Lombardia

 

Il governo del Duca d'Ossuna e la vita di Bartolomeo Arese

Scritta da Gregorio Leti con prefazione e note di Massimo Fabi

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La vita del conte Bartolomeo Arese, presidente del Senato di Milano.
Stampato per la prima volta in Colonia appresso Francesco della Torre 1682.

L’autore al lettore
Non sì tosto mi pervenne, benigno lettore, all’orecchio la morte del signor conte Bartolomeo Arese presidente dell’augustissimo Senato di Milano, mio compatriota, che formai il disegno di darti notizia della sua vita; non già nel modo che le sue eroiche, rilevate e lodevolissime qualità meritavano, ma nel modo che poteva la mia debole capacità. Voglio dire, non già col riflettere esattamente sulla di lui politica, prudenza, ed altre virtù, che risplendevano in sommo grado nella sua persona, ma col darti contezza delle sue azioni, della sua vigilanza, del suo credito, della sua carità, della sua costanza e della sua capacità; nel che però non potevo far di meno di far rilucere qualche raggio di politica per illustrare le nere striscie d’inchiostro, già più ombreggiate dalla tenue capacità di chi le vergherebbe sulla carta.
Non lo effettuai però per non impicciarmi in qualche calappio, che suol tendere la verità a chi vuol propalarla. Ma venendo sollecitato già per più di tre anni di non privar il pubblico dell’utilità, che potrebbe trarre da quest’opera, io che non desidero altro che d’esser utile al prossimo, e per compiacere varj cavalieri milanesi, che posso quasi dire senza offenderli, m’importunano ogni giorno, mi son posto ad effettuare il mio, già concetto disegno.
Ecco dunque avanti a’ tuoi occhi. Quale tu puoi vedere. Troverai varj successi, che quantunque non si riferiscano direttamente alla sua persona, serviranno però d’idearti le sue belle qualità, i cui atti in tai successi furono prodotti in quella guisa appunto, che offerta la bianchezza all’occhio, questo produce la visione per giudicare della bianchezza, e talvolta farla mutare; da che si potrà trarre esempio da’ varj personaggi per la condotta degli imbrogli giornalieri, che sogliono suscitarsi dalle vicende del mondo. Nel che consiste tutto lo scopo che deve avere, chi dato di piglio alla penna vuol applicarsi a scrivere qualche storia. Oltre che contenendo questi qualche pizzico di curiosità, potranno oltre l’utilità allettarti, e svegliarti dalla profondità della lettura grave, che suole tenere i sensi come sopiti, mentre sono applicati a scorrere le cose, di cui devono mandare le specie all’intendimento. Non nomino alcune persone, che fanno però la loro scena, perché aborrisco il satirizzare, e stimo troppo il mio onore per farlo perdere ad altri. Oltre che è stato tanto ricercato questo libro, perché veniva stimato satirico, che niente più, ed io ho voluto far vedere col non esserlo, che non si deve sempre stimare cattive le cose, pria che non si siano viste e digerite.
Ti dovrei riferire una congerie di storie, ma come le puoi leggere altrove, mi basta di parlarne secondo la necessità di quanto rappresenterò.
Ti potrei allegare mille scritture, che farebbero a proposito, ma temendo d’attediarti, le ho lasciate, per non fare una congerie d’un Mercurio, bastandomi di soddisfarti alla concisa.
I cavalieri milanesi troveranno qui per pasturare la loro curiosità, mercè che scoprirò le cagioni di varie cose, che forse io solo ho potuto sapere, per la frequenza che avevo nella casa del detto signor presidente, e che saranno novità per molti d’essi. Come si può vedere nel libro intitolato il “Governo del duca d’Ossuna”, dove l’autore scopre con che detto duca seppe l’autore della Pasquinata postagli sulla porta della corte, sendosi servito del Pagani, benché in realtà ciò non sia vero, come ne parlerò nell’opera, dove ciascuno può ricorrere per vedere quanto si dice.
Supplico quelli, che saranno nominati in quest’opera, di non offendersi, non essendo mio disegno di offenderli; anzi aborrendo la satira totalmente. Come potranno vedere dall’opera stessa, nella quale non parlo d’essi che co’ termini civili ed onesti, co’ debiti rispetti, che so loro essere dovuti, sì per la nascita, come per decenza.
Ti assicuro, che mi spiacerebbe in sommo, che quest’opera producesse altro effetto che il prefissomi, che è l’utilità pubblica, di che ti prego, benigno lettore, di darmi segno di gradimento; che se l’opera non lo merita, gradisci almeno la buona volontà di chi si consacra umilmente a servirti e compiacerti in altre occasioni.
Non attribuirmi di grazia le mende della stampa, alla quale non ho potuto tenere la mano, mentre si è posto il libro sotto il torchio in luoghi da me distanti. Sovra tutto troverai ne’ fogli K. L. M. qualche errore massime ne’ cognomi d’alcuni, come sarebbe parlandosi del conte Giulio Dugnani, lo stampatore ha fatto Dugrari invece di Dugnani, ma puoi aver ricorso sì in quello come in altri di simil serie alla tavola infine del libro, dove troverai le cose nel loro proprio essere. T’ho voluto avvisare di questo, perché forse nel leggere il libro, e trovandovi tali errori, avresti potuto stimare, che chi scritto aveva, non era pratico delle cose di cui si ragiona, ma vedi bene che non è suo fallo. Avrei avuto piacere di mettere tutte le iscrizioni che furono fatte alla tomba alle esequie, come altresì l’epitaffio, che è stato posto in S. Vittore; ma oltre che non avrebbero fatto che ingrossare il libro senza necessità, ti voglio confessare la verità, che ho scritto a bella posta a Milano per averle, ma la trascuratezza de’ miei corrispondenti o le loro applicazioni ad altre cose di maggior rilievo, è la cagione che non le ho potuto avere a tempo per poterle mettere alla luce. Ma infine ciò non è gran cosa. L’epitaffio è bello, e chiunque lo vuol vedere, può andarsene alla chiesa di S. Vittore dove lo potrà leggere, e così soddisfare la curiosità (001).
Se il signor Castiglione, che già fu suo segretario, fosse stato in istato di scrivere questa vita, non dubito punto, che forse avrebbe dato in luce particolari maggiori, massime de’ negoziati, ed altre cose, che passavano per le sue mani, ma ciò sarebbe stato opera di gran Iena, mercè che sarebbe stato d’uopo addurre varie lettere, ed un’infinità di scritti, che avrebbero a mio giudizio più tosto attediato che allettato il lettore.
Troverai assai alla stessa le cose appartenenti al signor Giuseppe Francesco Borri, e stimo che non ti dovranno nauseare, mercè che essendo anch’egli della patria, ed avendo fatto gran romore in Milano, come tutti possono sapere, ho stimato, che farei gran piacere a’ miei compatrioti di dar loro contezza di quanto non sapevano che confusamente, e forse diversamente dalla realtà, benché la maggior parte delle cose siano successe agli occhi loro, li quali sovente non ponno vedere bene chiaro tra le tenebre, con cui suole l’inquisizione coprire le cose che cadono sotto le sue zanne. Oltre che que’ ch’erano in que’ tempi giovanetti, e che forse non erano ancora, che alla prima, o seconda di Brera (002), non si potranno ricordare di quanto si sussurrava in que’ tempi, e così stimo che godranno di leggere le cose di cui appena ponno averne qualche ideuccia.
Parlò egli è vero un poco liberamente del fu conte Giulio Arese, figlio del signor presidente, ma chi sa le cose di Milano, vedrà che in quel luogo non dico che cose notorie, e che così non faccio che ricordare cose che sono state vulgatissime.
Nel rimanente mi sembra d’essere stato assai riserbato, mentre potendo scorre la briglia alla mia penna, volendola su strade ampie, l’ho anzi ritenuta col capezzone della discrezione, affinché saltando troppo liberamente non desse calci troppo pungenti a qualcuno.
Se trovi qualche cosa degna di biasimo mi dovresti compatire, mentre ti dirò la verità, che quanto ho fatto in questo libro non è stato per acquistarmi lode, ma solo per passatempo. Scrivo adesso altri libri di maggior rilievo, e vedrai bene un altro stile ed un altro metodo, e se colla leggerezza di questo merito più sprezzo che stima, spero con quelli dissipare lo sprezzo ed acquistarmi quanto piacerà alla tua benignità. Vivi felice.

Ai nobilissimi parenti
del fu illustrissimo signor conte
Bartolomeo Arese
Presidente del Senato di Milano.

E per qual ragione, nobilissimi signori, avendo pochi anni sono, udito dire che si voleva stampare la vita del signor presidente, giti sono in traccia di trovare il luogo, dove si doveva stampare, per impedirne l’impressione? Stimavano forse, che sarebbe stata una pura satira, ma eglino, che conoscevano a pieno le perfezioni e le virtù eminenti del signor presidente si dovevano prefiggere, e con agevolezza, che non si poteva intaccare la bianchezza, e che solo era proprio d’occhio di talpa porre macchie nel sole. Non niego che si poteva temere la malignità di qualche perfido, ma che? Il fu signor presidente ha fatto tanti favori a tutto il mondo, ha giovato a tanti, ha impartito tante grazie ad un’infinità di persone, che non istimo che vi potesse essere alcuno che fosse stato capace d’insultare la gloria d’un personaggio si cospicuo, che alla vista stessa degl’invidiosi e gelosissimi Spagnoli passava per il dio di Milano. Oltre che la stima ed il rispetto che ognuno ha de’ meriti rilevanti, che rilucono nelle persone loro, erano sufficienti per rintuzzare l’ardire d’ogni persona più risoluta, se pur ve ne fosse stata alcuna che fosse sdrucciolata in un mancamento simile. E quando non avessero avuto questa considerazione, il timore forse avrebbe bene legato loro le mani, mentre si sa, che non si va impune, quando si offende persona grande, che si sa che ha le braccia lunghe, il che ha introdotto quel trito proverbio “de principibus aut bene, aut nihil”; sendo in realtà meglio il tacere che il non dir bene de’ grandi quando se ne vuol parlare, perché il male non è mai che cagione di male.
Vedranno, nobilissimi signori, da quest’operetta, che se forse qualcuno aveva sparso voce, che si voleva fare qualche cosa di satirico e maldicente, che questi tali si sono ingannati, e che od hanno voluto dimostrare un zelo, lieve però, verso le loro persone, o che non conoscendo bene le perfezioni ch’erano nel fu signor presidente, hanno stimato alla leggiera, che non si poteva fare la vita di un uomo, senza che si facesse passare per un diavolo. Non è la prima fiata che è successo nel mondo, quanto forse adesso si temeva; ma altri tempi altre cure, ed altre persone altri scritti. Le cose del mondo hanno si poca stabilità, che si vedono alla giornata mutare. Non bisogna mai scandalizzarsi d’una cosa, se non si tocca colla mano, per così dire, che sia in sé stessa cattiva, quinci capace di cagionare lo scandalo, altrimenti si sdrucciola poi nella confusione che si ha d’aver fatto rumore per una cosa di niente, e contra la quale non si aveva luogo di parlare. In ogni caso per me ho maggior piacere che la cosa sia andata così, che se in realtà qualche malevolo invidioso avesse impreso di far altrimenti di quanto è scritto in quest’opera, perché poi, se fosse comparsa in luce, si sarebbe indi stimato ch’io avrei scritto con tal indiscrezione, e così avrei potuto incorrere, e nel biasimo delle persone onorate, che tacciato m’avrebbero, e con ragione, come lo confesso, ed anche avrei così potuto suppormi a qualche periglio, benché naturalmente io non sia pauroso. In fine che so io, forse pullulato sarebbero varie cose disgustose d’ambe le parti, che sarebbero state malagevoli a dissipare, benché si fosse contribuito ogni sforzo maggiore per farle svanire. Sicchè la cosa è andata meglio così, perché i parenti del fu signor presidente non hanno che dolersi di vedere che non si parla a svantaggio d’un tal personaggio, che esente d’ogni difetto biasimevole, non ha mai in vita sua dato campo alcuno di poterne dir male; se pur non è difetto l’esser prudente in sommo grado, l’esser perspicace nelle cose più astruse, l’esser liberale sino vicino alla prodigalità, ma in limosine e nelle opere pie, nelle quali non aveva mai stanca la mano nel dare e nel donare, e infine se pur non è difetto l’avere tutte quelle buone qualità, che ponno campeggiare in una persona d’un grado si rilevato come quello, nel qual’era il fu signor presidente Arese; ma se ciò è così, si dovrebbe desiderare da ogn’uno, che tutte le persone grandi fossero tutte difettose, che così si vedrebbero nel mondo ben altre cose di quelle si veggono alla giornata con rammarico di molti, e che danno scontento non lieve a chi avrebbe bisogno di ricevere qualche colpo di mano di tai persone. Per me lo spiacere che avrei avuto, sarebbe stato nel vedere, che il merito del signor presidente sarebbe stato denigrato con una calunnia abbominevole, che avrebbe nauseato tutto il mondo, e giacchè non ho piacere naturalmente di udire a dir male di chicchessia, quantunque alle fiate ve ne sia campo vasto, solendo io piuttosto compatire la fralità umana, quando alcuno sdrucciola in qualche vizio, che castigare tali delinquenti colla sferza pungente d’una lingua maledica e biasimatrice, così “a majori ad minus” non avrei avuto piacere, anzi disgusto grande avrei avuto nel vedere dir male d’una persona ch’era conosciuta da tutti, incontaminata per così dire, ed esente di quanto può somministrar con ragione materia ad una lingua, per maldicente che sia, di parlar male. Ho voluro addurre tutto questo, nobilissimi signori, per far vedere quale sia sempre stato il mio disegno circa questo libro, benché forse sia stato divulgato diversamente. So viver al mondo, e lo faccio vedere nel rassegnarmi con ogni rispetto.
Delle S.S.V.V. Ill.me.
Umilissimo, ed ubbidientissimo Servitore N.N.


