Lombardia

 

Sforza Attendolo

di Massimo Fabi

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ALL'ILLUSTRISSIMO SIGNOR MUZIO SFORZA
Marchese di Caravaggio (1)

Lodovico Domenichi

Tanto è il desiderio, che io ho di piacere e di servire a V.S., e di acquistarne per ciò la grazia di lei, che di e notte sto intento ad ogni occasione, la quale mi si presenti per arrivare a questo mio lodevole intento, il quale è di maniera continuo ed officioso, che senza por mente alle nobilissime condizioni vostre, ed alla indegnità mia, tutto quello che può fare, benchè sia poco e vile, riferisce nondimeno all'idolo suo, che siete voi, Illustrissimo Signore, e crede anco indotto a ciò dalla sua verso voi infinita affezione, che debba piacere e gradire a voi, come cosa di pregio e di valore. Avendo io dunque letto la vita di Sforza capitano valentissimo e progenitor vostro, scritta elegantemente in latino dal molto reverendo monsignor vescovo giovio, e riputando farvi cosa grata, dandola a leggere ancora in questa lingua allo universale degli uomini Italiani, come che queste fatiche oggidì per l'infinito numero di coloro che si son posti a farle con assai poco giudizio, siano mal gradite, ho voluto ridurla nell'idioma nostro, acciocchè buona parte di quei che non posseggono il latino, traggano qualche frutto dalla lezione dei valorosi fatti di questo eccellentissimo guerriero. E benchè io sappia certo che a V.S. non fa punto bisogno tale interpretazion mia, per lo avere ella piena cognizione delle lettere latine, ho pensato però fargliene dono, come di cosa che a lei molto conviene per contenere la sua generosa origine fondata nella sola virtù, che è la propria e sincera nobiltà; e pervenuta poi al colmo della sua perfezione coi doni della fortuna, e colle grazie del cielo. Le quali essendosi oggi accumulate in lei, la fanno amare e riverire non pure da chi di continuo la vede, ma da coloro ancora che non l'hanno mai veduta. Or vegga V.S. quanto può il valore, che non pure colla vista de' suoi leggiadri lumi infiamma all'amor di sè stesso gli animi di quei che lo mirano, ma siccome il sole coi vivi raggi penetrando là dove mai non s'aggiorna empie il terreno di quegli spiriti ardenti d'amore ond'egli produce i cari frutti, così quello monda il divino suo splendore sì di lontano, che benchè di fuori nell'aspetto altrui non si dimostri; nondimeno dentro nella mente così chiaro fiammeggia, ch'ella ad amarlo e riverirlo s'accende. Nè solamente colla pura sua luce per glio occhi entrando nell'animo risplende, ma di lungi col suono della fama per gli orecchi giungendo nel cuore alteramente risuona. Il che, come che per antiche prove sia manifesto, io novellamente in me stesso il provo; imperocchè la vostra chiarezza, la quale già nota non tanto del favor della fortuna, il cui versò voi beneficio essendo in sè grande, ai meriti di tante e si rare vostre virtù è picciolo quanto dei nobilissimi doni dell'animo e dell'ingegno, non pure con sommo onore dappresso si riguarda, ma comunque ella riluce e giugne per fama, da tutti onorevolmente si vede ed ode. Avendo io dunque di questo mio verso lei riverente affetto fatto già testimonio per altri, quali è si siano scritti miei, porto fermissima opinione che non le dispiacerà punto vedermi continuare in esso anzi di buon cuore accettando questa mia seconda fatica si degnerà tenermi nella da me desiderata sua grazia, e dell'illustrissima signora Violante sua degnissima madre. Ed io farò qui fine umilmente baciando le mani di quelle. A. XX di luglio MDXLIX. Di Fiorenza.

PAOLO GIOVIO
Vescovo di Nocera
Al Reverendissimo ed Illustrissimo Monsignor
GUIDO ASCANIO SFORZA (2)
Cardinale di Santafiore, e Camerlengo della Chiesa.

Dappoi che voi e per gloria della virtù e per splendore della famiglia così singolarmente mantenete l'onore e la dignità del cardinalato, il quale a voi ancor ben garzone l'avolo vostro materno (papa Paolo III) con singolar giudizio, ma forse più per tempo che voi non avevate sperato, v'ha conferito; che ben parete degno d'assai maggior fortuna: ho giudicato che vi debba esser cosa molto grata, se a voi, il quale abbracciate la virtù con animo ardente, avessi aggiunto nuove facelle derivate dagli esempi de' vostri maggiori, e specialmente di Sforza bisavolo vostro, il quale con somma lode per le grandissime cose ch'ei fece, diede immortal cognome alla famiglia vostra. Perciocchè io con una diligente investigazione che ho fatto da diversi, e spesse volte goffi scrittori d'istorie, ho ridotto in un breve compendio i detti e i fatti di questo valorosissimo guerriero, acciocchè al suo ritratto onorato per la sua bellissima apparenza, il quale avendo dipinto in casa si spesso contemplate, ragionevolmente ancora s'aggiunga la sembianza dell'animo suo reale espresso collo stile alla sua vera effige. Sforzatevi dunque, monsignor Guido Ascanio, Sforzatevi dico grandemente colla virtù e collo studio delle lettere, d'agguagliare e di vincere la fama del sangue paterno e materno, e non vi paja molto difficile; perciocchè bella cosa sarà e molto onorata, che un uomo sacro fra così grandi lumi de' suoi maggiori, lontano dall'invidia abbia mostrato grandissimo splendore di religione e di lettere. State sano.

Sforza Attendolo
CAP. I Della nascita di Sforza
Nacque Sforza in Cotignola, terra antica della Romagna, appresso la via Emilia, del contado di Faenza: il padre suo ebbe nome Giovanni, della famiglia degli Attendoli, piuttosto onorata che nobile; la quale era però ricchissima, e molto fiorita per una gioventù numerosa e data all'arme. Sua madre si chiamò Elisa, donna d'animo virile de' Petracini, famiglia molto parziale: era costei di costumi infiammati ed aspri, ma d'una pudicizia e fecondità mirabile, perciò ch'ella partorì vent'uno figlioli, i quali siccome nati all'armi ella li allevò di tal maniera che facilmente sprezzavano i vestimenti ornati, le delicate vivande ed i morbidi letti; ed eran tutti volti con un certo valoroso vigore d'animo e di corpo a mantenere la riputazion della famiglia, e ciò molto spesso facevano coll'armi, perciocchè avevano capital nimicizia coi Pasolini, sì grandi come essi; conciossiacosachè Martino Pasolino capo di quella famiglia avendo arrogantemente intercetto una fanciulla nobile sposata per uno scritto di mano a Bartolo fratello di Sforza, perchè ella aveva in dote una grandissima eredità. Per questa cagione si azzuffarono più volte insieme quasi in giusta battaglia, e s'ammazzarono di molte persone, dove fu ferito Bartolo, e vi morì un figliolo di martino e due suoi parenti. Ma la cosa finì di questo modo, che Martino privo del figliuolo, e spogliato di tutti gli amici e delle facoltà, fu cacciato dalla Terra. Vedevasi in quel tempo nelle case degli Attendoli le sale e le camere non addobbate d'arazzi, ma di scudi, di corazze, e i letti grandissimi, senza coperte, nei quali dormivano a caso le squadre de' parenti armati, ed erano talmente tutti vigilanti e intenti, che senza ordine alcuno, mangiavano quelle vivande, le quali con poca spesa e con nessuna arte li erano apparecchiate innanzi dai mulattieri e dai ragazzi.

CAP. II Di quel che si ragionò del suo nascimento.
Vi furono alcuni, i quali ebbero a dire, ma ciò per piacere alla setta Braccesca, acciò che finalmente si rinfacciasse ai principi Sforzeschi la novità del sangue, che Sforza in un campo di suo padre aveva avuto la cura dell'opere; talmente ch'anco egli valorosamente maneggiava e i vomeri e le zappe lavorando di sua mano; e ciò malignamente pare che fosse finto, perch'essend'egli fanciulletto di tredici anni, se ne andò in campo di Boldrino, e quindi non ritornò che fu uomo d'arme. Ma a questa gioconda bugia fece fede di favola una fama continua, la quale passò ai discendenti. Perciocchè dicesi, che lavorando egli il terreno, e trovandosi stanco per la dura fatica, di quello vituperio di lavoro alzò gli occhi al cielo, e quindi aver pigliato voti di tutta la fortuna di sua vita, pregando in quella sorte Iddio che giela mandasse buona; e che subito scagliò la zappa sopra un'altissima quercia consacrata, com'è da credere, anticamente a marte, con questa deliberazione d'animo, che s'ella cadeva, egli con animo quietissimo l'avrebbe ripigliata per lavorar sempre, ma s'ella si fermava sui rami, egli subito sarebbe ito alla guerra. Ma la fortuna appiccò la zappa all'albero, per aprire la strada al destino. Gloriavasi di questa favola il duca Francesco suo pronipote (3), che massimamente per questo, il nome della famiglia sua non era fondato nel favore di antica nobiltà, ma di singolare virtù; talmente che avendo umanamente commesso che mi fosse mostrato il castello (4), che è il più maraviglioso che si ritrovi al mondo per l'eccellente fortezza e fabbrica sua, essendomi aperta la munizion dell'armi, rivolto a me con lieto volto, disse: Questa fortezza che ti fa stupire, e questo Stato che noi abbiamo, o Paolo Giovio, riconosciamo noi da quella zappa, quando per nostra felice sorte scagliata dal nostro bisavolo sull'albero, s'appiccò a quel fatal ramoscello. Onde ne nacque poi quel motto del Pontano (5), il quale temerariamente adoprava il dente contra i morti, quando disse: Sforza venne capitano dall'aratro. Quasi che non ritorni a somma gloria, o veramente s'abbia a vergognare coll'esempio di Cajo Mario (6), che d'aratore diventò imperatore d'eserciti.

CAP. III Dell'ascendente, genitore e nome di lui
Nacque in martedì, ai 28 di maggio nell'alba, l'anno di N.S. 1369, quasi in quel tempo che Carlo IV imperatore infame per avarizia abbandonò l'Italia (7); e quel dì che battezzandosi i fanciulli nel sacro fonte del battesimo, gli si mette il nome, posero nome al fanciullo Jacopo e Muzio: ma alquanto tempo dappoi, cancellatosi il primo nome fu solamente chiamato Muzio: infino a tanto che per un certo indomito vigore d'animo e di forze s'acquistò il sopranome Sforza. Questo nome di Muzio oggi si vede anco rinnovato nel nipote del duca Lodovico Sforza, il quale Giovan Paolo suo figliolo di tanta prole ha lasciato unico suo e legittomo figliolo (8).

CAP. IV Della divinazione degli astrologi
Avendo i matematici considerato nella natività di lui una eccellentissima positura di stelle, e stanze, e aspetti mirabili, gli predissero grande imperio, immortale gloria e fortunata prole, e finalmente gli soggiunsero che egli non sarebbe morto mai molto vecchio, ma di morte subitana (9)

CAP. V Della creanza e principio suoi.
Da quella creanza ch'egli ebbe in casa sua, siccome abbiamo detto, fatto disprezzatore delle ferite e dei pericoli, venuto all'età dei tredici anni, e dando una maravigliosa aspettazione di soldato, tolto secretamente un cavallo in casa, e contra il voler del padre se ne andò in campo a Boldrino Panicaglia (10), il quale era capitano generale delle genti del Papa: non fu in quel tempo capitano più avventurato di lui. Perciocchè mentre ch'ei visse essendo sempre stato vincitore in battaglia, dopo la morte ancora spesse volte intervenne alle vittorie e ai trionfi de' suoi soldati. Perciocchè avendo eglino secco ed imbalsamato il corpo morto del lor capitano, lo portavano attorno su una bara, giudicando che non vi fosse alcuno degno di succedergli nel generalato. Distendevasi per lui un padiglione non altramente che quando egli era vivo, e postigliall'intorno gli stendardi, gli si domandava il contrasegno di guerra, di maniera che felicemente si servivano de' consigli del morto alle imprese di guerra, pigliandoli quasi per una certa sorte. Stette prima al servizio d'un uomo d'arme spoletino, il quale per la collera fu chiamato per sopranome Scorruccio. Con costui stette quattro anni, usando sempre così ostinata contenzione d'animo e di corpo, che da ragazzo fatto domatore di feroci cavalli, e poi col nome di Laterone valoroso soldato; carissimo a Scorruccio fece sempre interamente il debito suo.

