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PREMESSA
Chi si occupa di storia, in particolare di storia locale, ovvero
chi predilige l'araldica milanese o lombarda, la genealogia, in
diverse occasioni si trova a dover ricorrere al famoso Codice compilato
da Marco Cremosano nella seconda metà del Seicento con il
titolo: "Gallerie d'imprese, arme ed insegne de varii Regni,
Ducati, Provincie e Città, e terre dello Stato di Milano
et anco di diverse famiglie d'Italia con l'ordine delle corone,
cimieri, et altri ornamenti spettanti ad esse et il significato
de' colori, et altre particolarità, chè a dette arme
s'appartengono".
Al titolo vero e proprio, l'autore fa seguire subito dopo queste
indicazioni bio-bibliografiche: "di Marco Cremosano Reg. Coad.
del Not. Camerale nel Magistrato Ordinario - 1673". Sciogliendo
le abbreviazioni, apprendiamo pertanto che egli svolgeva la professione
di "regio coadiutore del notaio" presso questa importante
magistratura milanese, e che l'opera è datata dallo stesso
Cremosano.
Di lui, riferì per primo Luigi Argelati nella "Bibliotheca
Scriptorum Mediolanensium", edita a Milano nel 1745 (tomo I,
vol. II, colonna 498); venne dopo Giulio Porro Lambertenghi, sull'Archivio
Storico Lombardo del 1880, con un articolo intitolato "Memorie
storiche milanesi di Marco Cremosano dall'anno 1642 al 1691".
In tempi più recenti ne scrisse più a fondo Andrea
Borella d'Alberti, introducendo la riproduzione anastatica dello
stemmario, di cui tra poco diremo.
Da questi tre studi, ricaviamo che la famiglia Cremosano sarebbe
originaria del luogo omonimo, a mezza strada tra Pandino e Crema.
Agli inizi del secolo XV alcuni membri della Casata, dediti principalmente
alla mercatura e all'artigianato, si trasferirono a Milano, mentre
altri acquistarono beni immobili nella zona di Monza e Concorezzo.
Entrambi i "rami" familiari accrebbero ricchezze e prestigio,
coronando la loro scalata sociale con l'inserimento nel ceto ristretto
dei nobili, patrizi e notabili del Ducato. Il loro scudo gentilizio,
illustrato sullo Stemmario (nel frontespizio e sul foglio 67 del
secondo tomo dell'opera), è così blasonato dal Borella
d'Alberti: "bandato d'argento e d'azzurro, al plinto rovesciato
di rosso attraversante, posto in cuore"; "fervido cultore
della storia dell'araldica concernente il suo casato e le terre
del Ducato di Milano", viene dal medesimo definito il Cremosano.
Marco Cremosano apparteneva al "ceppo" brianzolo della
dinastia. Figlio del notaio e araldista Girolamo e di una nobile
Figini, nipote di Giovanni Battista Cremosano, l'autore dello stemmario
del quale andiamo discorrendo vede la luce a Milano, il 14 aprile
1611. Sposatosi con una nobildonna dei milanesi Seccia, ha un unico
figlio, chiamato Girolamo come il bisnonno, che si marita con Anna
Soncini. Tale unione non è allietata da nessuna nascita,
per cui la discendenza del Nostro, morto sempre a Milano nel 1704,
ha termine; come d'altronde, da almeno due secoli, l'altro ramo
di Monza e Concorezzo.
Alla realizzazione del suo monumentale stemmario, Marco Cremosano
si dedicò incessantemente dal 1672 circa, fino agli ultimi
suoi giorni (insieme alle "Memorie" sopra citate, recensite
dal Porro Lambertenghi - il manoscritto originale è andato
disperso, però ne rimangono due copie, rispettivamente alla
Braidense e alla Trivulziana -, si hanno vaghe notizie dei seguenti
lavori: un singolare "Trattato dei fiori", e una selezione
di fac-simili di sigilli da Giulio Cesare in avanti).
Lo Stemmario è un'opera assai consultata e utilizzata dagli
studiosi. L'originale si conserva all'Archivio di Stato di Milano;
nel 1997 il suddetto Andrea Borella d'Alberti, per conto dello Studio
Araldico Genealogico Diplomatico Italiano, della Casa editrice Illuminated
& Heraldic Books di Teglio (Sondrio) e dell'Accademia Italiana
di Araldica, ne ha curato la riproduzione anastatica in un numero
limitato di esemplari, 120, due tomi di grande formato (centimetri
43 x 30) racchiusi in elegante cofanetto ligneo, acquistati o acquisiti
da alcune delle maggiori biblioteche nazionali ed estere.