La vita del conte Bartolomeo Arese
Presidente del Senato di Milano


Al cospetto di Dio sia l’anima del conte Bartolomeo Arese, che mi vien detto aver in fine tributato alla natura quei doveri, che la caducità umana + tenuta pagare per debito di oralità. I miei viaggi in paesi remotissimi dalle insubrie contrade negli stessi tempi che diede alito a quell’anima eroica, che animava il fracidume per girsene a ricevere il condegno alloro a quelle belle qualità morali che lo insignizzavano di pietà, m’hanno tenuto inscio d’una morte che un colpo più fatale fare non poteva, che col levare dal mondo questo signore, degno di vivere secoli intieri, sì per sollievo della sua amata patria, come per far allievi della prudenza colla sua mai abbastanza celebrata persona, che ne era lo stesso tipo, e degno d’esser trapiantato tutto vivente colà dove le Silfidi (se ciò non fosse chimerico) trasportano gli eroi in una immortalità priva d’ogni umana corruzione.
Al fin possibile che sia morto l’Arese! Ah parca micidiale chi ti diè il potere di satollarsi di simili squisitezze? E vuoi poi essere chiamata parca, se sei si ingorda e famelica? Va, hai vinto morte, ma la tua vittoria non ha riportato che una corona languida, frale, arida ed arsiccia; posciachè colla tua falce non hai mietuto che un fiore tutto languido, ma non hai potuto recidere quello steli che farà rivivere immortale nel mondo la fama del presidente Bartolomeo Arese. Tutto finisce e passa nel mondo. Anche i marmi più sodi, erti all’immortalità ad onta de’ tempi, vengono per vendetta degli stessi tempi diroccati e dissoluti. Ma se i caratteri non hanno ritegno per inoltrarsi nella posterità più remota, va, io ti rendo priva di molti trofei la tua vittoria, giacchè con queste linee ti tolgo l’opimezza che speravi con questo tuo colpo (003), Ecco che comincio.
Troppo superfluo io stimo il voler trarre chiarezza e splendore da una prosapia, coll’investigare i genealogici gradi per esaltare un personaggio, quando la propria virtù lo inghirlanda con immarcescibili intenti. Sono regole umaniste a’ fanciulli per isbizzarrire l’ingengo loro con cercar lodi a “bonis fotunae”, che sono instabili, giacchè derivano dalla fortuna, che ha per concomitante attributo l’incostanza più lieve e ghiribizzosa. Quinci non mi fermerò molto a simili puerilità, e mi basterà il dire, che il conte Bartolomeo Arese è nato da quella mobilissima faglia Arese, che vanta molti secoli d’illustrissima chiarezza, annidata fra’ suoi antenati. Il cognome d’Arese lo stimo alterato dalla corruzione del linguaggio, forse nell’invasione de’ barbari nelle italiche contrade; posciachè essendo le armi della famiglia Arese parlanti, si dovrebbe più tosto cognominar “Alese” che “Arese”, giacchè queste portano due ale nere in campo d’oro, col motto: “Per lealtà mantiene”; da che si deve dedurre che la lealtà è già abbarbicata e radicata talmente in quella stirpe, che nasce inseparabile negl’individui che ne pullulano (004).
Suo avo (per parlare più recentemente) fu il senatore Marco Antonio Arese nobilitato d’insigni virtù, e non indegno rampollo di tanti virtuosi antenati, e suo padre fu don Giulio Arese presidente altresì del Senato di Milano, che sposò donna Ippolita Clari, figlia del reggente Giulio Clari, quell’uomo tanto famoso per i suoi scritti (005), e per l’autorità che ebbe vivendo con Filippo secondo monarca delle Spagne, e per la stima che quel politico regnante ne faceva; ed è da questa che si ebbe in luce il nostro conte Bartolomeo, e d’indi a qualche tempo Lodovico suo fratello, che fu capitano d’ordinanza, mastro di campo d’infanteria italiana, governatore di quella fortezza di Trino, tanto famosa nelle ultime guerre di Lombardia, situato nel Canavese (006) del Monferrrato, e poscia governatore e capellano di Como; che ebbe per moglie la mobilissima signora Anna Visconti, figlia unica di Cesare Visconti, che fu poi maritata in secondo luogo al cavaliere marchese don Girolamo Stampa; ed una sorella chiamata Caterina maritata al conte senatore don Carlo Archinto padre del conte Filippo Archinto, che i giorni passati (007) fu in qualità d’inviato invece del marchese Spinola de los Balbases alla corte di sua maestà imperiale, de’ quali si ragionerà a suo luogo.
Non vale la mia penna per esprimere l’allegrezza, che ebbe il padre della nascita del nostro conte (008). Egli che si vedeva appoggiato sulla successione d’un figlio, che anche nella nascita, dove si sogliono udire pianti e omei, fu cagione d’allegrezza, portando seco dall’utero materno segni assai veridici di speranze importanti, essendo nato, come si suol dire, con una tonacella, che da tutto il mondo, e dalla esperienza ci vien asserito, esser l’iride della felicità e contento (009). La madre non mior gioja si sentì saltellare nel cuore nello scorgersi scaricata d’un peso, che giustamente servire le doveva di sollievo.
Fu nudrito con gran cura da nutrici scelte, affinché, imbevendosi col latte la natura delle nutrici, non succhiasse dalle mammelle col latte qualità difettose, che sogliono alle fiate far tralignare un’animo ben nato da’ viali gloriosi e virtuosi degli antenati.
Cosa invero mirabile era il vedere il bambino a misura che gli si corroborava la via, ornarsi d’una vivacità incredibile. Le fasce, che sogliono fare stridere i fanciulli, per vedersi cattivati dopo esser usciti dalla carcere dell’utero materno alla libertà d’un mondo, non lo facevano dibattere, quasi che avesse in quell’età tenerella avuto già il giudizio di discernere, che nel mondo le calamità sono più assuete de’ contenti; e che un animo grande deve in quelle fare spiccare la propria costanza, ed essere come la vasta selce dell’Asia, immobile ad ogni sforzo, quantunque vacillante al sol tocco di semplice dito. Appena potè calcare il suolo col piè tremulo, che si videro in lui quelle inclinazioni naturali, che si scorgono dagli atti frequenti di tenero fanciullo. Ove si veggono i scipiti gettarsi a briglia sciolta dietro qualche festoncello di tremolante orpello, si vedeva il nostro Bartolomea sdegnare quasi quelle bambolaggini, che sogliono alle fiate ancora dare dello spasso ad alcuni adulti; ma egli con indifferenza grande le mirava, quasi che avesse penetrato a pieno le cose, e che avesse conosciuto, che lieve era quella sostanza che aveva sì allettatrici le speranze.
Appena poteva solo, se non reggersi, strascinarsi almeno, che s’introduceva furtivo colà dove su qualche tavola vi erano libri, e facendoli cadere con qualche bastoncello, col quale suppliva alla sua piccolezza, si ritirava in qualche angolo recondito, ed ivi volteggiando i libri, stava quasi attento dottore a meditare quei caratteri, ch’egli non ancora conosceva. O chi avesse potuto penetrare in quell’animo vasto, benché rinchiuso in piccol corpo forse avrebbe rifiutato come falso quel detto d’Aristotele, che anima est tanquam tabula rasa, giacchè forse vi si avrebbero visto mille specie (010), infuse tutte d’oggetti eroici.
Appena fu apposto agli studj, che si videro meraviglie. Appena il maestro gli aveva fatto una lezione, che si vedeva in quella essere già in istato di farne una più profonda allo stesso maestro. Conosceva egli bene avere capito molto più del rappresentatogli; ma una modestia naturale lo ratteneva di farne ostentazione, quantunque alle fiate lo spirito suo vivace non lo potesse rattenere di sfogarsi almeno con fare varie opposizioni al maestro, delle quali alle fiate non si trovava soddisfatto nelle risposte, quantunque assai adeguate, ma non adeguate al suo ingegno.
Quanto più imparava nella grammatica le declinazioni, egli tanto più aumentava il sapere.
Posto al collegio de’ gesuiti (011), fu fra’ que’ padri, dove fece campeggiare il valore del suo ingegno. Le prime dignità di quelle scuole, che sogliono darsi a’ più periti da’ maestri, lo stimolavano a rintracciarle, portato da un desio naturale di gloria di sovrastare ad ogni altro. Né falliva mai di riportare il vello Anfrisio di tutte le scuole, quantunque a gara di varj altri, che gl’invidiavano il primo carattere; imparando così a signoreggiare uno stuolo di gioventù, per poscia saper signoreggiare uno Stato. Non poteva soffrire que’ pigri, che per mancanza di studio si riducevano sovente il sabbato allo stendardo dell’asino, dove stavano sopposti quai giumenticciuoli alle risate degli studiosi. E se qualche fiata dalla sua parte ve ne era alcuno, s’inquietava, e sollecitava sovente il maestro a mutargli luogo. Le contese scolastiche lo stimolavano tanto allo studio per esser sempre armato, che vegliava alle fiate colla penna in mano molta parte della notte, e si rendeva sì assiduo alle scuole, che hanno testificato i gesuiti di quei tempi, non esser mai incorso che una fiata nel serò. E veramente il timore di arrivare tardi alla scuola, per non far breccia alla sua diligenza, lo fece sovente trascurare gli agi che poteva pigliare. Ho udito dire una fiata, che andando d’inverno alle scuole, in tempo che i ghiacci in Milano rendono malagevolissime le strade, e impegnatasi la carrozza in un sodo ghiaccio, saltò egli fuori della carrozza, e cadde nel bel mezzo di vicino fanguccio, che ne restò tutto infangato. Infine sono minuzie da raccontare, che non servono a niente, e basterà che ciascuno s’immagini quanto poteva fare uno scolare diligente ed ambizioso d’onore e di gloria.
Allevato così negli studj, ed istrutto in tutte le buone arti, come si conveniva ad un figlio d’un presidente di Senato di Milano, il padre cadde vittima di morte nel febbraio del 1627. Ed in ricompensa de’ meriti paterni, e delle speranza proprie della sua persona, venne immediatamente creato conte da Filippo quarto monarca delle Spagne li 11 marzo dello stesso anno, ed indi a poi si trasportò in Pavia, dove l’università ha riputazione e fama non ordinaria, massime per la legge. Quivi divenne tosto capo de’ Milanesi, e faceva campeggiare la leggiadria de’ suoi compatrioti, con mutazioni frequenti d’abiti e pennacchi, che ciascuno portava per uniformarsi ad un capo, del quale si gloriavano d’essere membri. Ebbero i Milanesi varie contese con altre nazioni, dele quali egli volle esser il vincitore, nel che riusciva agevolmente, quantunque fosse il solito di quei studenti di contenderla lungo tempo colle armi in mano, e con effusione di molto sangue. Indi a qualche tempo finì il corso deglistudj, e ricevuta la laurea dottorale fu nello stesso tempo onorato del collegio de’ dottori di Milano (012).
E perché pochi forse sanno l’eminenza di questo carattere, è bene di dirne due parole.
Il collegio de’ dottori di Milano è una radunanza di varj cavalieri periti nella legge, e laureati in quella, nella qual radunanza non entra che chi prova, se non m’inganno, quattro generazioni di nobiltà incontaminata; e portano una veste dottorale, che dà gran maestà, ed una medaglia d’oro al petto. Pochi sono i cavalieri studiosi, che non si ascrivono ad onore grandissimo d’essere annoverati in quella radunanza. Il signor cardinale Litta, porporato di gran merito, e che è stato ad un passo dal Vaticano, aveva per gloria grande d’essere dottore del collegio di Milano. Dicesi lo stesso di Pio IV, della casa de’ Medici, della linea del marchese d’oggidì di Melegnano. E vi è un senatore di gran merito, ed insignizzato di qualità nobili e lodevolissime, che non nomino per rispetto, che non ha mai potuto averne l’onore, quantunque abbia fatto ogni sforzo, a sola cagione che il padre per quanto si dice, avesse dato mano a certo omicidio. Cosa per quanto mi pare, assai crudele, che un cavaliere ornato di si belle qualità, non abbia potuto spuntare quest’onore per un fallo d’un padre, a che forse era stato costretto per debito d’onore. E da questo collegio, che si estraggono gli avvocati concistoriali, che risiedono alla corte di Roma per questo Stato, e l’auditore di Ruota, che sono varchi brevissimi per passare alla porpora. Vi erano a’ miei tempi in Roma due signori Visconti, cavalieri, oltre la nascita, di meriti più che rilevati. Quando si riceve uno nella radunanza, si fa con gran festa e dispendio, con distribuzione di quantità di guanti. Da questi si traggono i giudici per giudicare delle cose civili, che occorrono a’ particolari, e molti servono a patrocinar cause, non solo co’ scritti, ma in voce anche alle fiate, in quella guisa che fanno altrove gli avvocati (013). Seguì poco dopo l’anno doloroso del 1630, dove il contagio divorò buona parte dei cittadini di Milano, dove la morte regnava più che la vita, dove il Lazzaretto, luogo situato fuori delle mura, era ripieno più di morti che di languidi. Da questo non potè esentarsi il conte, essendo ferito dalla peste, perlocchè giacque infermo dal principio del mese d’agosto sino per tutto il mese di novembre dello stesso anno 1630; né cadde vittima di morte, perché questa temè d’essere invalida, e sforzuta per dare uno scroscio cotanto potente ad una pianta così nerboruta, e ripiena di forze virtuose. Con gran cura venne risanato, e cessando il flagello del contagio, tutto si ristabilì a poco a poco, riaprendosi i tribunali, frequentandosi i cittadini, e risorgendo il commercio, pria interrotto dalla corruzione, egli si appose a patrocinar cause senza mercede alcuna. Il suo motivo, perché si diede a far patrocinj di cause, fu per fare una pratica esatta dell’essere civile, desiando avanzarsi a’ gradi per sapere il governo in ogni cosa. E veramente non è asceso al grado suo, che in quella guisa appunto che un soldato passa a tutti gli uffici guerrieri sino al generalato, dopo aver sperimentato in ogni grado il suo dovere. Giunse frattanto l’anno 1635 colla guerra viva nella Lombardia. Posciachè irritata la Francia contro gli Spagnoli per la presa di Treviri (014), e di quell’elettore, risoluta la guerra, ne fece passar l’intimazione all’infante di Spagna, mentre di subito non rendeva Treviri, e l’elettore, il latore del qual’annuncio non fu ascoltato; onde fu incontamente incaricato Arrigo duca di Roano, il quale con un grosso di gente se ne stava nella Lorena di calar nell’Alsazia per esser pronto all’impresa, che se gli avesse appoggiata.