CAP. VI Della prima milizia di lui.
Dappoi ch'egli ebbe fatto il principio del soldo appresso Boldrino, se ne ritornò a casa, richiamato per la guerra delle parti. Ma quivi finalmente fatta la pace, ritornò alla milizia, avendo impegnata una possessione, per partirsi di casa bene in ordine di arme e di cavalli, dove i parenti suoi, eccetto il padre solo, biasimavano quella spesa: a cui rivolto il giovane disse: siate contenti di non volermi più riprendere, perciocchè o col guadagno del soldo rimetterò ogni cosa, o se pure se così sarà mio destino, ch'io rimanga morto in battaglia, l'eredità mia pagherà a pieno il tutto. Così dunque la prima volta uomo d'arme (tenevano in quel tempo gli uomini d'arme quattro cavalli) e non molto da poi capo di squadra, e finalmente d'una compagnia, militò con felice fama sotto Alberigo Broglia (11) e l'Aucuto (12), talmente che fu sempre giudicato degno di più grossa paga e di maggiore condotta.

CAP. VII Dell'altezza d'animo e desiderio di gloria.
Svegliavasi dì e notte udendo ricordare il nome dei capitani grandi, i quali inalzati allora per valore di guerra, avevano acquistato grandissime ricchezze e stati: talmente che nei cerchi degli uomini, quando veniva nuova d'alcuna prodezza fatta in guerra, quasi con animo sollevato sospirava, siccome quello che mosso da onesta emulazione più che mediocremente aveva invidia alla felicità loro.

CAP. VIII Di Giovanni Aucuto capitano inglese.
Stavagli più che gli altri dinanzi agli occhi Giovanni Aucuto inglese, il quale avendo menato dagli estremi confini dell'Oceano in Italia una banda d'Inglesi, era riuscito famoso: perciocchè prese per forza alcune città, aveva pacificato la Romagna, la quale s'era ribellata da papa Gregorio, ed in premio del beneficio che gli aveva fatto, aveva ricevuto cinque terre, e fra quelle Cotignola patria di lui: ed era poi in tal maniera diventato illustre, che Barnabò Visconti, il quale era allora il maggior principe d'Italia, l'aveva fatto suo genero, e finalmente i Fiorentini l'avevano creato capitano d'un esercito grande. Onde a lui come a benemerito della repubblica, fecero sopra il sepolcro suo, nella Chiesa maggiore (13), una statua a cavallo.

CAP. IX Di Broglia, Biordo ed Alberigo capitani grandi.
Ed anche Savoino (14), fondatosi molto sul valor militare, si era fatto signore della città d'Ascesi (15) nell'Umbria (16), essendo stato capitano de' Fiorentini e del Papa. E parimente Biordo, il quale con grande stipendio e con molto maggior laude aveva guerreggiato in Francia contro gl'Inglesi, si era insignorito di Perugia. Ma sopra tutti gli altri Alberigo Barbiano (17), chiarissimo per illustre splendor di gloria, infiammava e lui, e tutti gli Attendoli a seguitar la guerra. Perciocchè egli solo mosso a sdegno che le nazioni straniere con armi mercenarie travagliassero l'Italia, e che per tutto con rabbia crudele imperversassero, aveva sollevato gli animi degli Italiani, i quali allora per dappocaggine, e per aver perduto la libertà eran caduti dall'antica gloria di guerra, in speranza di racquistar nome. Furono sotto il governo di lui di grosse bande d'uomini d'arme, le quali militando a nome di S. Giorgio indotti per giuramento, avevano congiurato insieme di non voltar mai le spalle ai nemici stranieri. Da costoro finalmente in più d'un luogo vinti i Brettoni, morti i Francesi, cacciati e vinti i Tedeschi, rotti gli Spagnuoli e spenti i Savoini, e gl'Inglesi con giusta confessione mostrarono ch'appresso gl'Italiani non era spenta affatto la riputazione dell'antico valore.

CAP. X Come Alberigo fu quello che ritrovò gli uomini d'arme.
Questo è quell'Alberigo, il quale formò e mise in ordine l'uomo d'arme in quella foggia che veggiamo, avendo ritrovato questa sorte di celata chiusa e doppia, che oggi usiamo molto, e che con vocabolo gotico chiamiamo elmetto; pose anco le coperte ai cavalli, le quali si chiamano barde, di cuojo cotto, per imitare, lasciate le corazze, i cavalieri clibanarj (18), passati dai Persi ai Goti prima che agli Italiani. Perciocchè cosa non v'è più forte di questi, se di consenso pubblico si levassero via le artiglierie di bronzo, le quali furono ritrovate a distruzione del genere umano e a corruttela della vera milizia; poi ch'oggi la riputazione d'un singolare valore più non si attribuisce a una forte e valorosa mano nelle dure battaglie, nè a uno invitto vigore d'animo e di corpo, ma per una cieca sorte e per una spesse volte in questi temeraria fortuna ai colpi fortuiti delle palle volanti.

CAP. XI Del soprannome ch'egli s'acquistò per effetto.
Trovandosi egli in campo d'Alberigo quasi sbarbato, d'animo feroce e valente di mano, e spesse volte fecendo quistioni e brighe, nè volendo patire ch'alcuno gli entrasse innanzi in battaglia, l'acutissimo generale osservò in lui la dipsosizione dell'animo e del volto; e predisse che s'egli non moriva anzi tempo, e avesse temprato un poco colla prudenza la furia dell'animo ardente, avrebbe avuto nome di capitan perfetto. E non molto dappoi nata una quistione fra soldati nel partir della preda, s'acquistò un soprannome immortale; lamentandosi egli fuor di modo ch'ella non si compartiva egualmente; perciocchè essendo stata rimessa tutta la lite nell'arbistrio del capitano, e da lui giudicata, rivoltosi ad Alberigo con sdegnoso e minaccioso volto gli disse: Con cotesto vostro giudicio, signore, mi è levata a torto la parte che mi vien della preda, di maniera che io non sarò mai per sopportare nell'avvenire simile ingiuria. A quelle parole rispose Alberigo con volto arruffato, e quasi che ridendo: vorrai tu forse, o giovane, come sei uso fare agli altri a me usare anco forza? Pigliati dunque il nome di Sforza; e così, cancellatogli il nome di Muzio, comandò che fosse chiamato da tutti Sforza, la qual parola in latino significa violento.

CAP. XII De' suoi compagni alla guerra.
Menò fuor della patria sua una banda di valorosa gioventù, accresciuta poi col concorso dei singolari cavalieri; perciocchè tutti i più valenti soldati per speranza d'onore e per desiderio di guadagno andavano a trovarlo. Tra questi furono del numero dei parenti Bartolo e Francesco suoi fratelli: ma in Francesco fioriva una maravigliosa aspettazione, il quale pel suo naturale ardire fu chiamato per soprannome Boccaletto; ed oltre questi Buoso, Lorenzo, Micheletto e finalmente Foschino Attendolo, con Santoparente Peracino figliuolo di suo zio, e molti altri, i quali dalle città vicine congiunti d'amicizia e di fazione, grandemente osservavano la fama del nome, il quale andava in lui crescendo. Quasi tutti costoro veggiamo famosi nelle storie. Ma molto illustre riuscì Micheletto, il quale accumulatosigli gli onori di guerra, di umil grado, finalmente capitan generale de' signori Veneziani, pervenne ai termini dell'età matura.

CAP. XIII Dei condottieri amati da lui pel loro valore.
Dei condottieri delle squadre, e delle compagnie amò grandissimamente, e con ragione di fraterna amicizia si congiunse quelli cg'erano più valenti di mano. Perciocchè usava di dire, che gli offici della guerra sono divisi fra il capitano e i soldati per acquistar vittoria; ricercando in quello sopra ogni cosa ragione e prudenza, e in questiespedite forze, animoso furore, e indomito valore. E per questo soleva egli grandemente schifare, e biasimare coloro, i quali nelle radunanze troppo sollecitamente e sottilmente disputando del modo della guerra e del fin delle cose, pareva che volessero consigliare e ordinare al capitan generale, quel ch'egli aveva da deliberare o da tentare. Ma poi essi più che volontieri fuggivano tutti gli offici aspri e pericolosi, e contenti del solo e vano nome di sapienza, agli uomini forti lasciavano materia di vera lode, i quali avevano imparato animosamente ubbidire a que' che comandavano, e gagliardamente combattere, e non temer ferite, nè morte. Di questo ordine amò ardentissimamente alcuni principali, Martino da Faenza, il quale pochi anno dopo fu fatto morire da Pandolfo Malatesta tiranno di Rimini, aspirando questo uomo crudele a' suoi denari, e avendo invidia alla crescente gloria dell'uomo innocente: oltre di questo Eustorgio Visconte, Lodovico Colonna, Tomaso da Città di Castello, e Scorpione, e Tarantola da Lugo di Romagna, e Zenone, e Crivello, e Parino da Tortona e Gentil Montarano, e Agnolo Lavello, il quale perchè era scilinguato fu per sopranome chiamato Tartaglia.

CAP. XIV Dell'amicizia ch'egli ebbe con Braccio.
Ora essendo egli di strettissima famigliarità congiunto con Braccio da Montone (19) quasi eguale a lui di età, di fortuna e di virtù, così fraternamente e liberalmente mantenne l'amicizia seco, che questi due, i quali avevano a venire i maggiori capitani di gran lunga di tutti gli altri che fossero in Italia, conferirono per alcuni anni insieme per uso comune pensieri, arme, cavalli, denari, e alloggiamenti: e portavano le medesime insegne e colori di sopraveste. Perciocchè ciascun uomo d'arme avea il sajo dall'arme partito a quarti dalla spalla destra alla coscia sinistra di colore incarnato; e dall'altra parte per traverso bianco e celeste fatto a onde. Ma accioccgè d'appresso vi fosse qualche differenza, Sforza leggiadramente portava l'onde acute, e Braccio più tonde. Ed oggi ancora veggiamo, che gli affezionati dell'una e l'altra parte usano queste imprese e questi colori, essendo già passati centocinquantaquattro anni, da poi che gli autori e i principi incominciarono a portarle.

CAP. XV Delle cagioni perchè ruppe l'amicizia con Braccio.
Ma finalmente Sforza offeso da gravissime ingiurie dopo trent'anni, con animo scoperto e volto libero del tutto ruppe questa amicizia, già molto avanti scemata per contesa di gloria, e per emulazion di virtù: quando essendo stato cacciato in prigione Sforza a Benevento, Braccio non mosso punto per la sciagura dell'amico, subito rotta l'amicizia, diede commissione a Tartaglia, che assaltasse, e occupasse quelle castella in Toscana, fra la via Cassia e l'Aurelia, dello stato Sforzesco: e ben parve che più malignamente Braccio ciò facesse, perchè da principio queste terre erano state raccomandate alla fede sua, e appresso Tartaglia poi ch'ebbe preso le terre v'aveva aggiunto una più grave ingiuria, perciocchè svaligiò i soldati Sforzeschi alle stanze, e fece prigioni tutti i più valorosi capitani e uomini d'arme. Aveva Braccio per il felice successo delle cose nell'Umbria insuperbito, con smisurato desiderio indiritto l'animo a voler farsi signore della città di Roma. Perciocchè essendo stati creati in quel tempo tre papi per la crudele ambizione e superbia de' cardinali, la religion cristiana era lacerata, e la città di Roma già signora del mondo, ruinata per la fame, per la pestilenzia e per gl'incendj, assediata dagli assassini e spogliata del papa, ubidiva ai desiderj degli uomini parziali. A tentare ed eseguire dunque questa impresa, era sufficiente e opportuno Tartaglia, militando sotto l'insegne sue mille uomini d'arme, e due volte tanti pedoni. Avendo dunque fatto convenzioni insieme, di volere con ajuti e forze comuni allargar i loro Stati, e difendersi contra la forza de' nemici, Tartaglia facilmente s'impadronì di tutte le terre fino ai confini dei Senesi, eccetto che d'Acqui (20) e di Chiusi, le quali erano guardate dagli Sforzeschi. Ma Braccio accampatosi al Teverone e rotte le genti de' Romani in una improvvisa battaglia prese Roma. E di quei giorni ancora Braccio senza rispetto alcuno aveva licenziato e casso Micheletto, ne pur pagatolo, il quale essendo stato preso Sforza, s'era ricorso da lui per ragion d'arme. Onde il Piccinino sdegnato con Braccio per la villania che gli aveva usato, con animo grande e nobile emendolla, avendo dato a Micheletto tutta la sua argenteria, perchè ci pagasse i debiti ch'egli aveva coi soldati. A questo modo sdegnati e accesi d'odio fra loro, Sforza e Braccio divenuti capi della milizia Italiana, e guidando eserciti grandi, fecero due sette coi nomi loro, la Sforzesca e la Braccesca. Dalle quali furono grandemente poi travagliate e abbattute le forze delle città libere, dei re e dei papi; perciocchè eglino quasi in prova, per vituperosa condizione di quel tempo, per mantenere le guerre spesso garreggiando, e sempre contrarj fra loro, ora a questi, ora a quelli movevano e sostevano l'armi mercenarie.