In Milano, a nostra conoscenza, ne posseggono copia la Biblioteca
dell'Archivio di Stato, la Biblioteca Nazionale Braidense, la Trivulziana,
la Biblioteca Isimbardi dell'Amministrazione Provinciale, la Biblioteca
Ambrosiana; a Como, la Biblioteca Comunale; in Firenze, la Biblioteca
Marucelliana).
Il primo tomo dell'opera (346 fogli manoscritti, disegnati e miniati)
si apre con una specie di albero genealogico del Cremosano, costruito
attorno ad un suo ritratto in ovale, "in età di 61 anni";
c'è poi un trattato di araldica, seguito dalle "imprese
dei Signori e Duchi di Milano Visconti e Sforza, dei principi Trivulzio,
stemmi reali, principeschi, di Cantoni Svizzeri, di numerosissime
Comunità e una panoramica sugli usi dell'araldica ecclesiastica,
accompagnata da vari contrassegni delle diverse dignità delle
gerarchie della Chiesa Cristiana Cattolica Romana" (Borella
d'Alberti).
A un primo elenco delle famiglie, con tanto di numero di pagina
di rimando per ciascuna, il Cremosano ne unisce un secondo, con
i nomi pure numerati: "Aggiunta d'altr'arme d'alcune familie
che non sono nell'antecedente tavola"; finisce con una terza
lista, senza numerazione di pagina, di "alcune famiglie d'altre
città, che si sono fatte fatte cittadine milanese
per la continua habitatione in Milano". Il secondo tomo (344
fogli) presenta a colori la strabiliante cifra di circa 8200 stemmi,
relativi alle Casate dei primi due elenchi.
Com'è evidente, si tratta di uno strumento di lavoro molto
importante e prezioso, non solo per chi si interessa e si intende
di araldica. Immaginiamo di scoprire affrescato o scolpito su una
parete di un palazzo di cui si ignorano gli antichi proprietari,
un certo stemma nobiliare: passando in rassegna le riproduzioni
del Cremosano, potremo scoprire a chi è appartenuto quell'immobile,
affinare la ricerca, e ricostruire la sua storia. Ovvero, potremo
appagare la nostra curiosità, abbinando a un determinato
cognome, l'insegna adottata.
Su questa materia, naturalmente non abbiamo solo il Codice Cremosano;
altrettanto valido per la conoscenza dell'araldica milanese e lombarda,
è per esempio il cosiddetto Stemmario Trivulziano (contraddistinto
con il numero 1390), splendida raccolta di duemila emblemi realizzato
nella seconda metà del Quattrocento, del quale lo stesso
Marco Cremosano si è avvalso per completare la sua opera,
pubblicato a cura di Carlo Maspoli dalla Casa editrice milanese
Niccolò Orsini de Marzo nel 2000; l'originale rappresenta
uno dei cimeli più prestigiosi della Biblioteca Trivulziana,
donde il nome.
Altro fondamentale stemmario utilizzato dal Cremosano, è
costituito dal cinquecentesco e tuttora inedito "Codice Archinto",
che di blasoni ne colleziona 5000, sostanzialmente ricopiando, integrando
e aggiornando i più antichi "trivulziani": già
nella Biblioteca del Conte Ottavio Archinto, ora si trova alla Biblioteca
Reale di Torino. Oltre che a questi due lavori, i principali, Marco
Cremosano attinse a numerose opere di araldica, manoscritte e a
stampa, molte delle quali oggi perdute o dimenticate; altre arme
originali riprodusse invece grazie a ricerche condotte in proprio.
Nella Galleria d'imprese di Marco Cremosano ("una delle
poche raccolte pressoché complete relative all'area delle
terre dell'antico ducato di Milano", secondo Andrea Borella
d'Alberti), l'elenco nominativo è suddiviso secondo un ordine
alfabetico del tutto particolare, e alquanto approssimativo. Per
ogni gruppo, l'autore prende in considerazione le prime due lettere
del cognome: per esempio Ab per Abbati, Ac per Acerbi,
Ad per Adami, Ba per Baldo, Be per Belani,
Bi per Birinzago, è così via.