Al duca di Crequì nel delfinato fu commessa la levata di diecimila fanti, e duemila cavalli, e di star lesto ad ogni ordine regio per iscendere nel Piemonte. Furono inviati duemila Francesi a Casale, ed a Pinarolo con quantità di provvisioni e munizioni militari. A’ popoli del Pragella (015) fu dato ordine d’agevolare la strada di certi passi di quelle montagne, per far transito delle soldatesche, che da Lione e da Grenoble si dovessero far passare in Italia senza divertirli dagli stati del re di Francia; e torre il passaggio ordinario della Savoja. Il signor Believra, soggetto di grande stima, e di capacità, fu dichiarato dal re cristianissimo ambasciatore straordinario appresso tutti i principi d’Italia. E perché il duca Odoardo Farnese di Parma, sempre più disgustato da’ ministri Spagnoli, passava con buona intelligenza colla Francia, furono spedite alla sfilata alcune soldatesche verso Parma, con una rimessa di contanti a quel duca per la levata di nuove truppe, e per l’assoldamento d’un corpo d’esercito nel suo Stato, dal quale se ne potessero i Francesi valere nell’attacco da quest’altra parte dello Stato di Milano verso il Cremonese, quando dall’altra parte verso il Monferrato l’avessero assalito; il che se avesse avuto effetto, come fu pigliato la risoluzione prudentemente dalla Corte di Francia, si correva rischio di perdere lo Stato di Milano, in quel tempo senza capi, senza soldati, e senza l’opportuno alla sua difesa (016).
Ma con altri ordini secreti fecero i Francesi un’irruzione ne’ Grigioni, e s’appoderarono della Valtellina. E perché i disegni de’ Francesi erano di chiudere i passi alla Stato di Milano in modo, che esclusi rimanessero i soccorsi Austriaci per il Tirolo, s’impadronirono di tutta la valle (017), e quantunque gli abitatori vedessero colle lagrime agli occhi que’ nuovi ospiti, e che per interesse loro più avesse giovato il dominio Spagnolo; nondimeno il cardinale Albornoz spagnolo di gran casato, allora reggente dello Stato di Milano, governandosi con grande intrepidezza ne fece volare subito gli avvisi a Spagna ed a Vienna, ed applicassi all’espediente congruo a pigliarsi in tali emergenze, e praticare le difficoltà nell’impedire a’ Francesi, già appoderatisi dei paesi principali, l’ingresso nella suddetta valle, stimò meglio allora invigilare alla conservazione sola della frontiera dello Stato, e sollecitare i soccorsi di Spagna, Napoli e Germania, co’ quali ridotte poi le cose dello Stato a buon termine, si potesse apporre all’impresa stimata più opportuna. Venne pertanto fatta nuova descrizione di tutti gli abili a portare armi, pigliandosi una minuta di ciascuno dalli diciotto fino ad anni cinquanta, per farne scelta all’occasione ed applicarli alla difesa de’ luoghi necessari; reviste le milizie dello Stato, chiamate d’ordinanza, e da questo corpo che può ascendere a diciotto mila fanti in circa, estrattene alcune migliaja furono ripartite ne’ posti più riguardevoli. Don Carlos Colonna cavaliere Spagnolo già governatore di Cambrai, ed il sergente maggiore Molina vennero subito spediti sulla frontiera del Com’asco con dieci compagnie d’infanteria, e dopo questi alla sovrintendenza di que’ confini restò dichiarato il conte Giovanni Serbelloni cavaliere milanese, chiaro per valore e per nascita, il quale con altre undici compagnie di fanti del terzo del Guasco, cinque di cavalleria, prese con sedulità posto alla sinistra del lago di Como dirimpetto al forte di Fuentes, fortificassi nel sito della Francesca (018) per impedire l’invasione nemica nel Comasco (019).
Si diedero patenti per nuove levate in ogni parte. Si spedirono somme contanti al conte Casati ambasciatore appo gli Svizzeri per fare una levata di quattro mila Svizzeri; e si spedì don Antonio Sarmientos a Firenze per chiedere al gran duca il terzo d’infanteria obbligato per difesa dello Stato di Milano in virtù dell’accordo di Siena. Sborsò la città di Milano con prontezza cinquanta mila scudi, e perché si prevedeva che i Francesi allestiti nel Delfinato sarebbero scesi infallibilmente nel Piemonte per attaccare da quella banda anche il Milanese, oltre alla continuate provvisioni di guerra, e fortificazioni accresciute a varie piazze dello Stato sulle frontiere, sollecitassi Vittorio Amedeo duca di Savoja, principe d’animo grande, che non si dichiarò per politica di Stato che con risposte ambigue, tanto cogli Spagnoli quanto co’ Francesi, che le stesse istanze fatto avevano.
Da Milano fu mandato ad inspruk don Antonio Porres Spagnolo per sollecitare la calata de’ Tedeschi al soccorso della Valtellina. Il Tirolo benché aggecchito dalla vicinanza Francese, fece risuonare subito le sue montagne co’ squilli d’oricalchi guerrieri e col tintinnamento de’ tamburi, tagliando e barricando le strade.
Seguì poi coi soldati mandati dalla arciduchessa Claudia, principessa di gran valore, qualche conflitto co’ Francesi all’avvantaggio di questi per il soccorso del duca di Roano.
Questo rotta non sbigottì meno gli Spagnoli, che la passata de’ monti del maresciallo di Crequì coll’esercito Francese, perché temevasi qualche gran percossa, mentre i passi erano chiusi a’ soccorsi tedeschi per la Valtellina, il Monferrato era pieno di soldatesca, il Piemonte titubava, il duca di Parma era diffidente e la repubblica di Venezia era armata sulla frontiera. Esercitandosi nondimeno con gran prudenza, e ricevute nello stesso tempo alcune rimesse di danari da Spagna e settecento cavalli da Napoli, ed altre in fanterie sbarcate al Vado, parve che quegli animi travagliati per l’imminente ruina, alquanto si ristorassero e si rifocillassero nelle passate apprensioni (020).
Ma perché il maggior sollievo dipendeva dal duca di Savoja, vi si fecero varie istanze; ma declinando egli per mera necessità alla parte di Francia, e dato il passo al duca di Crequì, s’armarono in un subito milizie del Pavese nella Lomellina oltre la Gogna; alla Villata posta a’ confini del Monferrato furono inviate tre compagnie d’infanteria, ed altre provvisioni per la fabbrica d’un ponte di barche sovra la Gogna da passare all’occasione verso il Monferrato in osservanza de’ Francesi, i quali trattenendosi in negoziati con Savoja e con Parma, istando che unite le armi assalisse in uno stesso tempo lo Stato di Milano, consumarono tanto tempo che ridondando a profitto di questo Stato, si riprese respiro, che bastò a conservare il vigore ed il proponimento alla difesa.
Non è possibile il credere come in tutte le scritte emergenze s’acquistasse l’Arese un credito grande. Oprò i ripari più fastidiosi e malagevoli con una prudenza ed accuratezza tale, che rese attoniti tutti i ministri di Spagna e tutti li suoi compatrioti, non solo coetanei, ma maggiori ed esperimentati. Dispose a scrisse tanto egregiamente, come se fosse stato invecchiato nel solo uso delle armi, per lo che si ebbe di lui stesso il concetto di Cesare, che fosse abile ed in guerra e nello studio, d’onde ne nacque quel motto: “In utroque Caesar”; onde gli fu agevole cattivarsi l’amore de’ ministri regj, e quasi fabbricarsi un non so che predominio sovra di loro.
Tai novità passate alla corte di Spagna, suscitarono molta commozione, ma applicati i rimedi opportuni si conobbe necessario di secondarli col mettere al governo di Milano un soggetto guerriero, e fu eletto a tal carico don Giacomo di Gusman marchese di Leganes (021) spagnolo, quegli che passato in Fiandra coll’infante, ed immortalatosi nella battaglia di Norlinghem per nuovo ordine regio, era ritornato in Ispana a dar contezza alla corte delle cose di Fiandra e di Germania, e di cui si parla tanto nella Storia di Catalogna nelle rivoluzioni arrivate il 1642.
Appena giunse sul fine dell’anno il marchese di Leganes a Milano, che conobbe dagli atti i meriti riguardevoli dell’Arese, col quale, benché ancora giovane, comunicava gli affari più importanti, acquietandosi molte fiate al di lui consiglio che non era dato alla ventata, quantunque uscisse da un cervello giovane, che vuol dire pieno d’ardore e di fuoco. Quindi per rimunerarlo lo creò subito uno de’ sessanta Decurioni della città di Milano.
Frattanto il duca di Crequì con ottomila fanti e duemila cavalli calato dal Piemonte nel Monferrato, e passato il Po occupò la Villata, posto altre fiate tenuto dagli Spagnoli, e fattosi senza contesa padrona del vecchio trinceramento, investito all’improvviso il fort, dopo breve resistenza fatta da’ paesani restò preso con perdita d’alcuni di que’ difensori che non avvezzi alle armi, cederono subito il cuore alla paura. E come il disegno de’ Francesi era indirizzato all’inoltrarsi nello Stato di Milano, il che non era malagevole ad effettuarsi, quando con maggior nerbo di gente si fossero con ogni prestezza portati nel cuore del Milanese senza sperare in ajuto alcuno de’ collegati, e senza lasciarsi ritardare dalle speranze di questi. Poste in consulta varie proposte fu scelta l’espugnazione di Valenza piazza vicina al Po tra Tortona e Casale. In che sollecitato il duca di Crequì dalla corte e dal tempo, e dalle promesse del duca di Savoja, s’incamminò verso Novara con sembianza di tentare quell’impresa, e poi passando subito ed improvvisamente il Po, s’accampò sotto Valenza dalla parte dell’Alessandrino, lasciando l’altra di là del fiume per i Savojardi, non potendo egli con si poca gente investire tutta la terra. Ma maneggiando il cardinale d’Albornoz con comunicazione dell’Arese segreta corrispondenza colla Savoja, questa ritardò tanto che si ebbe agio di provvedere la fortezza per il ponte di tutto il necessario, il che fu la salute della piazza. Battuta da’ Francesi venne difesa con ugual ardore dal marchese di Celada, spagnolo, cavaliere di gran nascita, che poco pria vi era stato spedito per sovrintendere da don Francesco del Cardine, che vi era governatore, e dallo Spadino soggetto da molta vaglia. E sparsosi lo spavento in quella provincia, il cardinal d’Albornoz con altri ministri regj, coll’assistenza anche dell’Arese, delli cui pareri facevano unanimamente stima particolarissima, fecero le provvisioni opportuna secondo concedeva il tempo. Oltre la spedizione de’ corrieri in Ispana, Napoli e Germania per sollecitare la venuta della soldatesca, l’Arese propose di fare una nuova descrizione degli abili a portar armi nello Stato, e sceglierne otto per cento per mettere nelle piazze e cavarne la gente forestiera per servirsene alla campagna. Il che fu eseguito con grand’ardore ed utilità.
A Mortasa, piazza forte tra Pavia e Vercelli, fu spedito per sovrintendente il maestro di campo Carlo Roma; in Alessandria don Carlo Colombo spagnolo; a Novara al forte di Sandoval ed in ogni altri luogo di quei confini vennero inviati soggetti di vaglia e furono rinforzati di gente e munizioni, e per tutto battevasi il tamburo e provvedevasi alle occorrenze presenti.
Nelle continue apprensioni della congiunzione delle armi di Savoja e Parma co’ Francesi, fu spedito in Alessandria il mastro di campo marchese Lunati cavaliere milanese di chiaro grido ad assistere al Colombo col signor d’Arios senatore e provveditor regio. Si concesse libertà a tutti i sudditi di portar ogni sorte d’armi fuorché le pistole. Perché il principe Triulzi sollecitava l’assoldamento d’un terzo d’infanteria levato a sue spese, l’Arese dimostrò il gran sollievo che si riceverebbe da questo terzo, e gliene fece spedire le patenti, dichiarando il Triulzi mastro di campo di quel terzo il conte Carlo Mariani cavalier milanese.
Si scoprì allora in Alessandria un certo tradimento d’introdurre nella piazza i Francesi, ma vi si ovviò colla detenzione de’ colpevoli tra’ quali un don Diegos spagnolo ed un suo servitore, e l’Alfier Gagni alessandrino, e non fu mancato nel resto a quanto fu stimato opportuno per schermirsi da’ pericoli imminenti, ed in particolare furono ridotti a stretti partiti i segreti maneggi col duca di Savoja, col quale restò concertata occulta intelligenza favorevole al re cattolico. Il che oltre alla politica di Stato del duca di Savoja di evitare che i Francesi non s’annidassero sì da vicino al suo Stato, fu attribuito in parte ala destrezza del’Arese nello scrivere le cose che gli si commettevano da’ ministri regj (022).
Il duca di Parma giunse quattromila fanti ed ottocento cavalli a quelli del duca di Crequì, li otto di settembre avendo passato verso il Tortonese e passata Voghera, scaramucciato appo Ponte Corona colla cavalleria di don Gasparo Azzavedo e del marchese Filippo Spinola. Arrivato sotto la piazza si quartierò nel palazzo de’ signori Stampa, vicino al Po dalla parte di Pavia, dove dalle altre medesimamente poco dopo giunse il duca di Savoja con cinque mila soldati, e dove fu slegato un mulino e lasciatosi andare alla corrente del fiume urtò con tant’impeto il ponte di Valenza che lo fracassò, onde rimanendo abbandonato il fortino al capo di quello fu preso da’ Francesi tagliandosi così ogni comunicazione agli assediati.