CAP. XVI Della cagione della inimicizia con Tartaglia.
Aveva ancora molti anni prima per cagione importante partito l'amicizia con Tartaglia, dolendosi che a Casalecchio, abbandonando Tartaglia il luogo suo per malignità o per paura, egli era stato insieme colla sua banda rotto e preso dai nemici, i quali l'urtarono per fianco. Questa cosa, siccome quella ch'era stata chiarissimamente veduta dagli occhi di molti, e divulgata nell'uno e l'altro campo, non potè scusarsi: perciò profondamente e in secreto era entrata nell'animo di Tartaglia, talmente che vi regnava un odio ascoso: ed era tanto più capitale, perciocchè quella medesima immagine di famigliarità si manteneva tuttavia fra loro con certi offici e ragionamenti.

CAP. XVII Della prima condotta ch'egli ebbe di cavalli.
La prima condotta ch'egli ebbe con Broglia fu di venticinque cavalli, il qual numero in quel tempo faceva una compagnia. Da poi appresso Alberto marchese di Ferrara alzò lo stendardo d'una giusta banda, congiunto seco Lorenzo, nella quale furono duecento cavalli. Ma finita quivi la guerra ritornato a Broglia quivi non stette molto, chiamato dai Raspanti, i quali avevano messo allora in Perugia lo stato popolare. Combatteva la libertà loro Giovan Galeazzo Visconti: ed eglino all'incontro radunati insieme gli ajuti massimamente col mezzo di Sforza loro capitano, gagliardissimamente si difendevano. ma la città inferiore di forze cedette finalmente al potentissimo nemico. In quella guerra Sforza avendo acquistato fama d'animoso e valentissimo capitano; dall'una e l'altra parte riportò premio di virtù e di fede. Perciocchè gli fu donato del pubblico, per ornamento della credenza, alcuni vasi d'argento, e dal capitano de' nemici raddoppiatogli la paga, fu scritto al soldo di Giovan Galeazzo. Fece egli allora strettissima amicizia e compagnia con Parino (21), comunicate insieme le squadre con certe convenzioni, acciocchè elle si reggessero a nome comune. Ma passati che furono nello Stato di Milano, avendo essi militato in più d'un luogo con egual sorte, ma con differente onore, e facendosi ogni dì più oscuro il nome di parino, perciocchè Sforza con valorosi fatti s'usurpava la fama di due, per invidia e per perfidia di Parino fu casso e licenziato; perchè era falsamente accusato appresso il principe sospettoso, come secreto e capital nemico di parte Ghibellina, e di nazione Guelfo; alla qual fazione Galeazzo, perchè così gli tornava bene, faceva professione in fatti e in parole d'esser molto nemico. A questo modo tradito, ma con molto onore di parole licenziato da Giovan Galeazzo, andò co' Fiorentino, i quali avevano in quel tempo sollevato i re di Francia e gl'imperatori tedeschi contra Giovan Galeazzo.

CAP. XVIII Dell'arma che gli fu donata dall'imperatore Roberto.
In quel tempo essendo Sforza già molto prima famosissimo per opinione di singolar virtù, Roberto imperatore de' Romani lo fece illustre. Era costui disceso in Italia a far guerra, chiamato co' danari de' Fiorentini, per cacciare Giovan Galeazzo da Milano. Ma essendo stato poi in due battaglie a Brescia ributtato e cacciato, e voltandosi a Padova per ripigliar forze, Sforza lo andò a incontrare per fargli onore e compagnia, il quale allora nelle stanze a Montagnana aveva dato soccorso al signor di Padova, oppresso dall'armi de' Veneziani: avendo il governo degli ajuti de' Fiorentini, i quali ajuti per ragione delle convenzioni erano da loro mandati a quel principe loro confederato e amico. Andò egli a incontrar l'imperatore con ornatissima e bellissima ordinanza di milizia, con tutta la sua cavalleria, girandoli, e fatte due bande di cavalli, tal che l'imperatore prese maraviglioso diletto di quella apparenza d'uomini d'arme, i quali erano tutti co' pennacchi e bardati, e ripigliò grandemente animo e rinnovar la guerra, massimamente quando egli fosse stato ajutato da quelle genti governate da Sforza. Mosse anco a maraviglia a un medesimo tempo l'imperatore e i baroni tedeschi, il cavallo di Sforza spinto con tant'arte e meneggiato a ogni mano, e di nuovo con pieni e sospesi salti rimesso, che ben pareva che non si potesse trovare nè più pratico nè migliore cavalcatore di Sforza, e per quest'arte sola i Tedeschi i quali avevan cavalli più gravi e più pigri, si ricordavano d'esser già stati rotti a Brescia. Vedevasi nelle insegne di Sforza un pomo cotogno, antica arma di casa Attendolo tolto dal nome della terra, come ben conveniva alla principal famiglia. Al quale guardando l'imperatore e voltandosi a Sforza gli disse: io ti voglio donare un Leone degno del tuo valore, il quale colla mano sinistra sostenga il cotogno, e minacciando colla destra il difendo, che alcuno non ardisca toccarlo, nè porvi mano. E così fattogli un privilegio in carte pecora, gli donò un Leon d'oro rampante, fermato su l'un de' piedi; e gli concesse che tutti gli Attendoli potessero portare quella impresa e fossero in protezione dei principi di Baviera, i quali anticamente tenevano quell'arma (22). Perocchè Roberto istesso duca di Baviera e di quella famiglia era stato secondo l'usanza eletto imperatore dalle voci dei baroni di Alemagna.

CAP. XIX Della più onorata milizia sua.
Ritornato in Toscana stette alcuni anni al servigio dei Fiorentini; prima nella guerra di Bologna, dove benchè rotto in battaglia fosse venuto in mano de' nemici, riuscì nondimeno molto più chiaro di fama, e accresciuto di soldo. E nella guerra Pisana diede ta testimonio di gran capitano, che per mano di Neri Capponi ricevette la corona dell'alloro e lo stendardo del giglio, per aver rotto Agnolo dalla Pergola capitan de' nemici; e appresso per ordinazione del comune gli fu consegnato una provisione di denari ogni anno. Ma poi che i Pisani furono ridotti in servitù, godendo i Fiorentini ozio e riposo, andò a ritrovare Nicolò da Este marchese di Ferrara; era allora costui molto aspramente travagliato da Ottone Terzo tiranno di Parma. Perciocchè morto che fu Giovan Galeazzo Visconti, tutti i capitani, lacerando il suo Stato, s'usurparono una città per uno: Parma e Reggio con molte castella toccarono a Ottone. Costui armato di soldati vecchi, fra i quali v'erano più che quattro mila uomini d'arme, minacciava a Modena ed a Ferrara, e saccheggiava tutto il contado, ed ogni cosa empiva di spavento e di guerra. Ma sopraggiunto Sforza, si reffrenò valorosamente la furia di lui, essendosi due volte attaccata la battaglia; la prima sulle porte di Modena, essendogli felicemente uscito contra da due parti Sforza, mentre egli insolentissimamente era corso fin sui borghi, e un'altra volta appresso Robera, dove gli Ottoniani rinculati e cacciati dal ponte, perdutovi molti de' suoi, voltarono le spalle, e non molto dappoi fu combattuto a Reggio in cammino con dubbioso successo; quando Ottone bravamente assaltando gli Sforzeschi, i quali menavano una preda di bestiame grosso da Guastalla, con incerto pericolo era venuto seco alle mani; perciocchè mortogli il cavallo sotto, essendo stato tolto in mezzo e preso, gli uomini d'arme vecchi, per dargli soccorso, spinsero con tanta furia l'insegne, che liberato il capitano loro, trenta uomini d'arme Sforzeschi insieme con Micheletto vi rimasero prigioni, i quali furono da Ottone contra l'usanza di guerra tenuti quattro mesi ne' ceppi in dura prigione, e così crudelmente cruciati che di mezzo verno ignudi li facevano bagnare d'acqua fredda. Ma poi rotta la prigione felicemente fuggirono per vendicare quella ingiuria colla morte di Ottone.

CAP. XX Della morte di Ottone Terzo.
Ottone poi che si fu accorto che grandissimo contrasto si faceva a' suoi disegni per lo impedimento che gli dava Sforza, per voler ingannare, finse di desiderare la pace, siccome quello che sperava che Nicolò, aggravandogli la spesa, fosse per dovere licenziare i soldati Sforzeschi, per poter poi all'improvviso assaltarlo, ritrovandolo per l'occasione inanuto e spogliato d'armi.Domandava dunque Ottone che a Nicolò piacesse venire a parlamento seco, per poter chiarissimamente alla presenza trattar della pace. E già due volte evava Nicolò negato di voler ciò fare, dubitando d'inganno da quello insidioso e astuto uomo. Ma finalmente gli consentì per prevenire la perfidia di lui: e fu la cosa accordata in questo modo, ch'ambidue disarmati e accompagnati da due cavalli per uno, e per eguale spazio allontanandosi dalle squadre de' suoi, s'abboccassero insieme un miglio lungi da Rober (23) nella via militare. Eran con Ottone Guido Torello e Antognaccio dall'Aquila famosi capitani; e Sforza e Micheletto avevano tolto in mezzo Nicolò. Ora essendosi appena cominciato il ragionamento, Sforza spingendo in un subito addosso a Ottone un altissimo e bravo cavallo, lo passò sotto le costole colla spada per la corazzina, la quale egli indarno s'aveva messo, e coperto della sopravesta; e poi che fu in terra Micheletto lo finì d'ammazzare, il Torello e l'aquilano, essendovi tratto gente d'ogni parte, ch'era posta in agguato, furon presi, e la compagnia loro datasi disordinatamentea fuggire, la maggior parte furono spogliati d'arme e di cavalli. E incontamente Sforza mossi gli alloggiamenti s'avviò verso parma, e ricevuto dai cittadini i quali con singolar affezione giudicavano che fosse bene favorire colui che li aveva liberati e ammazzato il tiranno, assediò nella rocca il figliolo di Ottone; ostui era Nicolò detto per soprannome Guerriero, la qual parola significa bellicoso. Resa che fu la rocca, nel medesimo modo, e Reggio, e Borgo sa Donino con più di trenta castella vennero in mano di Nicolò da Este; di modo che la fortuna in un punto di tempo pose fine all'imperio e alla vita di Ottone. fatto queste cose in due anni, Sforza partendosi dal servizio di Nicolò, ebbe in dono da lui Montecchio, castello del contado di Parma, e parimente uno stendardo, nel quale era dipinto un diamante in punta legato in uno anello d'oro, la quale insegna abbiamo poi veduto, ch'egli e i discendenti suoi hanno perpetuamente portato.

CAP. XXI Di quel che diversamente si ragionò della morte di Ottone.
Furono in quel tempo alcuni i quali con infinite lodi celebrarono il nome di chiarissimo fatto. Alcuni altri l'interpretarono il contrario; siccome quelli che andavano dicendo ch'egli aveva con singolar tradimento violato la sacrosanta fede del parlamento, e che la ragion delle genti, con vituperoso esempio verso quei che aveano a venir dopo, era stata rotta elevata via; tal che per militar giudicio, Sforza s'acquistò grand'odio, ma Nicolò molto maggiore. Per la qual cosa Sforza dappoi che si conobbe punger troppo forte, in luogo pubblico, sì che fu udito da molti uomini singolari, ragionò in questo modo: rimangasi oggimai, diss'egli, di biasimare in secreto quel che s'è fatto verso Ottone, perchè io sono per mostrare, se alcuno è che me ne riprenda, a singolar battaglia, ch'io ho fatto bene ad ammazzarlo. Or non sarei io riputato ingrato e poltrone s'io ricusassi d'ubbidire a di servire il principe, il quale mantiene me e i miei soldati? e specialmente in levar via colui, il quale infame per tradimento e per crudel tirannia, contro il giusto e il dovere, con armi scellerate aspirava allo stato altrui; conciossiacosachè anch'io provocato da orribile ingiuria, per interesse privato, e con gran ragione, era per ammazzarlo fin sull'altare.

