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Gli ultimi decenni
del dominio sforzesco
Negli anni Settanta del Quattrocento si era delineato il tentativo di
affermazione piena, quasi regia, del duca Galeazzo Maria Sforza, con sistemi
di governo nuovi, energici, accentratori. Ma nel giro di pochi anni si
era anche manifestata lirrealizzabilità del progetto, per le forti
resistenze che esso incontrava. Anche la famosa congiura del 1476, in
cui Galeazzo Maria aveva trovato la morte, non è da vedere come il gesto
irragionevole di alcuni sconsiderati , ma come frutto di un disegno condotto
con un largo coinvolgimento di esponenti di spicco dellaristocrazia
milanese, e nel contesto dei più complessi problemi dellintero equilibrio
italiano (di lì a poco il regime mediceo a Firenze veniva scosso gravemente
dalla congiura dei Pazzi). Momento cruciale, questo della congiura, perché
si manifestava in essa, in modo drammatico, la difficoltà della dinastia
sforzesca a farsi riconoscere al vertice di un forte principato e al vertice
dei ceti dominanti nella società lombarda; e si manifestavano parimenti
le difficoltà di un sistema politico italiano che si fondava su regimi
spesso deboli e instabili (Fubini, 1978). La crisi, nei suoi aspetti più
gravi, fu per allora superata (come anche a Firenze). A Milano, dopo una
lunga lotta per la successione, che si protrasse per vari anni, si affermò
infine Ludovico il Moro; e si aprì anzi un periodo che apparve a molti
contemporanei uno dei più splendidi della storia della città. Come già
dopo lavvento di Francesco Sforza, pareva "che tutto fosse
accomodato per la pace notava un cronista e non altro si
attendeva che ad accumulare ricchezze, per le quali era aperta ogni via".
E Milano manteneva alto il suo prestigio di grande centro artistico e
culturale. La civiltà pittorica e artistica che questo volume illustra
per lo scorcio del Quattrocento si inseriva in un quadro che vedeva operanti
umanisti e letterati fra i primi in Italia. Leonardo, oltre che come pittore
scultore e architetto, era impegnato come ingegnere idraulico, inventore
di macchine teatrali per le feste di corte. La corte di Ludovico il Moro
e della sua sposa Beatrice dEste aveva la fama di essere la più
ricca e la più splendida della penisola. E fuori della corte, le grandi
famiglie milanesi rivaleggiavano con gli Sforza nelle committenze ad artisti
famosi, nellorganizzazione di feste e spettacoli, nel lusso dei
costumi e dello stile di vita.
In realtà i motivi della crisi politica che si era manifestata negli anni
Settanta non erano risolti. Dalle fonti (cronachistiche come diplomatiche)
degli ultimi due decenni del Quattrocento si possono ricavare facilmente
notizie sulla disaffezione dei sudditi, talora su un vero e proprio odio
de "li populi de Milano" verso il duca e verso la dinastia:
sentimenti che spesso si intrecciano ad altri, di ostilità verso la "gente
nuova" di cui gli Sforza si circondano. Era "gente nova e di
minimo essere", notava il Coiro; erano individui, scriveva il cronista
Ambrogio da Paullo, che "de una sorte vile e abiecta
per favore
del Moro erano fatti grandi. E aveva depresso li omini da bene de nobil
sangue di Milano per esaltare tale sorte"; gli uomini di umili origini
di cui anche il nobile giureconsulto comasco Francesco Muralto denunciava
le troppo rapide fortune (uomini di umili origini come del resto gli Sforza
stessi potevano essere considerati; e amava ricordarlo, fra gli altri,
Gian Giacomo Trivulzio, che usava chiamare il Moro semplicemente Lodovico
da Cotignola). Disaffezione di "populi" che non va intesa soltanto
come constatazione di una generica mancanza di consenso, o di una scarsa
popolarità di un regnante o di una dinastia, ma va intesa soprattutto
come segno di un profondo distacco fra governanti e governati, e soprattutto
del mancato coinvolgimento dei ceti dominanti nella gestione della cosa
pubblica; come constatazione quindi dellimpossibilità di attivare
meccanismi essenziali in campo fiscale e di ordine pubblico soprattutto
per il governo dello Stato; là dove viceversa appariva necessaria
la collaborazione fra principe e cittadini. Di qui la spirale di una politica
fiscale dura e impopolare, di scontri e frizioni con esponenti dellaristocrazia
milanese e lombarda; e il germogliare di aspirazioni verso altri regimi,
ad esempio verso un governo dei Francesi (come ricordano lo stesso Machiavelli
e altri testimoni dellepoca), che erano ritenuti capaci di "far
buona signoria", senza imporre tributi troppo gravosi.
La situazione era complicata dalle delicata situazione di Milano nel sistema
della politica italiana ed europea. Da un lato il Ducato era parte integrante
dellassetto politico della penisola, e di quel sistema dellequilibrio
che ne costituiva la caratteristica. E tuttavia, per la sua posizione
geografica sui confini, a ridosso delle Alpi, nel punto ove le
principali vie dEuropa verso lItalia convergevano e sincontravano
-, per il suo rilievo di Stato vasto e ricco, si trovava coinvolto, più
direttamente di altri Stati italiani, in un gioco che si svolgeva nel
più ampio orizzonte europeo, e da quel gioco era influenzato più direttamente,
subendone le spinte e i movimenti, in modo sempre più evidente nello scorcio
del XV secolo. Il Ducato di Milano, più di altri Stati della penisola,
si trovava a far parte di due sistemi, italiano ed europeo, che tendevano
a compenetrarsi, ma operavano ancora secondo regole diverse e non unificate.