Intanto accortisi i ministri regj, che per esser chiusi i passi di Germania conveniva cercar soccorso per il mare, dopo aver corredate nel Mediterraneo ventidue galere e cinque vascelli, accompagnati da varj altri legni sotto il comando del duca di ferrandina spagnolo, di nascita grande e nobile, e del marchese di Santa Croce soggetto pure Casigliano, ai 13 dicembre fecero diversione pigliando l’isola di Santa Margherita distante meno di un miglio dalla terra ferma di Provenza, ad otto o dieci miglia da Nizza, fortificati poco pria con grandi spese di due forti e molto piccoli ridotti, e quivi lasciato presidio sotto il comando di don Michele Perez, soggetto spagnolo molto stimato a tal ufficio, il giorno dopo s’investì Sant’Onorato che restò parimente in loro potere.
Nello stesso tempo i Francesi diedero un assalto furioso a Valenza che venne rintuzzato dal valore de’ difensori, quali fecero una sortita sotto don Antonio Sottello spagnolo, spalleggiato dal marchese di Celada a da don Antonio Chiavari nipote del cardinal Albornoz, cavaliere di grand’animo e di grande aspettativa, che vi rimase ucciso di pistolettata, invitati a ciò i nemici da una grossa collana d’oro che teneva al collo. Benché però reso vano l’assalto de’ Francesi nonperderono speranza, ma più incaloriti combattevano a viva forza la piazza, per lo che bilanciatosi qual fosse l’importanza del luogo per lo Stato, si determinò a Milano di soccorrerla, e perciò fu spedito don Carlo Colombo li 7 d’ottobre con quattromila fanti, e dieci compagnie di cavalleria allestita a pigliar posto in Frescarolo, terra due miglia incirca da Valenza. Il che saputosi nel campo Francese, dubitandosi che l’impresa non andasse a vuoto, passò il duca di Crequì all’aurora sovra il ponte dei Savoiardi col suo esercito accompagnato da molti capi Francesi, lasciando solamente nelle trinciere e né quartieri il sufficiente per la custodia, e tenuto consiglio sotto un arbore, coi duchi di Savoja e di Parma, ed altri capi di quanto si doveva fare in tal’emergenza fu risoluto secondo il volere di Crequì la battaglia lo stesso giorno cogli Spagnoli, od in campagna o dentro Frescarolo se non ne uscivano. Marciarono però atal effetto i collegati, e scoperti gli Spagnoli in aspettativa, coperti nell’alloggiamento di Frescarolo, e principiatasi la zuffa, s’avvide il duca di Crequì della malagevolezza di superare gli Spagnoli in quel posto, e retrocedere fece l’armata, quale inseguita il giorno dopo dal marchese di Terracusa, perdè un fortino a capo del ponte della terra al secondo assalto colla morte ed affogamento di trecento soldati Francesi, ed entrarono nella piazza molti soldati sovra barche, ritornando poi a Frescarolo prima che potessero essere incalzati da’ Francesi. Per il qual soccorso vedendo il duca di Crequì svanite le sue speranze sovra Valenza, sotto di cui erano scemate e stanche le genti, e che ogni poca dimora recava svantaggio, si ritirò il 26 ottobre col duca di Parma a San Salvatore, ed il duca di Savoja verso Sartirana. Onde il Colombo che stava ne’ suddetti quartieri di Frescarolo per vietare il foraggiare a’ collegati sulle terre dello Stato di qua del Po, e di scorrere più oltre, odorata la partenza del campo Francese se ne andò ai suoi primi quartieri della Pieve del Cairo quivi stando ad osservare gli andamenti loro. Dopo che rese grazie a Dio vollero gli Spagnoli scacciare il duca di Roano dalla Valtellina e spedirono perciò le soldatesche verso il forte di Fuentes, e le provvisioni credute necessarie sotto la condotta del conte Serbellone, ma ebbero gli Spagnoli lo svantaggio con morte di molti soldati ed ufficiali, tra i quali il conte di San Secondo cavaliere valoroso e di nascita nobile. Con che scorgendo che malagevole era lo scacciare i Francesi da quella valle, risolsero di procurare il soccorso di Germania per altra parte; però si rivolsero agli Svizzeri, coi quali si negoziò in modo, che superata ogni opposizione col danaro e colla ragione, s’ottenne infine il transito per ottomila soldati parte a piedi, parte a cavallo e con un terzo d’infanteria fatta levare dal gran duca di Toscana a sue spese nell’Elvezia, e soccorsi d’alcune compagnie di cavalli condotte dal marchese Cosimo Riccardi.
E perché l’opinione che il duca di Savoja s’intendesse occultamente cogli Spagnoli s’andava più aumentando nelle gelosie de’ Francesi, per moderar il concetto persuase l’Arese a’ ministri regj di licenziar da Milano l’abate Torre ambasciator del duca, sotto pretesto, che per le rotture fatte dal duca collo Stato, non era conveniente che i suoi ministri si trattenessero appo di chi era nemico aperto e dichiarato. E facendosi gran fondamento sulla buona volontà del duca Francesco di Modena per gli ajuti che si potevano avere di persone bellicose, si ottenne dall’Imperatore l’investitura del principato di Correggio, devoluto pria alla camera imperiale a favore del detto duca collo sborso però di duecento mila scudi (023).
Invogliandosi frattanto sulla sicurezza dello Stato, annojando l’invasione de’ Francesi il marchese di Leganes toltosi con diligenza da Barcellona colle galere e galeoni sbarcò a Genova con duemila fanti Spagnoli e si condusse a Milano, dove dopo aver dato ordine per il buon governo civile s’applicò alle cose della guerra; e sebbene il rigido della stagione non permetteva che si intraprendessero altre cose, designavano gli Spagnoli d’attendere solamente a nuove levate, ed a rendersi a primavera non solo bastanti a difender il loro, ma ad invadere gli Stati alieni, con tutto ciò il Leganes avido d’acquistar nel primo ingresso qualche credito, mandò il bravo marchese di Saracena capitano della sua guardia sotto Guardamiglio, castello nel Piacentino (024), a’ confini del Lodigiano, quale per non trovarsi in istato di contendere a’ primi tiri del cannone, s’arrese a discrezione.
Fu dopo ciò che il marchese di Leganes, amando le virtù dell’Arese lo fece uno dei 60 Decurioni della città di Milano come ho detto di sopra. E veramente lo pigliò in affetto tanto grande, che col tempo divenne come suo plenipotenziario, come dirò a suo luogo e come si vide con gran maraviglia de’ cittadini di Milano.
Le forze della Francia si trovarono scemate, per lo che il duca di Parma esatto nelle operazioni, andò egli stesso in persona a Parigi per porvi rimedio, dove fu ricevuto con stima ed applauso, senza però che gli effetti corrispondessero poi alle promesse. Il marchese Villa che quasi errava nel Piacentino, senz’altra novità parendogli tempo di non istar ozioso, pensò d’accingersi a qualche impresa che dovesse ridondargli in riputazione della propria persona, ed utilità delle genti che comandava; e valendosi perciò del pretesto di rimettere il principe di Correggio nel suo Stato, entrò improvvisamente nelle terre del Modenese in tempo che il duca pensava ad ogn’altra cosa, e scorse alcune ville del Reggiano e saccheggiò Castelnuovo (025); ma terminarono tosto questi progressi, perché uscito il duca col principe Luigi suo zio in campagna con molti cavalieri e buon nerbo di soldatesca, aumentata da un rinforzo di ottocento cavalli e duemila fanti speditigli dal marchese di Leganes governatore di Milano, s’avanzarono sullo stradone di Parma che porta al ponte di Lenza, e giunti vicino a Sorvolo, terra tra Brescello e Castelnuovo, la compagnia del Mejazza che si era avanzta per riconoscere, abbattutasi nella cavalleria savoiarda, attaccò la scaramuccia nella quale vedendo la poca utilità dopo la morte d’alcuni soldati di ambe le parti, varcata la Lenza (026) se ne ritornò ne’ primi posti del Piacentino, e gli Spagnoli, scorse alcune terre di Parma, ritornarono al Cremonese. In questa scaramuccia fu ferito il conte Lodovico Arese fratello del conte Bartolomeo, il quale avrebbe avuto spiacere grandissimo se non gli fosse stato riferito non essere pericolosa la piaga. Il valore del conte Lodovico suo fratello fu cagione di maggiore stima de’ ministri regj e del marchese di Leganes governatore verso la casata Arese, vedendo che due fratelli erano ambidue di sì gran zelo e sollievo per gli affari della Spagna in quello Stato inondato d’armi straniere.
Divenuti poi gli Spagnoli a numero riguardevole nello Stato co’ rinforzi avuti da Napoli, Spagna e Germania parendo loro agevole di fare mossa, risolsero per rappresaglia delle ostilità fatte dal marchese Villa contro il Modenese d’invadere il Piacentino, quinci a mezzo debbrajo in quel territorio attaccarono e s’appoderarono del Castel S. Giovanni che subito s’arrese per la tardanza del soccorso, dove lasciò per guardia trecento fanti sotto la direzione di sperimentato capitano. Fu incaricato il Gambacorta governatore della cavalleria napoletana di scorrere il contado vicino dove abbruciò alcune barche sovra il Po e condusse molti armenti nel Cremonese. Il che intesosi da’ Francesi per far vedere che facevano capitale del Parmigiano, pensarono di far levare gli Spagnoli dalle terre del Piacentino con far diversione nel Novarese. Veramente scorsero di qua del Po alcune terre, saccheggiando Palesta (027), Confidenza e Robbio ma con poco bottino, il meglio sendo già ricoverato nei luoghi forti, ed il duca di Crequì tentò di occupare Vigevano, città a venti miglia da Milano, per facilitare l’ingresso nel cuore del Milanese; ma richiamato il Gambacorta gli si fece incontro, e dopo aver scaramucciato assieme con danno reciproco di poco rilievo, i Francesi furono costretti a ritirarsi ed abbandonare tutto, e passare la Gogna a Sartirana ed a Breme. Onde non essendo riuscito di distorre gli Spagnoli dal Piacentino, l’Arese consigliò al marchese di Leganes di far continuare i progressi nello Stato del duca di Parma, come fece fare dall’altro grosso de’ Tedeschi e Spagnoli, occupando varie terre e castella con danno grande de’ sudditi che costretti erano ad abbandonare le case per la strage che ne facevano i Tedeschi in ripresaglia, per quanto questi dicevano, dette crudeltà usate da’ paesani contro alcuni soldati, che si trovarono inchiodati ad alcuni arbori, e costrinsero alla resa Colorno castello fra il Po e la Parma, ed indi Merano, e di là entrarono nelle terre del conte di San Secondo, spinti dal consiglio dell’Arese per rimettere in quegli Stati gli eredi del detto conte già esiliato dal duca di Parma, e che era rimasto morto in una fazione contro i Francesi nella Valtellina, il che riescì loro felicemente per non esservi forze sufficienti alla resistenza, atteso che tutto stava in Parma e Piacenza, ed il marchese Villa non osava uscire in campagna senza pericolo grave, attesa la forza Spagnuola.
Avvisato il duca di Parma, che si trovava in Francia, di queste ostilità partì sulle poste con varj cavalieri e con isperanze grandi di soccorso; ma l’Arese rimostrò al marchese di Leganes di non farvi riflesso, perché se alla corte di Francia si credeva che la gente bastasse all’impresa stabilita, non era però tale, né tanta, che fosse sufficiente. Lande prevedeva probabilmente, che non avendo Crequì tante forze, né volendosi dimostrar bisognoso, avrebbe date speranze a Parma, proposte difficoltà alla corte e rimasto ne’ suoi posti del Monferrato, lasciando il duca alla discrezione delle armi milanesi. Sovra che il marchese di Leganes fece più che mai rinnovar l’offese nel Piacentino, facendo avanzare i Tedeschi che occuparono il castello di Rottofreno tra il Tidone e la Trebbia, torrente tanto famoso nelle storie antiche per il conflitto dato alle truppe della repubblica Romana dal grande Cartaginese Annibale, e poco dopo i borghi di Valditaro e San Donino.
Fatti tali acquisti l’Arese indusse il marchese di Leganes a far abbruciare tutte le biade, e ruinare le campagne dell’intorno, affinché volendo il duca andare al suo paese coll’esercito francese per invadere da quella parte lo Stato di Milano non trovasse né foraggi né viveri per sostentarsi, col qual modo venivano ad assicurarsi da quella parte, massime che quando fossero venuti i Francesi in quel territorio angusto e manomesso, cacciati dal patimento, fuggiti sarebbero altrove; e temendosi che al ritorno del duca si facesse qualche irruzione, si fece avanzare nel Novarese don Alonso di Chicognes spagnolo con 24 compagnie di cavalleria ben lesta per osservare gli andamenti de’ Francesi, ed opporsi loro fino alle necessarie provvisioni per la difesa del Milanese. Anzi trovò l’Arese che dovevano essere fortificate per ridurre a patimento grande i Francesi caso che fossero venuti al soccorso del Piacentino. Rimostrò poi al marchese di Leganes l’utilità che si avrebbe a tenere collegato il duca di Modena, ed a questo effetto si spedì a Casalmaggiore don Francesco di Mello, persona stimata capace dall’Arese per un tal negoziato, dove si abboccò col duca di Modena, e lo assicurò d’ogni perfetta disposizione del re cattolico verso i di lui interessi e d’ogni assistenza, caso che venisse assalito di nuovo; anzi passando da un discorso all’altro, secondo le istruzioni che gli erano state date dall’Arese per ordine del Leganes, lo invitò di trasportarsi alla corte di Madrid, dove si desiderava tal visita per non parer inferiore alla Francia, dove il duca di Parma si era trasportato e per istringere maggiormente la corrispondenza col detto duca, ed obbligarlo con qualche ufficio di rilievo al servizio della corona; il che sarebbe riuscito di grande utile alle cose di Spagna, sì per le condizioni della persona e della casa, come per lo Stato di simil principe.