CAP. XXII A quai principi egli servisse.
Servì Sforza dappoi a quattro papi, e altrettanti re, o capitan grande, o con uguale imperio, prima a Gregorio XII ed Alessandro V, quando egli rimetteve Lodovico II d'Angiò nel regno paterno; poi a Giovanni XXIII, dal quale con singolare liberalità, per pagargli le paghe che doveva avere, ebbe in dono Cotignola sua patria. Del qual donoconfessava egli che in tutto il corso della sua vita non gli era mai intervenuto nè maggiore, nè più cara cosa; poichè con l'acquisto di una onoratissima signoria era stato fatto signore de' suoi cittadini. Rimise poi in libertà i Romani, avendo cacciato Braccio di Roma, e restituì nella dignità sua il legato Uselano stato lungo tempo assediato in castello, avendo posto in prigione il cardinale Stefanuccio, il qualescordatosi dell'ordine e della riputazion della patria, e nemico al papa, seguitava la parte di Braccio; perciocchè Martino nel concilio di Costanza, creato papa coi suffragi tutti, essendo stato privato Giovanni, e tornato cardinale, era venuto in italia. E non molto dappoi Sforza, come convenne a un liberatore della Chiesa, dato la città di Roma a Giordano Colonna (era stato costui mandato innanzi dal papa suo fratello) fu creato gonfaloniere della Chiesa; acciocchè gli soprafecesse gli altri capitani in quello onore, il quale è riputato il maggiore che sia in Italia.

CAP. XXIII Di Lodovico II e degli onori della regina Giovanna.
Da Lodovico II s'acquistò solamnete singolar grazia e benevolenza, quando egli, essendo rotto Ladislao in una memorabil battaglia a Fregelle (24), non seppe usar la vittoria, avendogli interrotto il corso delle felicità sue, i pessimi artificj di paolo Orsino. Passò finalmente, cacciato dal medesimo Paolo, con grandi e spesse ingiurie, a Ladislao. Dove da questo re, che con animo grande aspirava all'imperio di tutta Italia, gli furono donate quattro castella nell'Abruzzo; avendo il medesimo fatto prima Francesco suo figliuolo conte della città di Tricarico, il quale, fanciullo di tredici anni, era venuto da Ferrara a Napoli, per essere ostaggio della fede del padre. ma poi che Ladislao fu tolto via da immatura morte, s'accostò egli alla regina Giovanna sua sorella; e per varj successi fu travagliato da onde grandi della fortuna: perciocchè egli ora era in grandissima grazia ed ora affogava oppresso da gravissima invidia. E veramente è cosa incredibile a dirsi, quante mutazioni facesse l'animo della regina, quando ella disordinatissimamente serviva ai disonesti amori. Perciocchè all'Alopo era successo Urbano Auriglia e poi Caracciolo, essendo stato mandato costui sotto pretesto d'ambasceria in Alemagna. Fra questi mescolavasi anco Sforza, invitato a l'amore dagli occhi lascivi della regina, e per questo rispetto era tanto più grave rivale agli altri; perchè egli col singolare valor d'animo e con invitte forze de' soldati suoi andava innanzi agli altri. Fra tanti movimenti di cose, nei quali la fortuna ora avversa, or propsera, ma però sempre instabile travagliò Sforza, gli furono donate dalla regina quattro città, Benevento, Manfredonia, Bari e Trani, e più che venti castella, parte in Puglia (25) e in Abruzzo, e parte in Calavria (26) en in Basilicata. Ma poi nimicatosi colla regina, per essergli teso inganni e tradimenti da Sergiano si congiunse con Lodovico III filiuolo del II, comandandogli ciò papa Martino, il quale aveva tolto a cacciar dal regno Giovanna, la quale con perpetui stupri denigrava il nome della maestà reale. Ma gli sdegni degli amanti, le guerre, i sospetti, diedero questo fine alle cose, che Sforza unaltra volta ritornò in grazia e nel primiero onore della milizia. Ed in quel tempo ancora rinnovò l'antica amicizia con Braccio, essendo venuti questi due grandissimi capitani, durando la tregua, a aprlamento insieme nella Selva Saccomana. Ribellossi dappoi l'ingrato figliuolo del re Alfonso dalla regina sua madre, che l'avea adottato: tal che avendo preso il Caracciolo nella rocca di Capua combatteva colla regina. Perchè mosso Sforza da questa villania, subito soccorse la regina assediata; e poi ch'egli ebbe rotto il re in una memorabil battaglia, ributtò i Catalani nel Castelnuovo (27), nè mai più si partì dall'ufficio, nè dall'amicizia della regina.

CAP. XXIV Quante volete Sforza ebbe vittoria e quante fu rotto.
Combattè felicemente sette volte in giusta battaglia, e tre volte solo provò contraria fortuna, e certo con tal condizione ch'egli era riputato alquanto più valoroso nelle cose avverse che nelle prospere. Perciocchè non v'era alcuno, il quale più costantemente di lui sapesse sostener la furia de' nemici, più ostinatamente resistere, più nobilmente ritirarsi, ed insomma più valorosamente in un medesimo tempo fal l'ufficio di capitano e di soldato: siccome quello che mai non mostrava le spalle al nemico vicino che feriva: nè mai se non l'ultimo di tutti gli altri, e bravamente volgendo il volto e valorosamente difendendosi si ritirava.

CAP. XXV Come Agnolo dalla Pergola fu rotto da lui.
Trovandosi i Pisani quasi oppressi da una grave guerra e da un durissimo assedio, ed essendo giunta la nuova che veniva Agnolo dalla Pergola, capitan molto famoso, per una incomparabile vittoria ch'egli aveva avuto contro gli Svizzeri, il quale veniva loro in soccorso per la via Aurelia (28), per il contado di Siena. Sforza solo prese animosamente cura di andarlo ad incontrare e raffrenar il nemico, benchè Bertoldo a cui apparteneva la somma della guerra, acciocchè non si avesse a combattere con dubbiosa battaglia, volendo levare l'esercito dalle mura biasimasse questo disegno, e molto meno lo approvasse Tartaglia. Concedendogli adunque Neri Capponi, il quale ammirava il pronto vigor d'animo ch'era in lui, fatto grandi e inusitati viaggi dì e notte, e con gran fatica ancora passato boschi e impediti fiumi, improvviso andò a ritrovare i nemici. E con quella repentina furia mettendo fuora l'insegne dei boschi, diede tanto spavento ai nemici sprivisti, che il Pergola avendo due volte indarno messo insieme l'ordinanza, e due volte valorosamente rinovato la battaglia, fu rotto e messo in fuga, perduto l'insegne e tutte le bagaglie, ed appena avendo salvata correndo quanto più potè la quarta parte dei cavalli. Aggiunse ancora a quella battaglia una memorabile prova, avendo con felice inganno comandato agli uomini d'arme suoi che si vestissero i saj (29) cavati ai nemici, e portando innanzi le insegne del Pergola andassero alla porta del castello vicino. Era questo Castiglione detto Pescara (30) per un lago dove si pesca molto, posto sopra un poggio di sasso nella riva del mare. Dove senza dimora i terrazzani ingannati da quell'errore, allegramente ricevettero i nemici in cambio de' compagni. E così entrando tutto l'esercito per la porta presa dai primi, il castello fu preso e messo a sacco. Per questa rotta del Pergola, disperate le cose loro, i Pisani s'erresero ai Fiorentini. Ed il senato ordinò che fosser dati ogni anno per nome di donativo a Sforza, finchè viveva, siccome a quello ch'avea fatto beneficio alla Repubblica, mille ducati d'oro gigliati.

CAP. XXVI Del re Ladislao vinto da lui al Garigliano.
In quella guerra che Lodovico II d'Angiò, ajutandolo papa Gregorio e Sforza e Paolo Orsino capitani, era rimesso nel regno di Puglia, accrebbe maravigliosamente la fama del nome, con lode di militar prudenza e d'inusitato valore. Perciocchè essendo animosamente passato innazi il re Ladislao dalle campagne di MonteCassino (31) per difendere i suoi paesi, e perciò stando molto sospeso Lodovico, e indugiando i capitani: Sforza preponendo il suo nobilissomo parere, giudicò che in ogni modo si dovesse passare il fiume del Garigliano e subito assalire i nemici: parendogli che lo indugiare e lo starsi a sedere sendo gli altri con l'arme in mano, fosse cosa goffa e pericolosa. Passato dunque il Garigliano a guazzo sopra Fregelle, fu combattuto a bandiere spiegate. E con tal successo, che rotto il re e abbattute le sue genti epreso ancora gli alloggiamneti, le insegne e i capitani, s'acquistò una memorabile vittoria. In quel dì Sforza governando il tutto, mise in ordine la battaglia, e spinsela prima squadra contro i nemici, di maniera che quasi primo di tutti, facendosi seguitare da tutti i più valorosi colla lancia chinata e messa in resta, riguardevole per le insegne rosse, con un gran colpo abbattè e fece prigione Nicolò conte di Capobasso, il quale risplendendo per l'armi dorate e per gli alti pennacchi faceva molto il bravo, egli poi variando la fortuna, si come suole, crescendo dall'una e dall'altra parte gli ajuti, fu veduto quasi in ogni luogo e pericolo della battaglia, non pure animosamente fare animo agli altri, ma ancora valorosamente combattere. Adoprò egli quel giorno un bellissimo cavallo baio scuro, balzano da due piedi fino alle ginocchia, il quale per la destrezza sua era chiamato il gatto. Diede dunque il re Lodovico a Sforza il primo onore della vittoria, avendogli di ciò invidia Paolo Orsino. E ciò non molti anni dappi Ladislao, militando ambidue nel campo reale a Todi, confermò con onorato testimonio, quando egli interrogando Sforza, presente Paolo, gli disse: or non prenderai tu ancora questa terra, tu che al Garigliano con quel tuo cavallo gatto in ogni parte valorosamente combattendo rompesti me e le mie genti? Le quali parole molto profondamente entrarono nell'animo di Paolo, già molto prima da cieca invidia corrotto. Perciocchè questo uomo superbo voleva che Sforza gli fosse riputato nè superiore, nè eguale.

CAP. XXVII Della vittoria ch'egli ebbe all'Aquila.
Mentre che la regina attendeva alle delizie e agli amori, e l'Alopo quasi con superbia reale governava il tutto, poi che fu preso Sforza, molti baroni del regno s'erano da lei ribellati. Ma molto più che gli altri spaventava l'Alopo (32) e la regina Antognaccio uomo valente in guerra, il quale aveva preso l'Aquila città fortissima. Questo spavento fu la salute di Sforza. Perciocchè tratto fuori di prigione e messo insieme un valoroso esercito, s'inviò verso l'Aquila. Dove accostandosi il campo alla città, Antognaccio, bravo d'ingegno e di forze, non dubitò punto di menar fuora tutte le genti militari e la gioventù degli Aquilani, e una gran banda di contadini armati e con gran sicurtà del luogo e con certa animosità popolare, a bandiere spiegate andò a incontrare Sforza. Dicesi che Sforza mosso dalla bestialità e insolenza de' nemici rise un poco, e avvisò i condottieri che opponessero a' nemici una serrata e molto folta squadra d'uomini armati, e che non si movessero punto di luogo fin'a tanto ch'egli non dava lor segno con la tromba di quel ch'avevano a fare. Era sulla man destra un luogo rilevato, quivi mise la fanteria; da man sinistra, in luogo più piano, volle che la cavalleria armata alla leggiera si presentasse innanzi: ed egli tolto di mezzo la battaglia alcune bande elette con una gran volta di viaggio, s'appresentò alle spalle di coloro che non si pensavano alcuna cosa tale, di modo che parte ributtò dentro della città gli ultimi de' nemici i quali uscivano dalla porta, e parte si diede a perseguitare gli altri ch'erano usciti della città e ricorrevano alla retroguardia de' suoi. Onde allora dato il segno con la tromba, e la fanteria subito da quel luogo rilevato spingendo i nemici per fianco, e i cavalli leggieri d'altra parte facendo un'ala di loro, gli urtarono nel mezzo; e anco gli uomini d'arme valorosamente ricevette e sostenne la furia de' nemici che spinsero alla fronte: e quasi in quel medesimo punto di tempo Sforza gli diede alle spalle. Gli Aquilani circondati d'ogni parte da tanti danni rotti in mezzo, e quasi tutti presi insieme con capitani e con l'insegne, portarono la pena della bestialità loro. Onde mossi da quella disgrazia coloro ch'erano restati nella città, apersero le porte ai vincitori, pregando Sforza ch'egualmente volesse salvare i vinti da lui per forza e gli arresi per volontà. Perchè senza dimora, a una voce liberò tutti i prigioni e specialmente Antognaccio, ed ebbe seco a cena gli Anziani della città. Fatto sì grande impresa e finita la guerra senza ferita de' suoi confortò gli Aquilani che per l'avvenire più fedelmente osservassero il nome della regina, e impetrar perdono dell'error loro si servissero dell'autorità e ufficio di lui, ch'egli di bonissima voglia avrebbe pregato per coloro ch'egli aveva conservato sani e salvi, avendo potuto per ragione di guerra saccheggiarli e ammazzarli. Ciò fu giuoco della fortuna, la quale si piglia piacere delle cose di questo mondo lo aver veduto gli Aquilani poco dianzi gonfiati di superbia, e poco dappoi rotti in una gran calamità, e finalmente giubilare d'una subita e non sperata allegrezza. Onde mossi dall'esempio degli Aquilani, Giulio Cesare Capuano il quale avea occupato Capua, Carlo Marziano e Cristoforo Gaetano restituite le città e le castella, come disperati e privi di consiglio, essendogli Sforza mallevadore il quale obbligava loro la sua fede a nome della regina, ritornarono a ubbidienza.

