumicato rimasto appeso per lungo tempo alla nera trave, ne tagliò una fetta sottile e la mise a cuocere nellacqua bollente.
Frattanto ingannavano il tempo discorrendo.
Infine il buon vecchio, spiccato da un chiodo un bacile, lo riempì dacqua tiepida e lofferse agli ospiti perché potessero lavarsi i piedi. Quindi gli dei si adagiarono su un povero lettuccio di legno di salice, ma con un materasso di soffice alga, sul quale era stata distesa la coperta dei giorni festivi; anche questa però era una coperta vecchia e misera adatta a un letto di salice.
La vecchietta, serratasi la veste alla vita, cominciò a preparare la tavola. Era una tavola a tre gambe, e dovette rincalzarla perché una gamba era più corta. Quando lebbe ben pareggiata, ne strofinò il piano con la menta fresca e vi servì in piatti di coccio le olive sacre alla casta Minerva, le corniole dellautunno conservate in salamoia, invidia e rafano, formaggio fresco, uova assodate nella cenere calda. Dopo fu portato in tavola un rozzo cratere, anchesso di coccio, e coppe di faggio spalmate, nel cavo, di bionda cera.
Così tolte via dalla mensa le vivande, viene mesciuto nella coppa il vinello asprigno di quellanno medesimo, che poi, messo un poco in disparte, lascia posto alle frutta. Ecco la noce, ecco i fichi secchi insieme ai datteri rugosi, e prugne, e mele odorose negli ampi canestri, ed uva colta dalle viti rosseggianti di grappoli. In mezzo sta un candido favo ricolmo di miele. E tutto è condito con un piatto di buon viso.
Senonchè durante il pasto, ogni volta che il cratere rimaneva vuoto, lo vedevano spontaneamente riempirsi, come se il vino sorgesse su dal fondo.
Meravigliati per una cosa tanto straordinaria, Filemone e Bauci furon presi da timore, e levando le mani al cielo invocarono perdono per i rustici cibi e per la mancanza dogni apparato.
Possedevano una sola oca, che faceva da guardia alla povera capanna, e i due vecchi si preparavano ad ucciderla in onore degli dei loro ospiti. Loca, svelta, svolazzando qua e là, riesce a lungo a sfuggire ai due lenti inseguitori, e finalmente trova rifugio in grembo agli dei, che la proteggono e la salvano.
"Noi siamo proprio dei" dissero "e i vostri empi vicini subiranno la punizione che hanno meritato; voi invece rimarrete immuni dal flagello. Abbandonate dunque la vostra casa e seguiteci sulla cima del monte".
I vecchietti ubbidirono, e, preceduti dagli dei, appoggiandosi ai loro bastoncelli, si sforzarono quanto lo permetteva la tarda età, di salir su lentamente per lerto pendio.
Erano lontani dalla cima quanto un tiro di freccia, allorchè, volgendo gli occhi al basso, scorsero tutte le cose dintorno sommerse da una palude; soltanto la loro capanna era salva.
Mentre essi stupiti compiangevano la sorte dei vicini, la vecchia capanna, piccola perfino per due soli padroni, ecco si converte in un tempio: i pali a forcella di sostegno al tetto si trasformano in colonne, le stoppie diventano doro, il pavimento si copre di marmo, le porte appaiono magnificamente scolpite.
Allora il figlio di Saturno parlò con benigna voce: "Ditemi ora, o buoni vecchi sposi, degni luno dellaltro, che cosa desiderate".
Scambiate poche parole con Bauci, Filemone rispose: "Chiediamo di essere sacerdoti e di poter custodire il vostro tempio; e siccome abbiamo trascorso insieme damore e daccordo tutta la vita, desideriamo di morire nel medesimo tempo, cosicchè io non debba vedere il sepolcro della mia sposa, nè essere da lei sepolto."
I loro voti vennero accolti, e i due vecchi diventarono custodi del tempio.
Giunti al termine della vita, si trovarono per caso sui gradini del tempio a narrarne la storia ai visitatori. A un tratto Bauci vide Filemone mettere fronde, mentre il vecchio Filemone, dal canto suo, vedeva le membra di Bauci irrigidirsi e metter fronde anchesse. Intanto che la cima degli alberi cresceva, i due sposi si scambiavano parole di saluto, fino a quando fu loro possibile.
"Addio, sposo mio" si dissero a un tempo. I quello stesso momento le loro labbra scomparvero sotto la corteccia.
Ancora oggi, in quel medesimo luogo, i cittadini di Cibra indicano i due tronchi, luno accanto allaltro, nati dai due corpi.
Queste cose mi furono raccontate da persone degne di fede. Io stesso vidi poi le corone votive appese agli alberi; e mentre vi appendevo anchio fresche ghirlande, dissi: "Gli uomini pii sono cari agli dei, e coloro che li onorano vengono onorati."
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