I Francesi altresì ansiosi si ridussero a Casale, dove si tenne consiglio di guerra per pigliare i spedanti opportuni in tali emergenze, e si pose in deliberazione se si dovevano scacciare gli Spagnoli del Parmigiano, fare una piazza d’armi in Piacenza colle provvisioni necessarie, ed assalir indi lo Stato di Milano da questa banda, più d’ogni altra abbondante ed opulenta, ed anche priva di forze sufficienti a resistere, e depredando il Cremonese ed il Lodigiano portarsi all’assedio della stessa città di Milano. Ma tutto venne rifiutato con varie ragioni e per mancanza di forze sufficienti.
E perché il duca di Roano nella Valtellina s’avanzava a’ progressi verso il lago di Como, sapendo l’Arese che la gelosia della libertà in particolare appo popoli liberi è delicatissima, e talmente che ogni piccol sospetto serve ad alterare la diffidenza, si prese l’assunto di fare spargere fra quei popoli con destrezza che i Francesi non volevano loro concederla come avevano promesso; dal che ne nacque gran pregiudizio a’ Francesi, come si vedrà secondo l’intento prefissosi dall’Arese. Giunse poi a Milano il duca d’Alcalà, soggetto spagnolo di casa Ribrera per assistere al governo politico, giacchè conveniva al Leganes uscire in campagna. Tra quali giunti al marchese Filippo Spinola e don Francesco di Mello e varj capi tenuto consiglio, si determinò di lasciare nel Piacentino alla guardia dell’occupato forza bastante a ritirar il rimanente. Il Gambacorta andò a’ confini colla cavalleria, ed il Leganes e lo Spinola rivedute le fortificazioni, e muniti i luoghi vantaggiosi, sparsero il resto della gente nel Pavese oltre il Po, e l’altra nel Novarese sotto il comando di don Martino d’Aragona spagnolo, figlio bastardo del duca di Villaermosa. Per la qual partenza il Villa co’ Parmigiani fece qualche scorreria, in quella guisa, che un sorcio vien tenuto alle strette da un gatto in un buco, esce da quello quando ha visto partire il gatto. I Savojardi andarono, ed avanzatisi verso il Ticino e gettato un ponte si quartierarono ad Oleggio, ed i Francesi s’appoderarono del posto di Pamperduto (028), che è dove il naviglio di Milano sgorga. Ed il Leganes s’incamminò verso Vigevano ordinando a’ circonvicini di seguirlo; e perché aveva per fine di scemare le forze Francesi, mandò Massimiliano Monte Castello con ottocento cavalli per tagliar i passi che venivano da Breme al campo Francese, e dato ordine a tutti i luoghi dove stavano soldati acciò che sentendo due colpi di cannone, prendessero la marcia verso Abbiategrasso, si fermò in quel posto per aspettare l’altra gente quartierata oltre il Po, e così poi congiuntamente investire l’esercito francese (029)
Mentre si facevano questi preparativi, e che il duca d’Alcalà era in Milano, l’Arese stava intento a’ ripari della città con una attenzione tale, che destò nell’animo dell’Alcalà una grandissima benevolenza e stima particolare, come ne diede contezza al marchese di Leganes, che volle onorare l’Arese di lettera particolare, nella quale si stendeva a ringraziarlo del zelo, col quale abbracciava gl’interessi della corona cattolica. Questo sarebbe stato sufficiente di destare nel petto di qualsiasi uomo più che un pizzico d’ambizione. Ma non fece niente nell’Arese, perché già naturalmente aveva l’animo magnanimo, e le adulazioni non potevano punto lusingarlo, dal che si può dedurre la grandezza del suo cuore. I cittadini di Milano, che lo vedevano sì applicato alla loro difesa, se i ministri di Spagna lo stimavano, eglino l’adoravano, e sovente mentre si portava personalmente a’ lavori, torme intiere lo accompagnavano co’ gridi festosi. Ed una fiata che nel visitare qualche posto di fortificazione cadde in un fosso, fu tale il dolore de’ Milanesi, che la mestizia si vedeva dipinta su tutte le facce, e dati sarebbero nelle smanie, se saputo non avessero, che il male era di poco o niun rilievo.
I Francesi frattanto per istringere Milano tentarono di sorprendere Arona sul Lago Maggiore, cioè alla bocca del Lago che sbocca nel Ticino, ma sollevaronsi i vicini dell’intorno sotto il comando del conte Giulio Cesare Borromeo, cavaliere di nascita mobilissima e di valore non ordinario. E quantunque questo non riuscisse loro, l’occupazione però del posto di Pamperduto venne mal inteso da’ popoli di Milano, che cominciarono a mormorar degli Spagnoli, perché con tanta gente ragunata con tanto scomodo e danno loro, non avessero gli Spagnoli cuore a difenderli. Ma l’Arese avutone vento, si portò nelle piazze pubbliche, dove attruppatisi all’intorno varj cittadini, faceva loro animo, e prometteva molto per acquietarli, dimostrando che si lasciavano a posta entrar i Francesi per avere meglio agio di distruggerli, il che avrebbero visto fra poco.
Diede perciò contezza di tutto al marchese di Leganes, che mutò risoluzione di temporeggiare ne’ luoghi forti, e ridurre i Francesi in necessità di viveri, ma di uscir in campagna, e non rifiutar la battaglia per acquietare con qualche azione memorabile quei bronzei di doglianze che gli venivano scritti dall’Arese, che si udivano per la città di Milano. Il 22 di giugno perciò toltosi da Abbiategrasso, dopo la mostra generale di quindicimila fanti, e quattromila cavalli accompagnato da varj capi s’avanzò verso i Francesi, ed il giorno dopo si diede quella memorabile battaglia, dove la cavalleria napoletana fece maraviglie, dove fu ucciso il Gambacorta cavaliere di non ordinario valore, e dove la vittoria sarebbe stata totale per gli Spagnoli, senza il soccorso che ricevettero i Frances dal duca di Savoja, sì opportunamente che solo riparò tal ruina. Ritiratosi poi il Leganes dalle campagne, pose a rinfresco la soldatesca, ed i Francesi si ritirarono. Avvertito l’Arese del buon successo di questa fazione, la fece suonar tant’alto, che il Leganes gli si conobbe tenuto della buona opinione che concepirono di lui i Milanesi, egli scrisse con termini sì civili, che ad un pari potuto non si avrebbe far di più. Anzi per dar effetto alla sue parole, scrisse alla corte di Spagna per farlo provvedere della carica di capitano di giustizia che spirava verso il fine di quell’anno.
E frattanto fece investire nel Vercellese il castello di Fontanè (030), e sorprese Annone poco pria acquistato dai collegati e mandò a filo di spada cento fanti che ostinati la difendevano; poi si rivolse nel Piacentino dove fece molto guasto, come altresì il cardinal Triulzi che si teneva in Cremona, donde mandò ad ardere alcuni molini con presa grande, e nell’Astigiano fu scorsa la campagna e riportati bottini, e poi si ridusse a stringere Piacenza, per lo che fu sforzato il duca di Parma di venir ad aggiustamento cogli Spagnoli, come si eseguì per opera del gran duca di Toscana e dello stesso papa con gran soddisfazione de’ principi d’Italia. Fece poi il Leganes fortificar Pomello e prese Nizza della Paglia, e fece tutte le diligenze necessarie come conveniva ad un gran capitano.
Le belle azioni fatte dal’Arese in queste emergenze, rappresentate dal marchese di Leganes alla corte di Spagna diedero campo vasto a Filippo IV di promuoverlo all’ufficio di capitano di giustizia di Milano il 6 di dicembre dello stesso anno 1636, e non si può credere con quanta esattezza soddisfacesse a’ doveri del suo carico. La sua prima cura fu di nettare le prigioni de’ poveri detenuti, accelerando la libertà anche ai colpevoli, purchè s’addossassero le armi per la difesa dello Stato. Non successe cosa notabile mentre fu in tal ufficio, sì perché per l’invasione dei Francesi portavano i cittadini le armi comunemente, sendo in altro tempo vietato sotto pene rigorosissime, dal che nascono varie cose curiose come si vedrà più abbasso, allora quando il Conturbio era capitano di giustizia; come altresì perché amato com’era l’Arese da’ cittadini s’astennero di dargli occasione di far campeggiare la sua giustizia, volendo far risplendere per tutto che il solo nome dell’Arese bastava per contenere ne’ limiti della modestia ognuno. Non è già ch’egli trascurasse d’invigilare, anzi al contrario giammai capitano di giustizia vegghiò tanto alla quiete della città. Quasi ogni notte, quantunque faticato da varie azioni, ed applicazioni ad altre cose che gli venivano commesse dal marchese di Leganes per il bene dello Stato, andava con buona scorta di birreria vagando per la città per dissipare i disordini che sogliono nascere in città così vasta. E non mi vien trasmesso che mai gli succedesse incontro sinistro, perché dove il suo nome s’udiva, tutto si calmava e quietava. Se arrivavano eccessi di furti od omicidj bentosto i rei venivano pigliati, né il celarsi serviva loro, perché egli aveva le ali per giungere dove non potevano i piedi. Nelle cause civili pronto spediva le liti secondo i dettami della legge e della ragione, e giammai le raccomandazioni poterono appo di lui far breccia al giusto. Il presidente del senato ed il gran cancelliere di Milano, ai quali si ha ricorso con suppliche per far delegare i giudici in molte cause, si meravigliarono molto, che ogni giorno da un’infinità di memoriali venivano sollecitati alla delegazione dell’Arese in varie liti, di che ricercato una fiata se aveva posto fine alle commessegli, rispose: che erano troppo poche per tenerlo a bada. Eppure, oltre queste decisioni aveva molte altre occupazioni scabrose per il governo, alle quali badava attentamente per ordine del marchese di Leganes. In simili occasioni dove i domestici sogliono divenir insolenti, non si vide mai nella sua casa disordine o soperchieria alcune; e mi vien detto che avendo una fiata uno delli sei svizzeri di guardia del capitano di giustizia commesso non so che disordine, venne subito scacciato e cassato.
Il duca di Roano venne in quei tempi scacciato da’ Grigioni dalla Valtellina; morto poi il duca di Savoja si fece richiamar in Italia il principe Tomaso di Savoja, e si mandò il conte Biglia co’ contanti per tener i Grigioni in lega collo Stato di Milano, e si fecero varie levate in Alle magna. Ed il marchese di Leganes si trasportò all’espugnazione di Breme, che conquistò, dove il duca di Crequì morì con palla di un sagro (031), mentre con sei soli cavalli era andato a scoprire con un cannocchiale l’esercito spagnolo, e dove si segnalò il conte Ferrante Bolognino col suo terzo, e lasciatovi 1500 fanti col necessario sotto il governo di don Carlo Sfondato, se ne ritornò a Milano glorioso d’aver in sì poco tempo fatta un’impresa riputata per altro impossibile, od almeno faticosa e lunghissima.
Vennero i Francesi molto scemati e gli Italiani sempre più fortificati, perché si ricevettero nello stesso tempo un reggimento di cavalleria Napoletana sotto la condotta del duca di S. Giorgio, figlio del marchese di Torrecusa di casa Carraccioli, e due terzi d’infanteria sotto i mastri di campo Pompeo Genaro ed Achille Minatoli, tanto rinomato nelle ultime rivoluzioni di Napoli, e del quale parla il duca di Ghisa nelle sue memorie delle cose di quella guerra (032). Essendo venuto in Italia il cardinale della Valletta, invece del defunto Crequì, non ostante però il Leganes assediò Vercelli nella cui oppugnazione nel principio rimane ucciso da un colpo di sagro il mastro di campo conte Giulio Cesare Borromeo nipote di san Carlo. E come il cardinale della Valletta marciava al soccorso di questa piazza, il Leganes fece radunare un corpo d’esercito sotto il comando del cardinal Teodoro Triulzi, principe di molto rilievo, che lasciato aveva in sua assenza al governo di Milano. L’Arese in tal congiuntura accelerò la venuta di 800 Svizzeri, che arrivarono a tempo. Non ostante però questi preparativi entrarono 800 fanti francesi in Vercelli, per lo che arrabbiato il Leganes fece impiccare due alfieri di cavalleria, uno della compagnia di don Diego Manasses, e l’altra di fra Vincenzo dell’Amara, ma non bastarono perché Vercelli fu costretta ad arrendersi il 5 luglio uscendone 2500 soldati.
Come questa perdita cagionò molto spiacere nell’animo della duchessa di Savoja, si dolse molto di questa rottura degli Spagnoli quali per non esacerbare il popolo del Piemonte, e per non ingelosire i principi d’Italia incaricarono l’Arese di fare un manifesto, nel quale egli dichiarò; che era il fu duca concorso co’ Francesi a danno dello Stato di Milano, avendoli ricevuti ed introdotti in molte piazze del Piemonte di gran gelosia agli stati del re cattolico; che perciò si erano veduti obbligati ad assicurarsi dalle invasioni de’ nemici; che aveva dato soccorso a’ Francesi alla giornata di Pamperduto; che si era preso Vercelli non per torre il suo al duca di Savoja, ancora pupillo benché gli acquisti fatti a buona guerra siano leciti, ma per impedire che i Francesi sotto pretesto d’amicizia non vi si fossero annidati. Il re di Spagna gran re, signore di molti regni non abbadare ad un picciol podere d’un principe di Piemonte. Che sarebbe sempre stato pronto a restituir il tolto mentre da’ Francesi venisse fatto lo stesso dell’usurpato ai principi dipendenti della casa d’Austria. Fece poi il marchese di Leganes pigliar Poma (033) tra Casale e Valenza. Successa frattanto la morte del primogenito de’ giovani duchi di Savoja, si sollecitò il cardinal Maurizio di Savoja d’avvicinarsi al Piemonte come il più prossimo alla successione, sendo nello stesso tempo confirmato il marchese di Leganes al governo dello Stato di Milano, che condottosi verso l’Alessandrino co’ varj capi s’abboccò col cardinale a cui diede un esercito, rimasti di concerto di far venire in Italia da Fiandra il principe Tomaso, che arrivò incontrato dal marchese di Leganes e varj capi Spagnoli, che vi fecero intervenire l’Arese per trattare come della stessa lingua col principe Tomaso, che andò poi a Vercelli. Si prese poi Saliceto luogo presidiato da 30 francesi, poco distante da Cengio dove morì don Marino d’Aragona colpito da moschettata che fu preso, e Civasso sorpreso dal principe Tomaso, come altresì Ivrea, e tutta la Valle d’Aosta ed indi Verruca e Crescentino, Villanuova d’Asti, Moncalvo, la città d’Asti, Trino, Sant’Ia (034), Cuneo e nizza, anzi sorpresa la stessa città di Torino dal principe Tomaso.