CAP. XXVIII Di Tartaglia vinto a Toscanella.
Ora perseguitando egli Tartaglia come nemico pubblico e privato, con una improvvisa battaglia lo ruppe a Toscanella per vendicarsi delle ingiurie, ch'egli aveva ricevuto da lui l'anno dinanzi, quando fu posto in prigione. Perciocchè uscito la notte fuor d'un'altra porta di Viterbo, per ingannare le spie con soldati espediti, imboscò la fanteria in una profonda valle, acciocch'eglino quando fosse dato il segno della battaglia, subito uscissero fuora dell'imboscata: poi mise per un'altra strada quattro bande con Santoparente, ed egli col meglio della cavalleria si fermò dentro il bosco, e secondo ch'egli aveva loro imposto, i cavalli leggieri mandati innanzi come per rubare, fuggendo i contadini, cominciarono a prendere le bestie che pascevano. Svegliossi Tartaglia al rumore, armò la famiglia e comandò che si desse alle spalle di coloro che ne menavano la preda: crescndo il tumulto s'attaccò la battaglia. Onde accresciuti i nemici di numero, i cavalli di Tartaglia al suono della tromba uscirono della porta sotto le insegne. Nè si contenne Tartaglia che non uscisse fuora con uno squadrone d'uomini d'arme per dar loro soccorso. Allora uscirono d'ogni parte fuor dell'imboscata gli Sforzeschi, e quivi fu combattuto, se mai in luogo alcuno, valorosamente. Ma stringendo molto valorosamente Sforza, e abbattendo l'insegne, le genti di Tartaglia furono ributtate dentro della porta, avendo ricevuto gran danno, ma con maggior pericolo del capitano, il quale passando per il ponte e entrandovi insieme gli Sforzeschi, salvossi per una certa ventura: perciocchè essendo stato con grande offesa gettato dalla catena del ponte nella fossa Hugo caporale d'una banda Sforzesca, gli altri impedito e occupato il pnte non lo poterono seguitare. Perchè Tartaglia ferito e spaventato d'una gran paura, incontamente fece mandar giù la saracinesca, talmente che scordatosi per la salute altrui, serrò di fuori quasi la terza parte de' suoi. Fra questi fu Donato Lavello fratel di Tartaglia. Fu preso anco nella terra Pellino Cotignola capitan fortissimo d'una banda: il quale avendo conosciuto Tartaglia e datogli di grandi colpi con la mazza di ferro, s'era messo a seguitarlo per farlo prigione. In quella battaglia Francesco figliuolo di Sforza, il quale era d'età di sedici anni, quello che il padre suo non gli aveva più concesso, ruppe animosamente la lancia contro i nemici: onde meritò poi d'esser fatto cavalier a sproni d'oro, con onorato testimonio ancora de' nemici (33).

CAP. XXIX D'una battaglia combattuta valorosamente al ponte del Sebeto.
Acquistò ancora lode di mirabil valore in quella memorabil battaglia, la quale per lo spazio di più ore fu combattuta appresso Napoli al ponte del fiume Sebeto (34): la qual lode gli fu confermata col singolar vanto che gli diede il re Alfonso, il quale allora nemico e spettatore sulla Galea avea veduto il tutto con gli occhi suoi. Rimetteva allo Sforza Lodovico terzo d'Angiò nelle ragioni del regno di Napoli, ch'era stato dell'avolo e del padre, essendo di ciò autore papa Martino (35): avendo egli dopo avere alcune volte severamente, e alla fine indarno ripresa la regina, deliberato in ogni modo di perseguitarla con l'armi: perciocchè ella non faceva conto alcuno dell'onor suo, nè si muoveva punto per alcuna paura di vergogna, nè per rispetto della religion cristiana, siccome quella che già gran tempo innanzi contra il dovere e la riputazion reale aveva sottoposto il nome d'un nobilissimo regno, e le cose divine e umane alla intollerabil lussuria di Sergiano suo amatore (36). Per questo la donna fuor di sè stessa e parimente infiammata di lussuria e di superbia, aveva richiamato Alfonso, il quale faceva guerra in Corsica, e l'aveva adottato per figliuolo, per difendersi con le forze di Sapgna dalla furia de' nemici francesi. Essendosi dunque molti giorni innanzi combattuta, e per agguato finalmente, per un acquedotto ed una porta mezzo vecchia presa napoli, giunse Lodovico ad Aversa in campo di Sforza; le navi da carico e le galee d'Alfonso arrivarono al castello dell'Ovo (37). Per la qual cosa Sforza desideroso di servire, e di mostrare il suo valore, spinse le genti sue fino al Sebeto. Di là fatto vicino alle porte della città manco d'un miglio mandando innanzi i suoi cavalli leggieri, sfidò a battaglia non pure quei ch'erano al soldo della regina, Orso Orsino, Jacopo Candola e Bernardo Cartheio capitani, ma ancora i cavalieri Catalani ch'aveva menato Alfonso, e i Napoletani ch'allora attendevano grandemente alla cavalleria. Attaccossi la battaglia con animi eguali; ma perchè Alfonso accostò le galee alla riva, e spesse volte scaricava con l'artiglierie palle di pietra nè fianchi de' nemici, tre volte fu ritenuta la virtù di Sforza. Ma essendogli rasentato il pennacchio dell'elmetto con un colpo d'artiglieria, con tanto ardore rimise la bataglia e spinse avavnti le insegne, che i nemici cacciati di luogo voltarono le spalle e rotta l'ordinanza con molta uccisione d'uomini e di cavalli furono ributtati dentro della porta. Allora Sforza vincitore, per mostrare a un tratto l'ardore e desiderio suo a Lodovico e Alfonso eletti re, piantò l'insegne degli Angioini in un altissimo riparo alla porta, e le difese per spazio di mezz'ora, sicchè non poterono essere levate da alcuno senza danno, prima ch'egli si ritirasse. Accaddè in quella battaglia questa cosa veramente degna di memoria, che Alfonso per amor della virtù non lasciò contra lui scaricare le artiglierie delle navi. E similmente Sforza comandò che le artiglierie da campagna poste su la riva non fossero scaricate contro la galea reale. Perciocchè essendo stato preso Squarcia da Monopoli valentissimo guerriero fra gli Sforzeschi, per il cavallo che gli fu morto sotto e poi menato con uno schifo alla galea del re, egli, domandandogli ciò al re, gli mostrò col dito Sforza, il quale combateva: onde con nobilissima e veramente umanità reale, comandò subito che fosse avuto rispetto a quel gran capitano, e parimente valorosissimo soldato.

CAP. XXX Della città di Roma rimessa in libertà e del Piccinino preso in battaglia.
Mandato dalla regina con un grosso esercito per liberare la città di Roma dalla insolente signoria di Braccio, per acquistarsi con singolar benefizio grazia appresso papa Martino, s'accampò fral'Appia e la porta Latina. Quindi avendo sfidato Braccio indarno, con avergli anco mandato per un trombetta un guanto sanguinoso che volesse combatter seco a giusta battagli, avendo fatto un ponte sul Tevere sopra Ostia passò l'esercito, con tanta grandezza d'animo e con tal fidanza di vittoria, che dubitando e domandandolo i condottieri, s'egli aveva alcuno amico da cui fosse per aver vittovaglia, messo la man su la spada, rispose: questa felicemente provvederà d'ogni cosa gli uomini valorosi e forti. E così comandò che fosse tagliato il ponte. Dicesi, che udendo questa cosa Braccio si turbò talmente nell'animo suo, che diffidandosi del popolo Romano, senza pur sonar le trombe e lasciatosi addietro molte bagaglie, se n'andò per ponte Molle, e di là tagliata una parte del ponte, affinchè il nemico nol potesse seguire, con molta fretta se n'andò ai confini dell'Umbria. Ma essendosi già accomodate le cose di Roma, il Piccinino lasciato da Braccio circa Preneste (38) con parte dell'esercito, saccheggiando d'intorno alla città il bestiame de' Romani, prima destò i Romani a battaglia, e finalmente Sforza a dargli il soccorso. Fu combattuto con vario successo e sempre dall'una e l'altra parte animosamente lungo l'acquedotto: mentre che con grandissimo contrasto il Piccinino si sforzava di difendere la preda e gli Sforzeschi e i Romani di ricuperarla, essendo già menata di lontano. Alla fine sforzandosi e confortando lo Sforza, i Bracceschi furono rotti, tutta la preda ricuperata, e per accrescere l'allegrezza de' Romani e di Sforza, fu preso il Piccinino capitano de' nemici. Costui tanto tempo fu molto umanamente e liberalmente guardato in Campidoglio, nè prima licenziato, che impetrando ciò Braccio i soldati e capitani Sforzeschi confinati da Tartaglia nell'isole del lago di Bolsena (39), fattosi cambio, sani e salvi ritornarono a Sforza.

CAP. XXXI Del re Alfonso rotto in battaglia
Ma molto più nobilmente e assai più felicemente combattè col re Alfonso; quando egli con animo ingrato e armi scellerate contendeva con la regina sua madre, perciocchè essendosi fatta la pace a Gaeta per ordine di papa Martino, nè però contro volere di Lodovico e finalmente restituito Acerre, Sforza era stato scritto al soldo della regina e del re, con questa condizione ch'egli fosse obbligato a servire chi prima lo ricercava e preveniva. Alfonso in quel tempo desideroso di regnare, non poteva a verun modo sopportare le disonestà della sua madre infame nella mostruosa grandezza di Sergiano. Perchè con felice astuzia, fingendosi ammalato, tratto Sergiano per questo, e venendogli a far riverenza e a visitarlo essendo in letto a Castelnuovo, lo fece sostenere con tutta la famiglia, e subito dato di mano all'armi con una banda a ciò scelta di catalani corse a rocca Capuana (40) per pigliare anco la regina. Ma per un caso grande, recando la nuova di Sergiano un fanciullo, il qual facilemnte scampò fra le gambe dei guardiani della porta, la regina salvossi. Perciocchè già il re armato aveva tocco il ponte coi piedi dinnanzi del cavallo quando dal capitan Damiano, urtato il cavallo per la briglia, gli fu serrata la porta sul volto. Onde senza dimora, radunate le genti dall'una e l'altra parte, cominciò a porsi d'assedio e a difendersi con dardi e con artiglierie. Passarono nondimeno i messi della regina con lettere a Sforza, che gli domandavano presto un soccorso nella miseria sua. Venuto dunque Sforza a Mirabello a Napoli, con grandissima prestezza, e accostato le genti alla rocca per uomini sufficienti, pregò il Re, che si volesse rimanere da così brutta impresa, e non cercasse d'acquistarsi gloria opprimendo una donna, la quale era pur sua madre (41), che ciò pareva molto lontano dalla virtù dell'animo reale. E che egli essendo stato prevenuto per la condizione della condotta non poteva mancare alla salute della regina: ma che bene diligentemente avrebbe fatta ogni opera, che la regina l'avesse lasciato regnare egualmente con lei: e che si sarebbero levate via le cagioni della discordia: la qual cosa era facile da farsi: conciossiacosachè già Sergiano era in mano sua, da cui pendeva l'animo della regina esposto a ogni caso di consiglio. A quella ambasciata rispose alteramente Alfonso: che egli non voleva avere Sforza armato per giudice, nè per mezzano. E non molto, da poi, ragunato di quà e di là molte genti, uscito della città con animo reale combattè con Sforza a bandiere spiegate. Essendosi combattuto in quella battaglia con vera virtù, e spesso con diverso successo, per spazio di molte ore; finalmente Sforza, con felice consiglio, ruppe le chiudende degli orti ne' fianchi de' nemici, e avendogli tolti in mezzo con dubbiosabattaglia li ruppe: urtandoli con tanta furia per fianco, che quasi il re istesso tolto in mezzo fu preso. In quella rotta di cavalli e d'uomino Sforza ammazzò di sua mano il primo banderaro della banda del Re, e vi furono presi da due mila uomini d'arme: e fra questi cento venti gentiluomini Catalani, e uomini illustri Raimondo Perillio, Giovanni di Moncada, Bernardo Contellia, e Lupo Correllia. E con quello impeto di vittoria Alfonso fu ributtato nella rocca, tal che le case di tutti i Catalani furono messe a sacco da' Napoletani e dagli Sforzeschi (42).