La successione nei singoli raggruppamenti non procede però
in base a un ordine perfettamente alfabetico, cosicchè, per
trovare il cognome che interessa, occorre leggersi l'intero "blocco",
più o meno affollato.
Quando esistono stemmi diversi per lo stesso cognome, quest'ultimo
si ripete altrettante volte, distribuito qua e là nel gruppo.
Altro limite riscontrabile nel Codice, è il seguente: qualche
volta i nomi sono più o meno "storpiati"; quando
si verifica questa circostanza, per individuarli bisogna prendere
in considerazione varianti e somiglianze, lavorando di fantasia,
rifacendosi al linguaggio dell'epoca.
Ulteriori avvertenze: i nomi che cominciano per San, tipo
San Benedetto, non sempre si devono andare a cercare nel gruppo
che inizia con la sillaba Sa, bensì in quello che
comincia con Be (per comodità dei lettori, nel gruppo
Be noi abbiamo inserito entrambe le versioni: San Benedetto,
e Benedetto, con il San a seguire, racchiuso fra due
parentesi; stesso criterio è stato applicato altrove, nei
rimanenti gruppi).
Nello stesso gruppo Be troveremo inoltre i Del Bene: non,
come si potrebbe pensare, in quello che prende avvio con De
(anche qui duplice versione, come in precedenza). E ancora: siccome
nel Seicento si faceva largo uso della lettera H, premessa
a molti nomi, gli Annibaldi, per esempio, li rintracceremo nel gruppo
Ha, anziché in quello An. Così pure
i Giordani, come i Giustiniani, vanno cercati nei
gruppi Io e Iu, dato che Marco Cremosano, similmente
ai suoi contemporanei, scambia le due lettere iniziali, o meglio,
per lui, G, J ed I si equivalgono (mentre molti nomi
finiscono con la coppia: IJ, tipo Abondij o Acij,
per stare alle prime formulazioni che si incontrano). Attenzione
infine alla lettera U, nel secolo XVII graficamente equiparata
e talvolta posposta alla V.
Nell'originale, a ogni cognome della Galleria d'imprese si
accompagna un numero, che rinvia alla pagina dove si rinviene lo
stemma corrispondente. Nell'elenco da noi compilato, tale numerazione
non compare; trascrivere anche questi numeri, avrebbe comportato
un lavoro quantomeno doppio, che non ci siamo sentiti per il momento
di affrontare, rinviandone l'esecuzione a un prossimo futuro, se
ne avremo possibilità, quando si potrebbe addirittura realizzare
una rubrica, o indice, perfettamente alfabetici.
A un primo elenco, quello della Galleria, Marco Cremosano
fa seguire, ripetiamolo, una "Aggiunta d'altr'arme d'alcune
famiglie che non sono nell'antecedente tavola", e alla fine
"Alcune famiglie d'altre città, che si sono fatte cittadine
milanese": in ambedue i casi la regola è identica, diversa
da quella adottata inizialmente; qui i Casati sono classificati
e suddivisi in base alla sola lettera iniziale del cognome: sotto
la A troviamo sia gli Antelmo che gli Agioli, eccetera.
Come l'originale, anche la nostra trascrizione risponde a criteri
tutt'altro che diplomatici. Comunque sia crediamo - senza
alcuna presunzione, ma anche senza false modestie - di aver compiuto
un'operazione utile, non esaustiva ma utile (per quanto ne sappiano,
finora inesistente; in ogni caso non resa di pubblico dominio, a
disposizione di tutti); lavoro che evita, come stiamo per spiegare,
di recarsi fisicamente all'Archivio di Stato di Milano o nelle poche
biblioteche che posseggono copia anastatica dell'opera di Marco
Cremosano, al fine di verificare l'esistenza del tal nominativo
e stemma di famiglia: spesso, purtroppo, con risultati negativi.
Se al contrario il nome che cerchiamo c'è, visiteremo quelle
sedi, e a colpo sicuro, con un rapido esame potremo vedere e far
eventualmente riprodurre l'emblema in questione.
Per rendere accessibile a chiunque questa nostra semplice ma non
lieve fatica, abbiamo deciso di inserirla on line, in rete,
su Internet, grazie all'ospitalità dell'amico Pierino Esposti,
Presidente dell'Associazione Culturale Zivido di San Giuliano
Milanese, proprietaria del sito omonimo, che ringraziamo per la
cortesia accordataci.
Dott. Sergio Leondi
Milano - Linate, 11 Ottobre 2004
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