In tutte queste emergenze l’incumbenza di tutte le scritture era data all’Arese. Se vi nascevano difficoltà si ricercava il suo parere; già prevenuti gli Spagnoli delle sue belle qualità e de’ suoi meriti, e crescendo sempre di più in più le belle operazioni e la fama sua, fu da Filippo IV creato questore del magistrato ordinario il 29 settembre 1638, e qui quasi plenipotenziario del marchese di Leganes disponeva buona parte del civile e quasi tutto il militare. Si stabilì poi la tregua in Piemonte, la quale fu male intesa alla corte di Spagna; ma l’Arese rimostrò al marchese di Leganes che agli ardenti bollori della inquietezza francese non v’era miglior opposto che la flemma spagnola. Che non si doveva porre in disperazione quel nemico che non poteva ricevere maggior nocumento che dalla speranza. Potersi nella sospensione d’armi fortificare le piazze acquistate intorno a Casale, cingerlo alla larga, ingrossar l’esercito per assediarlo da vicino, ed ordire alcuna intelligenza per impossessarsene dadovero, e conchiuse non esser ben inteso il dar gelosia a principi italiani d’armarsi, ed in tal modo farli arbitri di tutte queste differenze, se prima non si apprestavano forze bastevoli a pararsi i fastidi che possono dare da questi coll’appoggio francese. Intanto il principe Tomaso ed il cardinal Maurizio si fecero conoscere in Torino per reggenti del duchino nipote, secondo la patente dell’imperatore Ferdinando II, pubblicata alla presenza del presidente Bellone capo del senato di Torino. Il cardinal della Valletta chiese il passo per seicento fanti compresi nell’accordato; onde gli Spagnoli che avevano mira a Casale per ritardo dell’effetto spedirono il marchese Sfondrati ed il marchese Verzellino Maria Visconti, quali fecero nascere varie difficoltà. Il conte Galeazzo Trotti cavaliere di gran virtù, padre del conte Antonio Trotti oggidì vivente, cavaliere del Tosone, e di gran virtù, e lodevolissime qualità dotato, maritato alla sorella del marchese Litta, nipote del fu cardinal Litta, passò nel Monferrato per quartierar soldati. S’accordarono poi i Grigioni col marchese di Leganes che fece fare tutte le scritture all’Arese delle cose di che si doveva convenire, e l’Arese ridusse i Grigioni a varie cose buone ed utili al partito spagnolo, e svantaggiose a que’ popoli ma in modo però che sembrava il contrario (035). Appena era uscito da questi imbrogli l’Arese che si vide imbarcato in maggiori, posciachè al rifiuto di lasciar entrare i seicento fanti francesi in Casale, adirato il re di Francia spedì al marchese di Leganes il signor di Marnei, al quale fece sempre rispondere dall’Arese che bisognava in cosa sì scabrosa giocasse di scaltrezza, perché si trattava di trovar mezzi e difficoltà per non mantenere la promessa fatta nell’accordo, nel che riuscì meravigliosamente trovando l’espediente di trasmettere la commissione al Gatto ed al marchese Verzellino Maria Visconti, affinché l’effetto s’andasse prorogando senza venirne ad un rifiuto aperto e manifesto. Venne poi in Italia il marchese della Fuentes ambasciatore del re di Spagna appo i principi d’Italia, che si trasportò alla sollecitazione che l’Arese fece al marchese di leganes in Torino per addormentar con promesse il principe Tomaso. Spirò la tregua e si cominciò la guerra. Il conte d’Arcourt, che venne a comandar l’esercito francese invece del cardinal della valletta che era morto, pigliò Chieri. E la duchessa di Mantova spedì a Milano il conte Gabionetta per dolersi de’ disagi che soffrivano i suoi sudditi da’ soldati spagnoli, al quale fece il Leganes rispondere in varj congressi dall’Arese, che era pronto a ritirar la soldatesca quando i Francesi farebbero il simile; e per addolcire l’anima di quella principessa si mandò ordine a’ soldati di vivere con buona regola. La Spagna offrì poi una tregua di sette anni che veniva abbracciata da tutti, ma il marchese di Leganes ne impedì la conchiusone, tenendo sicura la presa di Casale, all’assedio del quale si portò con gelosia grande de’ principi d’Italia, ma venne bentosto rotto e disfatto dal conte d’Arcourt, che sforzò le trinciere ed uccise buona parte dell’esercito. Per il che il marchese di Leganes conoscendo d’aver bisogno di nuove forze ordinò la levata nello Stato di Milano di due terzi d’infanteria nel paese, che sarebbe pagata sotto il comando di don Filippo Sfondato, ed avendo portato l’Arese a farne ricevere il comando anche a suo fratello il conte Lodovico Arese. Il conte d’Arcourt assediò Torino, dove il marchese di Leganes tentò di dar soccorso in varj modi e con angustiar il campo francese, e con attaccarlo nelle linee che pria fatto aveva riconoscere dal conte Bigli li 11 luglio, ma tutto fu invano. Fu in quel tempo che fu inventato di mandar lettere dal campo alla città e dalla città al campo in certe palle di cannone, che furono perciò chiamati i corrieri. Si trovò altresì un’invenzione di mandar con certe bombe fino a dieci libbre di polvere nella città per volta. Ed è allora che fu ucciso un capitano di cavalleria tedesco, che spogliato fu conosciuto per donna, cosa tanto famosa nella storia di quei tempi (036). Torino fu preso e successero varie cose che si possono leggere nelle storie. In tutto questo tempo tutte le cose di conseguenza venivano date alla considerazione dell’Arese, mentre gli altri ministri stavano all’erta in campagna al suono strepitoso di oricalchi (037) e tamburi guerrieri. Le relazioni che si mandavano in Ispana, sia di fatti seguiti, sia d’accordi fatti o di riflessioni politiche o di contezza delle cose, e delle disposizioni dei principi vicini, tutte venivano ordinate dalla penna erudita dell’Arese.
Così terminato l’anno 1640 con varie novità, tanti rumori e tante minacce alla ventura stagione, interessati quasi tutti i principi dell’Europa e massime quei d’Italia nelle turbolenze universali, e particolarmente in quelle del Piemonte, non mancavano delle maggiori sollecitudini per allestirsi ad offendere e difendere quegli Stati che potessero servire di maggior sostegno alla loro autorità e grandezza. Sovra tutti i principi di Savoja ed il marchese di Leganes, che veniva d’esser battuto avanti Casale, e sforzato a ritirarsi dal vicinato di Torino, senza poter fare la minima cosa per distorre i Francesi da qull’assedio, s’apposero a preparativi per la futura campagna, benché desse il marchese di Leganes segni di non volere che stare sulla difensiva, giacchè si spogliava de’ soldati veterani che aveva, cassando e riformando molti svizzeri, che militato avevano sotto lo stendardo austriaco in Lombardia nel mentre di queste guerre, quantunque avuti con istento, com’egli stesso sapeva, da’ cantoni Elvetici. Avendo in ciò tanto più fatto male, quanto che si susurrava di già dappertutto di qualche incamminamento segreto all’aggiustamento dei principi di Savoja colla cognata, da che doveva prevedere che quelle stesse armi che allora gli erano congiunte, gli sarebbero poste di mira all’incontro per danneggiare lo Stato di Milano che gli era stato commesso. Mentre però che in ogni lato rumoreggiavano gli apparecchi di guerra, e combattevano assieme i consigli colle diversità delle opinioni secondo quel detto, “Tot capita, tot sensus”, ognuno intento al fatto proprio non tralasciava d’investigare i partiti più convenienti per dar sicurezza bastevole a’ suoi disegni.
I Francesi per la potenza del loro regno allora tutto unito ed armigero, più riguardevoli d’ogni altro attendevano a rinforzar le truppe con nuove levate e rimesse di genti. In Delfinato e Provenza si riunivano soldatesche per soddisfare alle istanze del conte d’Arcourt, e continuar la guerra d’Italia; ed ogni altra provincia con ajuti di genti o soccorsi di denari concorreva a soddisfare i desiderj del re loro signore.
E gli Spagnoli nello Stato di Milano, esausto ormai per tante guerre, piuttosto per dar sollievo ai sudditi, si regolavano le soldatesche come ho detto qui sopra, che si accrescessero le truppe, e lusingando sempre il principe Tomaso con nuove promesse e nuove speranze, si studiava di mantenerlo del loro partito, e divertirlo e frastornarlo da quelle risoluzioni alle quali per negligenza di varj ministri si temeva doversi apporre (038).
Veramente i maneggi dell’aggiustamento tra la duchessa di Savoja e i principi suoi cognati erano stati principiati, e seguivano tuttavia alla gagliarda, ma vennero impediti dalla diffidenza che gli uni avevano degli altri. Il marchese di Leganes, che veniva avvertito di tutto, era sempre in conferenza coll’Arese per discorrere de’ mezzi d’inspirare la diffidenza, e scrisse tanto in queste materie l’Arese, e ne compilò tante ragioni, che faceva sempre co’ suoi scritti, che il Leganes mandava al cardinale di Savoja e il principe Tomaso, faceva, dico, vacillare quanto già sembrava esser corroborato, e lungi dal pericolo di diroccare. Chiedeva il principe Tomaso la partecipazione al governo dello Stato del duca suo nipote, il possesso delle terre e provincie da lui acquistate nel Piemonte, ed il comando dell’esercito confederato in Italia. Ma non veniva acconsentito al primo ne all’ultimo dalla duchessa, che approvava il secondo col titolo però di solo governatore a nome del nipote. E la Francia poso si curava dei due primi, rifiutando il terzo, offrendogli però un esercito od in Francia od in Germania, ma persistendo tutti nella propria opinione, tutto rimaneva svanito. L’Arese che sapeva, e che veniva ragguagliato di tutto, ingelosito in sommo grado, che non ne seguisse l’accomodamento, instava appo il marchese di Leganes di porvi rimedio, sicchè trovò per divertirlo di doverlo trattenere con buone speranze di consegnargli un esercito indipendente, a che però non era bene di accondiscendere per non complire all’interesse dello Stato di Milano il fidar un esercito all’arbitrio di principe confinante, avido di gloria e di stabilire la sua casa. L’Arese dava tutte queste istruzioni, ma per palliate d’apparenze che fossero, venivano però conosciute dal principe, che era scaltro ed acuto, quantunque le dissimulasse per vantaggiar meglio co’ Francesi le sue cose, a’ quali non complendo d’aver per nemico un principe di tanta esperienza nella guerra, benché sfortunato, gelosi che non venisse soddisfatto dagli Spagnoli li avrebbe prevenuti cogli effetti. Ma come non comlpliva al detto principe per i trattati che aveva cogli Spagnoli, e per tenerli all’erta di mostrarsi totalmente spicciato de’ Francesi, spedì in Francia dopo essersi abboccato a Nizza col cardinale Maurizio suo fratello, il conte Broglio ed il cardinale l’abate Soldati per rappresentare le giuste loro ragioni, e tenr vivo quel negoziato che poteva, se non riusciva, dar almeno effetto all’altro maneggiatosi cogli Spagnoli. Prevedeva bene l’Arese che non facevano i principi che per assicurarsi meglio co’ vantaggi dell’uno o dell’altro partito, perciò faceva nascere mille intrighi, da’ quali venivano imbrogliati, anzi seminava fra partigiani della duchessa, che gli Spagnoli non volevano far molto a pro de’ principi, e ciò affinché si tenessero i Francesi riserbati nelle promesse, e ch’essi rimanessero costretti di star uniti a Spagna. Frattanto, quantunque applicato a’ maneggi, non lasciò però di pensare ad accasarsi per poter avere qualche degno rampollo della sua famiglia; gettò l’occhio sovra la signora Lucrezia Omodea, dama di nobili qualità e di singolar bellezza, figlia del marchese carlo omodei, nipote di Emili, le cui facoltà passano in proverbio. “Avessi tu l’entrata di Emilio Omodei”, e sorella del cardinale Omodei oggidì vivente, porporato di singolar bontà e pietà (039)
Frattanto prevenendo co’ meriti gli onori fu fatto senatore del senato di Milano il 29 marzo 1641, e nell’augurarlo di tal dignità fu dal signor Filippo Meda segretario del Senato fatto quasi un vaticinio de’ futuri gesti del conte nel modo che segue:
M.DC.XXXXI.
Conceptae maximarum rerum spei de magnifico Domino consulto, e comite Bartholomeo Aresio a primis usque auspiciis in capitalium prefectura maxima questura latum clavum optime rispondere, et ad summos honoris merito sane acceleratos, cursum contendi per paternos: ac avitos tramites a viro, cujus ingenium, et doctrina longe aetatem superat, gratulatus est senatus; audito regis deplomatis tenore. Sommo igitur applausu in aulam introductus: de more juratus in manibus magnifici propraesidis, atque gratiosis amplexibus exceptus, suo loco consedit.
Sigm.
Philippus Meda Secret.