CAP. XXXII Della rotta ch'egli ebbe a Viterbo.
Combattè nondimeno con felice successo a Viterbo con Braccio, ma fu abbandonato e tradito da Gilberto e Nicolò Orsino, i quali pochi giorni innanzi facendo un secreto trattato con Braccio, gli avevano promesso di voler abbandonare Sforza in battaglia ogni volta che la fortuna gliene avesse dato occasione. E Braccio essendo poi venuto nella selva Saccomana a parlamento con Sforza gli mostrò popi una scritta segnata di mano di Nicolò in testimonio di questa ribalderia. Fecesi la giornata nella via Cassia non lungi dall'acque Bussettane, dove Tartaglia passando le sue genti per il lago di Bolsena si congiunse con Braccio, il quale da Arispamano, e da Bagnoreale (43) (questo fu già il bosco di Feronia (44) era benuto a Montefiascone. Combatterono questi gran capitani, infiammati di grandi odj, e per questo anco forniti di forze grandi, da mezzodì fino al tramontare del sole: non avendo nessuno (come testimoniò dappoi Braccio vincitore) fra tanta gente (perciocchè fu combattuto da otto mila cavalli) nè con maggiore arte, nè con più terribile impeto, nè con più lunga costanza, di quel che fece Sforza. ma mentre che Sforza indarno richiamava i suoi, che tornassero in battaglia, una ferita mortale ch'egli ebbe nella colottola, lo ritenne, avendo perduto mille e settecento cavalli. Fra questi furono presi quarant'otto tra capitani di cavalli, e di fanteria, ma i più chiari di valore furono Foschino, filiuolo d'una sua sorella, Accattabriga e manno Barile, i quali Braccio mandò a guardare nell'Isola di marta, e nella Vesentina (45).

CAP. XXXIII La rotta ch'egli ebbe a Grotta.
Volendosi vendicare delle ingiurie che gli aveva fatto Sergiano, il quale lungo tempo indarno aveva tentato i veleni e i pugnali, e molto prima gli aveva teso insidie al ponte del Sarno, entrò in Napoli con l'esercito armato, gridando gli Sforzeschi il nome della regina: e cercando di Sergiano per volerlo ammazzare, il quale con la sua insolente superbia e malignità, turbava le divine e umane ragioni. Tutta la nobiltà favoriva Sforza, per il concorso della quale, essendo di ciò autore Francesco Morimino, entrando gli era stata aperta la porta. ma Sergiano abbattuto da tanta paura, veggendosi inferior di forze, si rivolse agli inganni; così fu mandato fuor della rocca Francesco Orsino, uomo di grande autorità, il quale dovesse andare a trovare Sforza, e pregarlo a nome della regina, che mettesse giù l'armi: perciocchè facil sarebbe stato, che quella cosa con giustissime condizioni si fosse accomodata , e che egli non doveva volendosi vendicare delle ingiurie private, mettere in pericolo la salute delle cose pubbliche, massimamente offendendo e macchiando la maestà della regina, la quale era costretta correre il medesimo caso di travaglio e di molestia con Sergiano. A queste parole rispose Sforza, che siccome egli con singolar fede aveva per l'addietro in ogni fortuna riverito il nome della regina, così anco allora per cagion di lei avrebbe levato dell'animo suo tutte le ingiurie e le villanie, purchè ella non si lasciasse punto tirare, e aggirare dalle fallacissime arti di Sergiano. E così andando spesso attorno l'Orsino, e fingendo che le cose fossero accomodate, acciocchè gli fosse dato spazio da ragunare e mettere ordine le genti, richiedendolo di ciò la regina: Sforza si ridusse a tale, ch'egli menando i suoi soldati fuor della città, gli mise nei borghi. Questi son posti dirimpetto a Castelnuovo, e si distendono alla contrada della marina, la quale è molto vaga per l'amenità de' giardini. Ora essendosi ridotto tanto furor d'armi in ozio, con speranza di pace; mentre che Sforza si stava senza sospetto alcuno, e passeggiava disarmato sulla riva del mare, l'Orsino avendo messo insieme una gran banda d'uomini armati, improvviso diede fuora, e avendoli disordinati asaltolli; e con tanta prestezza li ruppe, che Sforza mezzo disarmato fu costretto ricevere il caso del non pensato pericolo.Gli Sforzeschi messi in fuga per tutta quella riviera giunsero alla Grotta del monte Posillipo cavata da Coccejo (46). Quivi Sforza per alquanto spazio di tempo, fatto testa, sostenne la battaglia; ed egli finalmente seguitandoli per la Grotta, si salvò a Casale del Principe (47), avendo perduto cinquecento de' suoi cavalli. Ma poi rifattogli l'esercito dalla famiglia Auriglia, ricevuto in Acerra, ritornò finalmente con tanta furia a combattere Napoli, che Sergiano fu costretto dargli i filiuoli per ostaggi, rifargli il danno ricevuto alla Grotta, e rimessa la sua grandezza, sopportarlo per suo eguale.

CAP. XXXIV La rotta ch'egli ebbe a Capua.
Essendo stato rotto ancora da Braccio in una scaramuccia al Borgo di Santa Maria, nel qual luogo fu già Capua vecchia, perdè più che seicento cavalli, di maniera ch'essendo stati presi Accattabriga e Giannuccio dai Bracceschi, prima Tartaglia e poi Sforza medesimo furono cacciati fino ad Aversa. Perciocchè Braccio aveva ascoso alcune bande in un foltissimo bosco, il quale è fra il ponte di pietra del Glanio (48) e la via d'Aversa; le quali bande essendo uscite fuora, e avendo urtato per fianco, le prime squadre de' combattenti furono tolte in mezzo e rotte dagli altri. Ma Braccio, tosto che fu ritornato a Capua, fece morire Giannuccio uomo fortissimo, perchè pochi anni innanzi avendo ricevuto la paga, s'era partito senza licenza del suo campo.

CAP. XXXV Quante volte fu preso in battaglia e per agguato.
Solo una volta fu preso in battaglia, e due volte per inganno de' suoi nemici privati. Ma però con sì felice sorte, che da quella miseria, sempre riuscì più famoso e maggior di sè stesso. Perciocchè oltre gli onori e le ricchezze, le quali senza curarsene abbondantissimamente acquistò per l'innocenza e singolar valore suo, gli venne ancora (il che par cosa di gran diletto nella somma di tutta la vita) sempre con utile e ventura sua, che quasi tutti i nemici suoi, per ammirabile giudicio di Dio furon puniti.

CAP. XXXVI Della battaglia fatta a Casalecchio.
In quella singolare giornata, dove a Bologna, appresso il ponte del Reno, Bernardone francese capitan generale del papa, de' Fiorentini, e de' Bolognesi fu rotto a preso da Alberigo e dal Verme capitani di Giovanni Galeazzo, Sforza anch'egli venne in mano de' nemici. Perciocchè mentre che egli valorosissimamente combatteva, abbandonando Tartaglia il suo luogo, ed egli ritrovandosi nudo di difesa da' fianchi, Facino Cane capitano valentissimo lo urtò con uno squadrone serrato d'uomini d'arme con sì grande e improvvisa furia, che abbattutone molti, Sforza anch'egli feritogli il cavallo in una spalla fu gettato in terra, e cadendogli addosso in un medesimo tempo i vinti e i vincitori, restando quasi affogato, fu a gran pericolo della vita. Ma poi che per beneficio d'Alberigo uscì dal campo de' nemici, con animo grande si mise a confortar i soldati privati, i quali secondo il costume della guerra, spogliati d'armi e di cavalli erano licenziati, che sperassero bene, e che guidati da lui venissero a Fiorenza. Perciocchè i danni ricevuti gli sarebbero stati ristorati dalla cura e diligenza del Senato (49). E così passando a piedi l'Appennino, arrivando alla porta della città, così polveroso come egli era, se ne andò diritto in palazzo, menando seco più che trecento uomini valorosi. Dove giunto parlò di questo modo: Signori, noi altri vostri soldati, come si conveniva, abbiamo valorosamente combattuto per la dignità vostra e per l'onor della guerra, ma la fortuna insolentemente ha fatto ciò che ha voluto e potuto. Ma se noi siamo degni d'essere per vostra cortesia rimessi d'arme e di cavalli, noi faremo ogni sforzo, che voi non vi pentirete punto del giudizio vostro, e noi vi appariremo degni di maggiore stipendio. Piacque molto al Senato in quel pubblico dolor d'ognuno il vigore di quell'animo generoso e costante, e subito Sforza, avendo ricevuto di molti denari, e rifatte le bande, ottenne doppia condotta di cavalli.

CAP. XXXVII Come fu preso a tradimento.
Ora essendo egli oppresso dalla malignità e poco viril sorte d'insidie di Pandolfo Alopo (50), e posto in prigione nel Castelnuovo di Napoli, per quattro mesi continui, altra nuova non aspettò, se non di dovere esser morto per le mani del boja. Perciocchè di questo solo giudicava che si dovesse temere da uomini ribaldi ed effeminati, nei quali per la loro ignobil paura suole essere la crudeltà. Conciossiacosachè eglino per vizio di natura son usati, o di non prendere gli uomini forti e illustri, e specialmente innocenti, o per avventura quando essi li hanno presi siccome quelli che con l'ingiuria hanno alterato gli animi loro, di non lasciarli così senza cagione. Era l'Alopo di nobilissimo sangue, ma per splendore di bellezza, e per piacevolezza di costumi molto più chiaro, con le quali cose, sprezzato l'onore, aveva fatto impazzire la regina del suo amore. Perciocchè ella siccome quella che già gran tempo era vedova, mortole il marito, il quale era di casa d'Austria, duca di baviera, e privata poi del re Ladislao suo fratello troppo scopertamente e liberamente, come la stimolava la lussuria, attendeva agli amori; di modo che i Napoletani secondo il costume de' Greci, prontissimi all'adulazione, con reali onori riverivano l'Alopo, il quale era camerlingodel regno, come consorte dell'Imperio e arbitro di tutte le cose. Costui diffidandosi del primo luogo della grazia, il quale tanto è più sdruccioloso, quanto più s'accosta alla cima, aveva cominciato aver sospetto di Sforza come di rivale, perciocchè la regina, poichè s'eran poste da parte le consulte delle cose importanti, molto famigliarmente e amorevolmente scherzava con Sforza. Perciocchè tanta era la dignità della statura in questo uomo e la bellezza dell'aspetto, e lo ardir militare nel parlare, che facilmente pareva ch'egli potesse occupar l'animo della regina (51), ch'era sempre inclinato da natura alle lascive e agli amori: tanto che da questo costui, il quale era sì grande per la gloria sua e per le forza della milizia confermato dallo strettissimo nodo della grazia, s'usurpasse il nome, e di eccellente capitano, e alla fine di re. Onde per tradimento e invidia di Pandolfo, fu caricato Sforza di nuova sorte di calunnia, essendo stati subornati alcuni i quali dicevano, come egli andava attorno una certa fama, che Sforza era stato eletto innanzi a tutti gli altri per marito della regina, e ch'essendo oggimai mature le nozze, sarebbe stato chiamato re fra pochi giorni. A questo modo non avendo sospetto d'alcuna cosa tale Sforza, fu menato di sala in camera, e di là poi messo in prigione. ma mentre che la regina senza ordinargli altro male si stava, nè però feceva contrasto all'insolente atto dell'amator suo, avvenne appunto che nessuno fra tanti capitani, come aveva sperato l'Alopo, non si ribellò da Sforza, ma tutti gli Sforzeschi, essendo capo loro Lorenzo, si misero insieme alla città di Conza, con animo di voler passare con armi nemiche fino a Napoli, per vendicare l'ingiurie fatte al loro capitano. Molto opportunamente ancora in quel medesimo tempo venne la nuova, che Giulio Cesare di casa capuana s'era fatto signor di Capua, onde egli aveva origine, e che Cristoforo Gaetano s'era ribellato dalla regina, e che Jacopo Candola, il quale era capitan valoroso di guerra, aveva indotto gli Aquilani a ribellione. Perchè l'Alopo mosso dalla necessità di queste cose, non v'essendo alcuno, il qualenè meglio, nè più tosto di Sforza, potesse difendere la regina, castigare i ribelli, nè perseguitarli con l'arme, Sforza con molto onore di parole fu tratto di prigione: perch'egli dato gli ostaggi, e ricevuto di molti denari, subito prese la cura di maneggiare quella guerra, con questa condizione, ch'egli togliesse per moglie la Catella (52) sorella dell'Alopo, col quale parentado testimoniasse d'esser con sincera fede tornato in grazia coll'Alopo. Capo degli ostaggi fu Francesco suo figliuolo, il quale dappoi di valor d'animo e di felicità delle cose da lui fatte avanzò tutti i capitani di quel tempo (53).