Da ciò le difficoltà incontrate da Ludovico il Moro, e di qui ancora lo
stile spegiudicato e avventuroso che molti fra i contemporanei imputarono
alla sua politica, loscillazione fra alleanze diverse, lincapacità,
infine, di opporsi efficacemente alla minaccia francese. Queste difficoltà
rendono comprensibili le cause della crisi, la caduta cioè del Moro nel
1499. Crisi, in primo luogo, di uno Stato relativamente piccolo e privo
di forze proprie e di alleanze nello scontro con una grande potenza dOltralpe,
nellurto violento che il mondo politico italiano frammentato nei
suoi Stati regionali, e ora profondamente diviso, subiva da parte delle
grandi monarchie nazionali che si erano formate e che venivano definendo
un nuovo assetto europeo. Crisi, sicuramente, di una dinastia che, se
riuscirà a riemergere ancora in seguito, si troverà sempre in posizione
di debolezza e scarsa credibilità, più pedina di un gioco altrui che dotata
di forza propria e capace di un ruolo di protagonista. E crisi, anche,
di un organismo politico, di quel principato indigeno autonomo che durava
dagli inizi del Trecento, e che allora era stato considerato come lunica
forma di governo possibile per la Lombardia, mentre ora, segno significativo
del mutarsi dei tempi, la Lombardia sembrava destinata a trovare uno stabile
assetto politico solo come provincia di una potenza straniera.
Di fronte a queste circostanze la città di Milano si rivelava impreparata,
e relativamente inerte: soprattutto per la mancanza di un ceto dirigente
milanese capace di farsi ceto dirigente di una grande repubblica. Il fatto
che Milano fosse da due secoli retta da un principato che aveva
inevitabilmente limitato la partecipazione al governo dellaristocrazia
e aveva favorito la trasformazione della città da "dominante",
quale era stata fra XII e XIII secolo, in semplice capitale e "residenza"
della dinastia impediva ora quella identificazione tra le sorti
e le fortune "private" dei milanesi con quelle "pubbliche"
degli Sforza e della dinastia che avrebbero potuto produrre (come più
naturalmente si realizzava invece, per esempio, a Venezia e a Firenze)
un forte e organico coinvolgimento della popolazione nel governo dello
Stato: importantissimo elemento di forza, suscitatore di energie nei momenti
di difficoltà e di crisi, come appunto si vide negli stessi anni nelle
altre due città. Al momento della caduta del Moro, e poi nei decenni fra
la prima dominazione francese e lassestarsi del dominio spagnolo,
Milano mostrò non solo scarse possibilità di intervento, ma anche una
limitata partecipazione: lamentando le rovine e i lutti che la travagliavano,
ma senza avere la volontà e la forza di prendere iniziative. Il tentativo
di creare un governo provvisorio dopo la fuga del Moro, nella memoria
della Repubblica Ambrosiana, fallì subito, per il mancato riconoscimento
dei Francesi. I ceti dirigenti milanesi, se si trovarono sbalzati in primo
piano dal succedersi degli eventi almeno come interlocutori obbligati
dei potentati che si affacciavano in Lombardia -, non apparvero però capaci
di dar vita a una strategia complessiva di governo: conseguenza di unacquisita
e rassegnata consapevolezza che le sorti della città e dello Stato erano
nelle mani di altri, né vi era ormai spazio dintervento. Le grandi
famiglie non erano assenti, ma facevano una politica propria; ovvero,
con gli altri gruppi sociali, esprimevano occasionalmente "governi
provvisori", o "comitati daffari", per trattare con
i signori che si succedevano, senza riuscire a esprimere una volontà né
un progetto di governo di ampio respiro per una grande repubblica o per
un grande stato regionale. E una constatazione che numerosi cronisti,
letterati, politici contemporanei, esponenti di culture "urbane"
formulano in termini pesantemente negativi: i milanesi non sanno reggersi
da soli, manca loro una tradizione di governo e di spirito civico; essi
non sanno esercitare quel ruolo di ceti dirigenti di un grande Stato cittadino
a dimensione regionale come i cittadini di Venezia e di Firenze. E
una constatazione che in termini sdegnati esprime lo stesso Machiavelli.
Ma la secolare estromissione dal governo dellaristocrazia urbana
rendeva impossibile a Milano affrontare quelle difficoltà che risultavano
gravissime anche per le antiche repubbliche cittadine: di fronte a una
situazione del tutto nuova, in cui, con le grandi potenze straniere, "era
entrata in Italia una fiamma ed una peste che non solo mutò gli stati,
ma e modi ancora di governagli ed e modi delle guerre"
(Guicciardini, 1509, ed. 1931).
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indice
gli ultimi decenni del
dominio sforzesco
l'alternarsi
delle
dominazioni nei primi
decenni del Cinquecento
Milano
nell'orbita spagnola
la
Chiesa e la religione
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