Gareggiavano il conte in bene scrivere, e Leganes, e sua maestà cattolica in gratificarlo, che però nello stesso anno del 1641 il 17 di luglio fu fatto del consiglio segreto di sua maestà, e suo presidente del magistrato ordinario, dove continuò i suoi importanti servizi nel prevenire la difesa dello Stato ne’ tempi notoriamente difficili, e nella guerra con tanti vantaggi a’ regj interessi, che fu stimata ragione politica non rimuoverlo da esso tribunale, e forse non usciva d’indi, se al tempo della promozione alla presidenza del Senato non fosse stata incamminata la pace, come si dirà a suo luogo.
I Francesi ingelositi mutarono il governatore di Casale che era il signor della Torre, soggetto qualificato. E come il marchese di Leganes per sì infelice successo di Casale e di Torino era caduto non poco dal primitivo concetto appresso la corte cattolica, dove da’ suoi emuli veniva inoltre aggravato d’aver molto interesse nel ministero del denaro, fu richiamato in Ispana sotto pretesto di volerlo impiegare in quelle guerre, col qual modo venivano nello stesso tempo a dar qualche soddisfazione al principe Tomaso, a cui non gradivano le operazioni del detto marchese in sé stesso un poco troppo altiero, e con che riverdendogli la speranza di rimanere mediante questa partenza al comando assoluto delle armi, lo avrebbero indotto a sopportar le tardanze delle desiderate risoluzioni, né fissar il pensiero a ciò, che senaìza le debite soddisfazioni, avrebbe intrapreso. Fu in suo luogo eletto il conte di Sivella di casa Velasco, cavalier di Calatrava, consigliere del re, di nazione Casigliana; ch’era in que’ tempi ambasciatore a Genova, soggetto intelligente, grato però a’ detti principi di Savoja, ai Genovesi, e ad ogn’altro che aveva contezza delle sue azioni. Il governo delle armi fu conferito al principe Teodoro Triulzi, uomo di gran esperienza, e molto infervorato ne’ servizi del suo re; e ciò fecero gli Spagnoli non tanto perché lo conobbero atto all’impiego, come per consolare i Milanesi, mentre vedevano partecipare delle più importanti cariche a’ loro compatrioti. Era questo cardinale intrepido, e di grand’ardire, ed il lettore lo potrà vedere da una cosetta che fece alcuni anni dopo, che è. Ribellatosi il Portogallo al re di Spagna, mandò il vescovo di Lamego, ambasciatore appresso il papa, che era allora Innocenzo X di casa Pamfilia: gli Spagnoli s’opposero alla ricevuta di questo ambasciatore. Il cardinale Triulzi fu spedito a Roma ambasciatore straordinario di Spagna. Essendo introdotto all’udienza del papa, si lasciò intendere dalla parte del re di non ricevere il vescovo di lamego, che se il papa lo faceva, aveva ordine di dirgli tre cose. Una che il re di Spagna leverebbe il suo ambasciatore, l’altra che leverebbe l’entrate alla Dataria, e per terzo che gli dichiarava la guerra. Innocenzo X, uomo collerico ed altiero, che aveva rabbuffato l’ambasciator di Francia, e gli aveva detto che aveva centomila uomini sotto il suo letto, dove aveva molti contanti, sbuffando di collera a tai minacce prese il berrettino e lo gettò per collera a terra dicendo : “e deve un’Innocenzo udire cose simili”; e poi minacciò il cardinale di levargli il cappello, a cui il cardinale senza punto alterarsi rispose: “se V. S. mi leverà il cappello, il re mio signore me ne darà uno di ferro”. Di che arrabbiato Innocenzo per isprezzare il cardinal Triulzi, un giorno che ufficiava coll’assistenza di detto ardinale, come diacono, si lasciò intendere che il cardinale puzzava (e veramente qualche infermità lo rendeva difettoso nel fiato), il che intesosi dal cardinale allo stesso altare rispose, che il papa non meritava d’esser servito da un principe par suo. Questa digressioncina farà vedere lo spirito magnanimo del Triulzi, che mi dà motivo in questo stesso punto, se posso avere le memorie, di pubblicare la sua vita (040).
La mutazione di questo governo non tenne sopiti i meriti dell’Arese, perché oltre che già erano cogniti a varj ministri spagnoli che si ritrovavano nello Stato di Milano, il marchese di Leganes l’aveva raccomandato particolarmente al conte di Sirvella, come utilissimo al servizio della corona cattolica. Il che però non era necessario, stante la cognizione che il conte di Sirvella aveva della capacità dell’Arese, col quale aveva avuto piacere grande d’aver comunicazione, mentre si trovava nella sua ambasciata di Genova. E veramente si vide la buona opinione che aveva il conte si Sirvella della sua attitudine, posciachè non faceva mai cosa veruna che non partecipasse del parere dell’Arese. E come si vedevano i Francesi allestirsi d’uscir in campagna, fu stimato bene di provvedere congiuntamente col principe Tomaso alle cose necessarie, massime per la conservazione dello Stato di Milano, perlochè faceva di bisogno di aver sempre l’esercito rinforzato da poter attraversare l’imprese de’ nemici, perciò l’Arese portò il conte di Sirvella a spedir a Napoli il colonnello Pietro della Fuentes, ed in Germania don Diego d’Ogliavari a sollecitar soldatesca di rinforzo. E se bene il regno di Napoli sembrava esausto, siasi già per il soccorso dato e per le gravezze intollerabili dei popoli, fece però vdere col sussidio delle proprie vite e delle borse, che era non meno che un fonte sempre più ridondante, quanto più ne spande. In Firenze fu spedito il questor Francesco Mario Casnedi per negoziare qualche imprestito appresso il granduca col pegno di Pontremoli.
Questa grand’applicazione agl’interessi di Spagna non lo frastornavano però punto dalla cura che doveva avere della sua patria, e del sollievo de’ suoi compatrioti. Vedendo però le gravezze essere esorbitanti, sollecitò che fossero portate doglianze alla corte cattolica dal cavalier Carlo Visconti ambasciatore di Milano, quindi per consolare i Milanesi in parte oltre molti discarichi concessi a quello Stato fu dichiarato dal re, che non fossero astretti per l’avvenire que’ popoli che alla sola contribuzione de’ presidj ordinarj (041); che le rmonte della cavalleria non aggravassero i territori; che le compagnie del governatore di Milano alloggiassero dentro le città, e si pagassero nel modo osservato l’anno 1590; e che alla rassegna della soldatesca potessero assistere gli agenti delle comunità, affinché non venissero defraudate da’ capi le contribuzioni. Questo zelo che dimostrò verso la patria, nonostante l’applicazione a’ regj interessi, gli acquistò un affetto tra il popolo non solo della città di Milano, ma anche dello Stato, che veniva da tutti chiamato col titolo di padre della patria, con tanto suo contento, che da questa gratitudine restò sempre più inclinato a nuove operazioni (042). Il principe Tomaso per provvedere alla sicurezza del Piemonte, e con premura procurare l’esecuzione delle promesse di Spagna, portandosi continuamente alle cacce nelle valli del Ticino, si trasferì improvvisamente a Milano li cinque d’aprile, smontando in casa del conte Macerati. Saputosi dal governatore il suo arrivo, non tardò d’andarlo a ricevere per condurlo a corte. Essendo capitato in quella città in tempo che da’ cavalieri milanesi e spagnoli si preparava una corsa all’anello per onorare con tal dimostrazione d’ossequiosa allegrezza il giorno natalizio della maestà cattolica li otto aprile; volle anch’egli il principe Tomaso corrervi, eseguendo ciò con una disfida al marchese di Saracena con cinque altri cavalieri per parte.
Per ordine del governatore ebbe l’Arese varie conferenze col principe che non potè se non restar attonito dal vedere una persona d’età ancora assai giovane, sì attempata d’ingegno, di sapere e di politica. Quindi parlando un giorno al governatore si lasciò intendere che l’Arese era il miglior ministro di Spagna che fosse, non nell’Italia, ma forse in tutta la stessa Spagna, e che meritava una fortuna migliore anche di quella del cardinal Richelieu in Francia (043). Fra gli spassi che il principe si pigliava a Milano senza sospetto veruno di tentativi da’ Francesi, questi si voltarono ad Ivrea per torre con questa piazza ogni sostegno al principe. L’Arese conosciuto il valore del marchese Verzellino Visconti, maestro in Ivrea, d’onde era partito poco pria, e s’era trasportato in Milano per risanarsi di qualche infermità, lo sollecitò a partire con altri capi per difendere quella piazza, fidandosi molto sulla di lui esperienza, animo e prudenza, nel che certo può star al pari di qualsiasi cavaliere d’Europa. Reso vano e vuoto ogn’altro sforzo dei Francesi, si venne all’assalto, ma risospinti gli assalitori da una vigorosa resistenza, soccorsa la piazza, e fatta una diversione dalle armi spagnole, si abbandonò da’ Francesi la piazza, e si diede respiro alle apprensioni che si aveva.
Verso il mese di novembre si udirono varj sussurri dell’incostanza del principe di Monaco, a che l’Arese avvertì il governatore di bandire, potendo il denaro in quelle penurie far mutar casacca a quel principe; ma affascinati tutti gli Spagnoli da fatale incredulità in cosa di tanta importanza, ne trascurarono i preservativi rimedi. Quindi la notte precedente ai 18 novembre, avendo il principe scarcerati certi prigionieri, che aveva apposta fatto imprigionare per servirsene in tal occasione, avendo loro rimostrata la cagione della loro carcerazione non per castigo d’alcun misfatto, ma per prevalersi delle loro destre nello scuotere il giogo Spagnolo, e per rimettere il loro principe naturale nel suo Stato, gli esortò a secondarlo in un’impresa sì gloriosa, e ad imitare il suo esempio, poiché la prima vittima da consacrarsi quella notte alla loro libertà e del loro principe, cadrebbe svenata dalla sua mano. E perché s’accertassero che per la sua persona, per quella di suo figlio e de’ suoi sudditi non v’era altro porto di salute che quello di questa generosa impresa, mostrò loro una lettera intercettata, che il comandante Spagnolo scriveva al conte Sirvella governatore di Milano, nella quale minacciava il principe, ed il figlio di ceppi e manaje. E trovandoli tutti pronti ed infervorati all’esecuzione, distribuì loro armi a ciò già preparate. Assegnò al marchese suo figlio giovanetto di magnanimo ardire uno stuolo di trent’uomini ben armati; a Gerolamo Rei uno di venti, tenendone cinquanta appresso di sé, con l’istruzione segreta a cento settanta altri suoi sudditi di trovarsi pronti alle porte della città la stessa notte per introdurli in rinforzo. Il marchese col suo drappello si gettò improvvisamente nel corpo di guardia Spagnolo del castello, al posto di Seravalle, portandosi all’attacco con valorosa risoluzione, che colla morte di tre persone Spagnole, e col terrore degli altri, s’appoderò del posto. Il Rei sorprese agevolmente il corpo di guardia del palazzo, ed il quartiere vicino, mentre il principe nello stesso tempo co’ suoi investì il principale corpo di guardia dove incontrò sì dura ed ostinata resistenza, che replicando due fiate di tentativo, altrettanto fu rintuzzato l’attacco. Sì che per inanimire il principe i suoi seguaci postosi loro alla testa colla spada ignuda in mano, risoluto di vincere o marire, s’appose a guadagnare con vigore la vittoria che gli venne ceduta dopo una zuffa di quattr’ore con perdita d’alcuni ufficiali e soldati spagnoli (044).
Mostrò in tal zuffa prove mirabili di valore il capitano Cliente, capo del presidio, quantunque costretto dalla molteplicità de’ nemici e reiterati assalti a domandar quartiere. Occupati così i posti non tardò il principe ad introdurre nel castello cento settanta uomini scelti alla sua guardia, spedendo immediatamente un suo al signor di Carbone, gentiluomo provenzale, che aveva trattato per parte della Francia col principe per dargli contezza del successo, al quale, non ostante la confusione inseparabile da’ simili accidenti, scrisse una ben lunga lettera, chiedendogli il soccorso da esso promessogli in nome della Francia. Per il giorno seguente gli spedì il signor di Carbone con gran diligenza alcuni soldati del presidio d’Antibo (045), i quali entrarono opportunamente la mattina del 19 in Monaco. Posciachè il cardinale Maurizio di Savoja, saputa la cosa non più dall’incertezza e dubbietà di pubblico bronzeo e mormorio, ma da voci veritiere, ignorando però l’ingresso delle soldatesche francesi, spedì celeratamente alcuni de’ suoi gentiluomini al principe per disporlo a non ricevere nella piazza Francesi, con offerta in tal caso di totale e disinteressata assistenza. Rispose il principe come prematuramente disposto aveva di rimettere sé stesso e la piazza in potere della maestà cristianissima, e che perciò trovandosi allora abbastanza forte per effettuare questo suo già maturato disegno, voleva secondare l’antica sua inclinazione. E nel pronunciare queste parole si levò dal collo il tosone di Spagna, dandolo assieme colla libertà al capitano Cliente, come al più qualificato della truppa, acciò lo rimettesse nelle mani del conte di Sirvella governatore di Milano a cui scrisse, pregandolo di far tenere la collana al re cattolico.
Restituì poi alla condizione di prima tutti i prigionieri con indicibile cortesia trattando i feriti in tal occasione (046).
Quest’acquisto, che rallegrò altrettanto i partigiani di Francia, quanto attristasse quelli di Spagna, fu stimato il più oltraggioso alla sicurezza dello Stato di Milano, giacchè incomodava agli Spagnoli la navigazione, e riduceva col pericolo di Nizza in necessità i principi di Savoja di gettarsi nelle braccia della Francia; la cui frontiera si stendeva non poco, e s’assicurava per mare, imbrigliando i vicini porti; poiché Monaco è un principato tra Nizza e Genova, situato sulla sponda del Mediterraneo, nel quale ha un porto assai capace, comodo alla navigazione di Spagna in Italia. E’ composto di città e castello, fabbricato sovra un erto ed eminente colle, bagnato alle falde dalle onde del mare, col predominio che tiene del porto, città e paese inaccessibile per ogni parte, che per una banda. La città non tiene comunicazione alcuna col castello, se non col mezzo d0una linguetta di terra sterile e tortuosa, larga sette od otto piedi.