CAP. XXXVIII In che modo fu preso a Benevento.
Un'altra volta con eguali insidie, ma con molto più grave pericolo e calamità vieppiù lunga, fu posto in prigione. Aveva la regina preso per marito Jacopo conte della Marca (54), francese, nato di sangue reale, senza alcuna altra più onesta cagione, se non per coprire l'infamia della disonestà sua con l'immagine del marito tolto, ma però con questa condizione, ch'egli a verun modo non si chiamasse re, ma solamente principe di Taranto. Aveva mandato la regina persone, che venendo egli di manfredonia a Napoli andassero a ricerverlo; e innanzi agli altri Sforza, il quale per la dignità, ch'egli aveva di contestabile avanzava tutti gli altri, e con lui Peretto di Savoja, e Cecolino Perugino, condottieri di cavalli, uomini i quali avevavno grandissima invidia alla gloria e grandezza di Sforza. Aveva la regina più d'una volta avvertito costoro, e comandato loro ancora che non salutassero Jacopo con altro nome, che principe. ma poi che furono giunti alla presenza sua, Sforza solo inchinando tutti gli altri con grande astuzia e subita perfidia, all'adulazione, obbedì ai comandamenti della regina, nè anco coll'esempio ch'egli aveva dinnanzi agli occhi fu possibile indurlo, ch'egli offendesse con quella scelleraggine la regina, nè che scordandosi a un tempo l'ufficio e la libertà sua sfacciatamente adulasse. E così gli antichi nemici di Sforza, come avevano congiurato fra loro, andarono a ritrovar Jacopo, e con inviadia molta, e gravemente gli dissero ogni male di Sforza, mischiando le cose vere colle false: e poi con promesse grandi v'aggiunsero, che s'egli voleva avere un'animo degno del nome reale, oltra i fatti, essi tutti avrebbero fatto ogni opera che con certissimo favore dei baroni, e che con favorevolissimo voler del popolo, nè però poi con sdegno della regina, gli sarebbe data la dignità della corona reale. Ma che innanzi ogni altra cosa pareva loro, che si dovesse liberar la regina da due insolentissimi ruffiani e ladroni, i quali arrogantemente s'avevavno usurpato il regno, e sottopostasi con pessimi artificj la regina, lo laceravano, e mettevano in ruina. E che questi erano l'Alopo e Sforza: ma che quello si sarebbe potuto poi facilmente levar via, mentre che prestamente avessero oppresso Sforza presente. A questo modo conchiuso il trattato, deliberarono ammazzarlo in cammino, per alcuni masnadieri avezzi agli omicidj, dei quali era capo Schiavetto di Schiavonia, quando egli nel guado del fiume Calore sprovveduto e disgiunto da' suoi pareva che facilmente si potesse ammazzare. Ma agli omicidi mancò poi l'animo per mettere ad esecuzione la morte di tanto uomo, quando avendolo veduto sopra un cavallo da guerra, il quale per la sicurezza di chi lo cavalcava, aveva nome Speranza, con uno squadron quadrato de' suoi soldati, e con minaccioso volto passare il fiume, ebbero paura di lui. Perciocchè questo uomo, acuto per certe congetture aveva compreso che in secreto da lui s'ordinavano alcune cose, e che si mettevano a ordine le squadre, e aveva anco osservato i volti pallidi in alcuni, i quali pareva, che con animi sospesi trattassero cose terribili e pericolose. Ma essendo egli uomo aperto e generoso non si poteva indurre a credere, che mai gli fosse tramato contra cosa alcuna così crudele, di maniera che non dubitò d'andare a trovar Jacopo nella rocca di Benevento. Quivi secondo che s'era dato ordine, mentre che Giulio Cesare con bruttissime parole, e con villanie l'accusava di tradimento, e all'incontro egli salito in collera, e mosso dal vituperio di quella calunnia, mentendolo come un tristo, lo sfidava a combattere in steccato, alla presenza di Jacopo: la cosa fu ridotta a tale, che Peretto e Cecolino, fingendo di far ciò per debito, li partirono, e presi li menarono in diverse camere. Ma Giulio Cesare subito fu lasciato, ed a Sforza furono messe incontamente le manette di ferro. E senza dimora fattosi un gran concorso, la casa di Sforza fu messa a sacco, e presi tre suoi figliuoli, e quasi tutti i suoi parenti messi in prigione, eccetto Santoparente, il quale ne principio del tumulto sospettando di cose tali, e opportunamente divinando, s'era per buona sorte fuggito.

CAP. XXXIX Come Jacopo di principe fu chiamato re e come Sforza salvossi.
Poi che fu preso Sforza, Jacopo se ne venne a Napoli, e avendogli dato il Castelnuovo un capitano d'Aversa, il quale dal contrario effetto ebbe nome Salvatore, se ne fece padrone, liberò Paolo Orsino, e ammazzando Pandolfo Alopo, bagnò le tavole delle nozze del suo sangue. E non molto dappoi fece la regina consorte del letto maritale, ma levatale l'autorità di tutto il governo, caricata di molte villanie, e severamente castigatala, la fece guardar da' Francesi, che elle non si fuggisse: usurpossi egli per sè i titoli reali, e donò a' Francesi gli onori, le dignità e i magistrati. In questo mezzo Sforza condotto nella rocca dell'isola di Megara, la quale si chiama Castel dell'Ovo, fu dato in mano a un certo Bernardo uomo barbaro, che lo cruciasse con acerbissimi tormenti: acciocchè cavatone i contrassegni al martorio, potessero riavere le castella, ch'eran tenute dagli Sforzeschi. Nè però, come prima avevano deliberato, fu fatto morire. Perciocchè essi avevano paura di tanti valentissimi capitani, e di tanti soldati vecchi, i quali con amore e affezione incredibile, e per molti beneficj e lunghissima pratica erano schiavi al nome Sforzesco, siccome quelli che si ricordavano, che l'anno innanzi poco felicemente s'era fatta la prova di questa cosa. Ora i soldati Sforzeschi fuggendo si rintanarono insieme al castello di Pietrafissa (55) in Basilicata: Micheletto e Lorenzo Attendoli e Santoparente corsero saccheggiando fin nei borghi e sulle porte di Napoli. Per questo Jacopo fu costretto far gente, colle quali Giulio Cesare e Cecolino ritenessero il nemico, e combattessero la città di Tricarico, la quale Ladislao, indotto dalla belle presenza del fanciullo, aveva donato a Francesco figliuolo di Sforza. Erano alla guardia di questa città Micheletto e Michelino Rabignano, il quale aveva preso per moglie Margherita sorella di Sforza, madre di Foschino e di Marco Attendoli, essendo rimasta vedova del primo marito. Costoro solleciti della salute di Sforza avevano opportunamente incominciato a trattare la tregua e l'accordo, e fattosi salvacondotto di potere andare di qua e di là, venuti dal campo de' nemici a Tricarico alcuni nobilissimi uomini, Antonello Puderico, Ruffo Gaetano e Agnolo Velliano castellano di castelnuovo. Contra costoro Margherita immitatrice della virtù del fratello, tutta armata dato di mano a uno spiedo mosse con molta furia, e minacciando loro d'una crudelissima sorte di morte, se non le rendevano il fratello sano e salvo, presili legittimamente li sostenne. Perciocchè essi avevano da domandar salvacondotto da lei, la quale aveva il governo e la signoria di Tricarico, e non da icheletto, nè da Michelino, i quali non avevano ragione alcuna in quella città. Questa prova virile impedì la certissima morte di Sforza; perciocchè fatto subito concorso dai parenti degli ambasciatori al re, facilmente s'ottenne da lui che fosse perdonato a Sforza.

CAP. XL Con quai condizioni Sorza fuggisse la morte.
Con queste condizioni s'accordarono le cose tra gli Sforzeschi e i Reali, che restituito Tricarico, e rimandati gli ambasciatori, i figliuoli di Sforza e tutti i parenti e i soldati fossero rilasciati, eccetto Francesco, il quale per conforto della passata calamità restava in più libera e più umana prigione col padre; che Lorenzo e Santoparente avessero condotta di mille cavalli appresso il re, e che Micheletto a suo piacere con Giovanni, Leone e Alessandro figliuoli di Sforza se n'andassero in Toscana; e che il re con giuramento promettesse, che non avrebbe poi fatto alcun male a Sforza; e che Margherita potesse stare nel regno di Napoli, dove ella volesse; e il medesimo fosse lecito ancora a Catella moglie di Sforza, la quale in così grande scompiglio era fuggita con Lisa sua figliastra alle monache di Santa Chiara. Fu concesso anco a Micheletto, che quando voleva potesse ire a vedere Sforza, e parlargli senza testimonj; ed egli poi, approvandolo e confortandolo a ciò Sforza, se n'andò con seicento cavalli a ritrovar Braccio, come amico vecchio, il quale difendeva le terre di Sforza in Toscana.

CAP. XLI Del castigo ch'ebbe Giulio Cesare, e della felicità di Sforza.
Essendosi pacificato il regno dalle correrie degli Sforeschi, Jacopo teneva nondimeno la regina in guardia, e con tanta insolenza governava il regno, ch'ogni cosa deferiva a' Francesi; e gli uomini Italiani gli erano talmente venuti a noja, che gli ributtava e sprezzava; e finalmente s'era scordato affatto degli illustri amici, i quali con gran ribalderia e pericolo gli avevano dato il nome reale. Da questa indegnità mosso Giulio Cesare, con animo superbo e precipitoso fece pensiero di vendicare e la pubblica e la privata villania. Perciocchè tre volte già era stato repulso, avendo egli cercato d'esser sostituito in luogo dell'Alopo, ch'era stato fatto morire, o di Sforza prigione, o finalmente da Peretto poco innanzi morto; perchè i Francesi occupavano ogni cosa, i quali giudicavano che tutti i grandissimi onori si dovessero a lro. I quali son questi per ordine, il maestro de' cavalieri, il prefetto della corte reale, e il prefetto dell'erario, i quali oggi con nuovo vocabolo si chiamano il contestabile, il siniscalco, e il camerlingo. Perchè Giulio Cesare mosso da collera, segretamente andò a trovar la regina, e si mise a pianger la ingiuria di lui, e le miserie comuni di tutti; alle quali confessò d'aver egli dato principio, ma ricevuta la fede le promise daddovero con animo così forte, come poi poco accorto, di voler mettere fine a tutte queste cose, pur ch'ella con sincera fede ricevesse nell'animo suo un consiglio degno del sangue reale e dello stato presente. Perciocchè le promise di voler ammazzare di sua mano il falso re, per liberare a un tempo la regina e la patria dalla tirannia de' barbari. Allora la regina ringraziandolo colle lagrime agli occhi, e porgendogli la mano gli diede la fede, ch'ella per quell'immortal beneficio gli sarebbe obbligata, se quel che con singolar desiderio s'aveva nell'animo concetto, fosse stato approvato da Dio, e dalla fortuna: ma che pure disponesse il cuore a questa impresa, e fra tre dì ritornasse a lei, acciocchè ogni cosa più accomodatamente, secondo il bisogno, si potesse ordinare e stabilire. Ma la crudel donna che non s'era scordata dell'ingiuria fresca, che essendone stato autore Giulio Cesare, non le poteva uscir di mente, la morte di Alopo, la cui memoria ricordava ella spesso con secreti pianti, e che Sforza tutor del regno e difensore della dignità reale, era stato crucciato co' tormenti, ed ella, privata del seggio reale, era data in guardia a barbari, rivolse l'animo alla vendetta e al tradimento, e riferì ogni cosa per ordine al marito, per mettere nell'animo di lui una fede d'amore incorrotto e di affezionatissima volontà, e con doppio tradimento assalir poi l'uo e l'altro con differenti insidie. Jacopo spaventato da quella novità di pericolo, nè però dando fede all'indizio della donna, poichè coperto dal padiglione udì che Giulio Cesare ordinando il tradimento nella camera della regina le prometteva di volerlo ammazzare, subito uscendo alcuni uomini armati, Giulio Cesare fu preso, ed essendogli poi tagliata la testa su la piazza, pagò la pena, degna del suo inquieto e instabile ingegno. A questo modo Jacopo obbligato per così singolare ufficio della moglie, più famigliarmente, e più spesso andava a veder la regina, e lalasciava, più liberamente dell'usato, passeggiar senza guardia per tutta la rocca (56).