Si tennero varie conferenze dal consiglio segreto di Spagna in Milano per trovare qualche temperamento per ritrarre il principe da tante nocive risoluzioni e dannose imprese; ma sbigottiti dal successo, non sapevano que’ regj ministri a che appigliarsi. Sinchè svegliatosi l’Arese, ed avendo rappresentato che la disperazione era quella che aveva gettato il principe in simile risoluzione per mancanza de’ sussidi promessigli, trovò che si doveva allettare con più ampie promesse, a’ quali non si sarebbe fidato, se non gli fossero fatte da persona rilevantissima. S’acquietò il consiglio a questo mezzo, e ne diede l’incombenza al cardinale Triulzi, che fece offrire al principe, a nome del re di Spagna, settantamila scudi con altre più magnifiche esibizioni, le quali fatte fuori di tempo, e solo per necessità, vennero dal principe sprezzate.
La monarchia di Spagna da tante impetuose scosse d’armi civili e straniere agitata pareva traballante, e che minacciasse da ogni banda ruina. Il duca di Buglione era destinato al comando delle armi francesi in Italia, acciò stringendosi le pratiche d’accordo già ripigliate co’ principi di Savoja, inferire congiuntamente si potesse danno notabile allo Stato di Milano, o costringere i detti principi per forza alla riconciliazione colla corona di Francia, quando non avessero voluto prevenire la clemenza del re cristianissimo con volontario accordo, di cui la corte sperava dentro breve periodo infallibile il successo.
Gl’imbrogli del duca di Parma con Urbano VIII tenendo armati i principi d’Italia, si temeva che alla Francia non servissero per danneggiare gl’interessi spagnoli nell’Italia, perlocchè lo Stato di Milano sarebbe stato il primo, che avrebbero i Francesi invaso (047).
Accrebbe più l’apprensione quando si seppe la vicinanza del re alla Savoja coll’essersi trasportato a Lione, dove ragunato aveva le truppe, che trovò ascendere a quindici mila fanti e mila cavalli. Il governatore di Milano e tutto il consiglio segreto storditi gettarono l’occhio sul nostro conte che si addossò volentieri l’intendenza de’ ripari necessari.
Giunse nello stesso tempo avviso che il re francese aveva spedito al signor Commartino, ambasciator suo, appo gli Svizzeri replicate istanze per sollecitare la levata di quattromila uomini di quella nazione. A che agevolmente avevano acconsentito i protestanti.
Spedì subito il governatore per consiglio del conte al conte Casati ministro in quelle parti del re di Spagna, affinché con caldi uffici appo i Cantoni cattolici ne impedisse l’esito (048). Veramente ragunatosi il gran consiglio a Lucerna sovra la premure della Francia, fu maturato consiglio di concedere la levata, secondo portava la Confederazione, con quella corona, a condizione però che il vescovo di Basilea fosse reintegrato ne’ suoi Stati, e che quel Cantone ricevesse le paghe, delle quali rimaneva la Francia debitrice. Questi erano tutti mezzi suggeriti al conte Casati dal nostro conte, come altresì quello che pose in avanti per impedire la levata, il Cantone di Friburgo, di dare la neutralità alla Franca Contea di Borgogna, mentre il Commartino si spiegava non volere obbligarsi, che al contenuto della lega, ricevendo le altre proposizioni come semplici istanze degli Svizzeri.
Avvisato il conte dell’effettuazione del suo ripiego, stimò necessario di corroborarlo. A quest’effetto fece che il governatore facesse comparire in scena don Diego Saavedra, ministro di Spagna, che soggiornava allora in Milano, per rendere difficile e dubbiosa la conclusione di que’ maneggi, e raffermare i Cantoni cattolici nel primo loro proponimento. Fece perciò avvertirli, che esso Saavedra ricevuto aveva da Spagna la plenipotenza per accordare la cessazione d’armi, e la neutralità della Contea di Borgogna con esibizione di comparire nell’Elvezia colle dette facoltà, ogni qual fiata si stabilisse il congresso per questo trattato. Il Costa, agente della Contea, avvertito per consiglio del conte, premeva anch’egli nelle medesime diligenze per lo stesso effetto dell’impedimento della levata a titolo specioso, che i Francesi, non ostante la sospensione d’armi, promesse altre fiate per tai mezzi, continuavano nelle solite ostilità con incomodo e disagio grande di quella provincia. Ma tutto fu invano per non aver potuto il governatore di Milano effettuare il consiglio del conte per mancanza de’ denari, de’ quali la camera regia quasi vuota si trovava, avendogli il conte dato consiglio di accompagnare le operazioni con denari contanti, per essere quelli il più forte argomento, e la più fina retorica appresso quella nazione per persuaderla agli altrui compiacimenti. Ed in breve ne comprese il governatore la verità, posciachè ne’ Grigioni per mancanza di tai mezzi, fluttuante apparendo l’autorità spagnola, e ripieni que’ popoli incostanti d’alterazione grande per l’inosservanza delle promesse, spedirono ordine al capitano Alberini deputato loro in Milano, di chiedere licenza al governatore per il reggimento del colonnello Molino, quando prontamente non gli venissero sborsate le paghe, e accomplito alle promesse delle pattuite pensioni, onde, per riparare alla sopravvenienza delle minacciate novità, mandò il conte Casati, ambasciator di Spagna, il proprio segretario a Milano per procurare denari per renderli soddisfatti, ed ovviare all’imminente disordine. Agli ufficiali dunque del predetto reggimento, per consiglio del conte, furono sollecitamente provveduti, e sborsati quindicimila scudi a conto de’ decorsi, e per il residuo che ascendeva ad altri ventitrè mila dati loro altri assegnamenti, con che rimasero estinte non solo le proprie faville, ma disposti gli animi loro ancora a prender tutte le più favorevoli deliberazioni per la Corona di Spagna, proponendo al governatore di Milano la reintroduzione del presidio Grigione a spese della corona nel demolito forte del Reno (049), per assicurarsi che i Francesi colla nuova levata degli Svizzeri volgere improvvisamente non si potessero contro la Rezia, la cui offerta non venne ricevuta dal governatore, avendo il conte fatta vedere al governatore il dispendio inutile, che si sarebbe fatto senza sollievo, massime che le levate degli Svizzeri non potevano porgere ombra a quelle parti, giacchè s’incamminavano verso il Delfinato per entrare nella Catalogna. Posto indi di nuovo in maggior contingenza lo Stato di Milano, soggetto alle solite apprensioni degli attentati francesi coll’aggiustamento de’ principi di Savoja colla Francia, che ben vicino altra conclusione andava vaticinando, accresciute ancora le gelosie, ed i pericoli suoi dell’armamento del duca di Parma, risuonando per tutto le voci che fosse fatto di concerto colla Francia per procurare gli ultimi malori alla corona di Spagna nella Lombardia, benché in effetto non mirasse che a porre a ricovero le proprie fortune dagli animosi consigli de’ Barberini (050), fu stimata prudenza grande nel consiglio segreto di dare l’incombenza all’Arese di seguitare a travagliare alla indennità dello Stato, giacchè la sua applicazione, essendo grandissima, avrebbe fatto molto più anche (come veramente fece) di quello si potesse aspettare.
E frattanto essendo l’aggiustamento de’ principi di Savoja sul punto di conchiudersi, e l’apprensione della mossa delle armi francesi nel Milanese, diede l’Arese il parere al governatore, per accorciare le difficoltà per l’uscita in campagna, d’andare ad abboccarsi col principe Tomaso, da cui ricevette soddisfazione, che non tardò guari a mutarsi in aperto disgusto per essersi ritratto il principe Tomaso, sotto pretesto di non potersi alienare dal cardinale Maurizio suo fratello, già molto impegnato nell’accordo colla cognata. Pregno di molesto sentimento il governatore, e desioso di riparare i danni che venivano minacciati da’ Francesi, con imprudente consiglio ricercò al principe le genti del cattolico che teneva dentro Ivrea, significandogli d’averne bisogno per accrescere vigore alle proprie squadre, e valersene contro i Francesi che infestavano l’Alessandrino.
Più grato e concentoso suono di questo giungere non potea all’orecchie del principe, il quale senza ritardo condiscese a’ di lui compiacimenti. Non sì tosto penetrò l’avviso di quest’azione poco prudente, il nostro Arese, che si sentì toccare al vivo, presa indi la penna alla mano ne rampognò tacitamente il governatore, e gli diede nuovi consigli vergandogli una lettera del tenore seguente:
Lettera scritta dall’Arese al governatore di Milano
Illm°. ed Eccellm°. Sig. Sig. Pron. mio Colm°.
Ho sentito al vivo avere V. E. ritratto la guarnigione spagnola dalla città d’Ivrea. Il disegno di V. E. era di affievolire i principi di Saoja, e di ridurli così a quanto V. E. avrebbe stimato buono per il servizio di S. M., al che eglino sarebbero costretti, atteso le loro poche forze. Veramente questo disegno sarebbe stato buono; se il trattato de’ principi colla cognata non fosse stato sul punto, dove V. E. sa che è al presente. Ma le cose essendo come sono, quest’azione servirà loro d’accelerarli alla conchiusione, quantunque con non total vantaggio loro, vedendosi eglino che noi non li soccorriamo, anzi invece li denudiamo di quelle poche forze che avevano dato loro; e se V. E. farà maturo riflesso, troverà che V. E. li ha sbrigliati, e che possono correre senza ritegno a quanto potrà essere pregiudicevole al servizio di S. M. ed al ben pubblico di questo Stato. Sicchè a mio giudizio stimo dover V. E. reintrodurre l’uscita guarnigione, perché così saranno tenuti in briglia; e quand’anche s’aggiustassero poi colla cognata, questo sarà un impedimento di vedere i inoltrarsi nel nostro Stato le forze francesi, che s’impiegheranno alla ricuperazione delle piazze da noi occupate. Se V. E. rifletterà a quanto gli dico, troverà aver io ragione, e che gli discorro veramente colla qualità.
Di V. E.
Milano li 21 giugno 1642
Umil. Serv.
Bartolomeo Arese

Riconobbe il governatore dalle rimostranze della lettera dell’Arese, il grand’errore che aveva fatto, del che ne venne altresì ammonito seriamente dal cardinal Triulzi, e dal conte della Rocca, a’ quali aveva l’Arese scritto affinché procurassero di far ravvedere il governatore del fatto commesso; sicchè il governatore per riparare lo scorso, contramandò una porzione di quelle genti, acciò si restituisse dentro la piazza, dentro la quale per espresso comando del principe non le si diede ricetto a titolo specioso di non contravvenire a’ trattati stabiliti e concertati dal cardinal suo fratello con tale novità, e reintroduzione di presidio spagnolo nella piazza (051).
Sovra ciò ragunatosi a consiglio il cardinal Triulzi ed il conte della Rocca, si prese espediente di mandar a Nizza il consigliere aulico per ritenerli cardinale da più dannose risoluzioni per la corona, finita che fosse la tregua di quindici giorni. Con foglio in bianco ad Ivrea fu parimente spedito il marchese di Saracena generale della cavalleria con oblazione d’acconsentire a tutti i compiacimenti del principe, purchè non si traesse dal partito spagnolo. Risoluzione, che presa da principio, come aveva consigliato in una radunanza l’Arese, come allora fuori di proposito, ed intempestivamente si bramava ansiosamente d’aver effettuata, non avrebbe lasciato ridurre a tal contingenza in affare di tanto rilievo e di conseguenza maggiore agl’interessi della Spagna. Al governatore ritornò il 26 giugno il marchese di Saracena senza profitto, avendo impiegato a vuoto appo il principe tutte le premure delle rimostranze sue per rimetterlo nelle convenienze bramate dalla Spagna, immutabile egli nel proponimento dell’osservanza della sospensione, e di far passo alcuno senza l’approvazione e consenso del cardinal Maurizio suo fratello.
Da questo passo erroneo ne seguì l’affare di Nizza cognito a tutto il mondo, avendo il cardinal scacciato il Tutavilla, ed indi tutta la guarnigione spagnola da Nizza. Ed indi ne successe l’aggiustamento totale de’ principi colla cognata, dopo che chiesero agli Spagnoli le piazze possedute nel Piemonte; nel che vi fu chi opinò che si dovesse metter mano alla demolizione di quelle piazze ed applicarsi totalmente alla difesa dello Stato di Milano, la quale fosse per succedere tanto più vigorosa, quanto più rinchiusa e meno distratta. Il solo Arese impugnò con vive ragioni il parere, ed in particolare per non sapersi se il re l’avrebbe approvato, perché il demolire quelle piazze ed il ritirarsi alla difesa del Milanese, veramente la resistenza sarebbe stata più vigorosa, giacchè più ristretta, ma era altresì bene tener lontano l’inimico dallo Stato col mezzo di quelle piazze, massime che è massima ottima quella di non lasciar entrare la guerra nel proprio Stato, quando si può fare nello Stato altrui.
Frattanto, avendo il principe Tomaso mandato a Gattinara per la riscossa delle solite contribuzioni, ed essendogli state negate a titolo d’averle già sborsate al governatore di Vercelli, spedì porzione della sua cavalleria a saccheggiare e predare il paese, dando principio all’ostilità nello stesso tempo che i Francesi, dopo aver fatto danni notabili col ferro e col fuoco nell’Alessandrino, erano passati a Monti, luogo che per vicinanza di poco più d’un miglio dalla città di Valenza, metteva gran soggetto di gelosia a quella piazza, benché le forze nemiche non fossero sì possenti per temerne altro pregiudicio che la desolazione della campagna. Queste marcie incerte de’ Francesi facevano stare continuamente all’erta gli Spagnoli con i loro diversi terrori in tutte le parti del Milanese, assicurando ai Monferrini ed a Casale la raccolta del grano.