CAP. XLII Della regina, quando fu preso il re, liberata.
Morto che fu Giulio Cesare, e per questa cagione ricevuta la regina nel letto maritale e a mangiare insieme, Jacopo non però pareva che s’avesse levato ogni sospetto dell’animo, perché la regina passeggiando non poteva metter il piè fuor della rocca, né farsi portare in nave. Lande due napoletani, uomini singolari per altezza d’animo presero la cura di trar fuora e liberar la regina, e di cacciar il re; questi furono Ottino Caracciolo, il quale fra i grandi aveva autorità, e ricchezze più che gli altri, e Anechino Mormile capo dei popolari. Erasi di quei giorni opportunamente partito Lordino francese, contestabile, e ito coll’esercito nel contado dell’Aquila, e tacevasi festa con pubblico convito e con danze in teatro. Furono a questa festa, per cagion d’onore, invitati i baroni francesi; ed essendo state menate a quel diporto tutte le nuove spose, e le più belle e più nobili matrone, senza difficoltà, ma nondimeno con grandi prieghi s’ottenne dal re, che la regina intervenisse a questi piacevolissimi e dilettevoli spettacoli. Ma poi che inclinando il dì verso la sera, fu posto fine alle danze, mentre che la regina ringraziava i cittadini, e fingeva di voler ritornare in Castelnuovo, Ottino e Anechino da destra e da sinistra la presero, e ristretti insieme con una valorosa squadra di giovani la menarono in rocca Capuana. Subito fu gridato il nome della regina: furono assaltati i Francesi, e cacciati per tutta la città, ributtati nella rocca. Il re, spaventato per paura al caso del non pensato pericolo, fece serrare le porte. D’altra parte i Napoletani si misero a circondar la rocca, e serrar tutti i passi, e porre al re l’assedio. Ondè egli per queste cose dibitando grandemente non pure della dignità, ma ancora della salute sua, spogliato d’ogni difesa di soldati, e privo in tutto di consiglio, si rese con questi patti, che per l’avvenire non si chiamasse più re, ma principe di Taranto, e che rimandasse in Francia tutti i Francesi, da quaranta in fuora, e che subito fosse tratto Sforza di prigione, e gli fossero restituite le terre toltegli per forza e, rinnovatogli l’antico onore, fosse creato contestabile (57).

CAP. XLIII Delle ingiurie punite per giudicio di Dio.
Senza alcun dubbio per grazia e dono di Dio, ebbe egli in tutto il tempo di sua vita quel piacere che pare il più onorato di gran lunga, e il maggiore di tutti gli altri, che egli vide vendicate le singolari ingiurie sue da coloro per lo più i quali erano amicissimi suoi. Perciocché facilmente avveniva, ch’essendo egli uomo pieno di molto candore, di fede e di bontà d’animo, e che non mai per aggiramenti, né per inganni, ma per via militare e aperta camminava al vero onore; era grandissimamente tradito da coloro i quali codardi, con arti cattive, e con perfidiosa simulazione sono di grande autorità nelle corti de’ principi, o sendogli di gran lunga inferiori di valor guerra, né luoghi segreti dell’animo erano da cieca invidia tormentati. Perciocché coloro non passarono senza la debita pena, la quale col piè zoppo ancora giunge i colpevoli a tempo.

CAP. XLIV Della morte dell’Alopo.
Pandolfo Alopo, il quale la regina Giovanna presa dell’amore di lui aveva fatto gran camerlengo, e datogli ricchezze grandi, e il maneggio di tutto il regno: e a cui postogli l’inore dietro le spalle era talmente schiava, che da uno effeminato e disonesto giovane lasciò mettere in prigione Sforza uomo fortissimo e innocente: fu veduto dai Napoletani sulla piazza col capo mozzo, e starvi tre dì senza esser sepolto, avendo il re Jacopo, il quale teneva anco allora Sforza in prigione, preso questo Alopo, e coltolo a dormire nel letto della regina (58)

CAP. XLV Della morte di Giulio Cesare, di Peretto e di Cecolino.
Il medesimo fine fecero Giulio Cesare captano, Peretto conte di Troja e Cecolino Perugino. Costoro avendo invidia alla virtù e grandezza di Sforza, non avendo egli sospetto d’alcuna cosa tale, lo presero in Benevento: avendo anco pensato due giorni innanzi ammazzarlo, e mandatovi alcuni che ciò facessero. Sforza dunque preso per la malignità e perfidia di costoro, e per la crudeltà del re esaminato al martorio, prima che fosse lasciato di prigione, intese come Giulio Cesare era stato ammazzato dal re di supplicio degno della sua perfidia: e che Peretto, il quale aspettava il medesimo, era morto anch’egli, ma non si seppe se per crudelissimo dolor di corpo, o pur di veleno. E non molto da poi Braccio nelle campagne d’Ascesi, avendogli vinto in una notabil battaglia, prese vivi Carlo Malatesta e Cecolino: e avendo per quella vittoria riacquistato la città di Perugina, lasciò che Carlo come nemico di guerra si riscotesse con molti denari, ma ben fece ammazzare in prigione Cecolino, come nemico particolare e valentissimo capitano della contraria parte.

CAP. XLVI Della calamità del re Jacopo.
Jacopo anch’egli, il quale aveva circondato la regina sua moglie, a uso di prigioniera, da una guardia di Francesi, e col male avventurato favore di Giulio Cesare e di Cecolino era stato chiamato re, appena regnò undici mesi. Perciocché per congiura d’alcuni nobilissimi cittadini, ridotto in possanza della regina, per la superbia e crudeltà sua, provò poi la pena del contraccambio. Ma finalmente impetrandogli ciò papa martino, essendo messo in più libera prigione, subito montato su un naviglio se ne fuggì a Taranto, ma con tal successo di fortuna, che di là combattuto da Maria Bancia moglie del re Ladislao, vituperosamente fu cacciato. Provò poi ancora cacciato d’Italia l’ira di Dio, portato da rabbiosissimi venti nell’isola della Cefalonia, e finalmente con lungo e vario errore condotto in Francia. Perciocché essendo le sue cose poste in disperazione, per coprire l’infamia e la calamità sua col voto della religione, si rese monaco, e così questo uomo, insopportabile per crudeltà e per superbia, oscuramente finì la sua vita tra’ frati (59).

CAP. XLVII Della morte di Sergiano gran siniscalco.
Fu ancora perpetuamente nemico a Sforza Sergiano Caracciolo, il quale essendo favorito della regina, era venuto al colmo di tanta grazia e grandezza, che d’autorità e di ricchezze s’agguagliava al re Alfonso adottato da lei per figliuolo. Essendo costui stato preso dal re, il quale si sforzava di liberare il nome della regina sua da tanti vituperj di disonestà, Sforza l’aveva riscosso: di modo che per amor suo, desiderando soprattutto, e procurando ciò la regina con molto grave cambio, lasciò andare dodici illustri Catalani, i quali, avendo rotto il re, aveva presi. Ma ancora che egli fosse obbligato per sì gran beneficio, non però nell’avvenire mutò punto della natura sua, sì che con pessimi artifici non tentasse ognora, come suo capitalissimo nemico, la rovina di Sforza. Finalmente alcuni uomini illustri, i quali non potevano sopportare questo tal mostro, per provvedere all’onore della regina, essendo egli una notte in rocca Capuana, e chiamatolo fuor della camera, lo tagliarono a pezzi. Giacque il suo corpo mezzo morto nella via pubblica, con tanto scherno della fortuna, che la regina non ne fè pur parola, i parenti non tolsero a vendicar la morte di così grand’uomo, e il magistrato ancora passò quel fatto con mirabil silenzio (60).

CAP. XLVIII Della vituperosa morte di Nicolò Orsino.
Nicolò Orsino ancora figliuol di Bertoldo, dal quale ho detto che nella battaglia di Viterbo Sforza era stato abbandonato e tradito, come Braccio medesimo dopo alquanti anni a Cajanello in parlamento sinceramente fece testimonio, con vituperosa morte portò la pena di quella scelleraggine. Perciocché attendendo egli in Soana, terra del contado di Siena, del suo stato, a tentare insolentemente l’onestà delle donne contadine, fattosi radunanza d’una famiglia, la quale aveva congiurato contra il tiranno, morì passato crudelissimamente dallo spiedo, e dalle mani d’un ben corrucciato aratore.

CAP. XLIX Di Paolo Orsino morto per insidie di Braccio.
Avendo anco rotto l’amicizia antica con Paolo Orsino capitan valoroso, mantenne così grandemente l’odio seco; che tirarono la collera e l’odio fra loro fino allo sfidarsi a singolar battaglia. Ma questa impresa fu distornata da papa Giovanni, che già fu Baldassar Cossa, il quale andando allora la prima volta da Bologna a Roma, Sforza, ch’era scritto al suo soldo, ve l’aveva accompagnato, e aveva fatto mostra in quella pompa per mezzo Roma d’alcune ornatissime bande di cavalli e squadre di fanteria di soldati vecchi, avendogli di ciò invidia Paolo, il quale essendo molto grande per le aderenze e per le forza della fazione Orsina, non poteva sopportare che nessuno gli fosse eguale di potenza e di dignità, e desiderava in ogni modo di regnar solo in Roma. Perciocché egli era valoroso in guerra, ma ambizioso, insolente, sanguinoso, e infame per leggerezza di cervello, e per esser più volte vituperosamente passato da una parte all’altra. Ingegnandosi egli dunque di levare dall’amicizia del papa Sforza da lui con diverse ingiurie stimolato, e cacciato da Roma; perché cacciato lui, pareva che non vi restasse più alcuno il qual potesse raffrenare la licenza e l’ardimento di lui, fece ogni sforzo suo, che Sforza sollecito della salute sua, cacciato per forza, e con ingiurie s’uscisse di Roma e s’accampasse nella selva dell’Aglio; né fu possibile indurlo a voler ritornare, benché il papa avendogli mandato il cardinale di Sant’Agnolo, amico suo vecchio, a nome comune promettesse la fede per Paolo. Perciocché gli rispose, che egli non era per fidare la salute sua alla bestialità di quell’uomo, il quale, essendo già alla presenza di papa Gregorio, non aveva dubitato ammazzar di sua mano il Mostarda valentissimo capitano, e dal non aver avuto castigo alcuno di quella inusitata ribalderia, faceva mostra poi dell’animo suo incrudelito ne’ minori omicidj per spaventar gli uomini. Congiunsesi poi Sforza col re Ladislao, col quale poco dappoi v’andò Paolo, anch’egli avendo tradito la città di Roma, la quale poco dianzi con singolar lode aveva difeso. Ma essendo egli poi stato accusato di tradimento nella guerra dell’Umbria, e per questo sostenuto in prigione a Napoli per farlo morire, tolto via Ladislao d’immatura morte, fu liberato dal pericolo. Ma a fine ch’egli pur pagasse le fatali e meritate pene, la fortuna lo trasse finalmente di prigione con questo patto, di farlo incontrare in Braccio, il quale, mentre che Sforza era tenuto in ceppi, avendolo ritrovato a passeggiare a Monte Fiore, fuor della porta della terra, lo ammazzò, servendolo a ciò fare il Tartaglia e Lodovico Colonna. Dicesi che Sforza avuto la nuova della morte di costui messo in speranza di libertà, ebbe a dire ad alta voce: Iddio adunque caverà tosto me, che sono innocente, di queste catene, il quale, come giustissimo giudice che egli è, ha così tosto dato fine della vita degno di lui a questo crudele e pessimo di tutti gli altri uomini.

CAP. L Del supplicio d’Armalerio traditore.
Ancora ritrovò, ch’Armalerio d’Ascoli, al quale aveva concesso, contra l’usanza antica, che a un medesimo tempo guidasse una banda di cavalli, e compagnie di fanteria, solo fra tanti soldati, s’era scordato del beneficio ricevuto, e con gran tradimento alterato. Perciocché essendo il suo capitano posto in prigione a Napoli, e avendo egli mutato la fede insieme con la fortuna, propose in vendita a Braccio, e tradì la città d’Orbito (61) inespugnabile per natural fortezza. Ma non molto tempo Armalerio si godè quell’oro vituperosamente acquistato. Perciocché essendosi egli portato da nemico, e con accumulata perfidia, nel suo fallace ingegno maneggiando disegni di nuovo tradimento, il Vitellesco patriarca di Coneto lo fe’ impiccar per la gola.

CAP. LI Dell’infelicità della parte Braccesca, e buona sorte della Sforzesca.
Con questo giudicio ancora dell’immortale Iddio, si aggiunse questo al cumulo della felicità, ch’ancora dopo ch’egli fu morto, pare che non passasse punto della giusta vendetta. Perciocché Francesco suo figliuolo raccolse in modo la virtù del padre, le forze, e il favor de’ soldati, che molto dappoi in più d’una battaglia ruppe Braccio, e successivamente i capitani della parte di lui. Perché di là a non molti anni colla grandezza e felicità de’ suoi fatti ruppe talmente e spense non pure le forze di Nicolò Picinino, ma la possanza de’ suoi figliuoli, i quali contendevano seco per emulazion di virtù, che difficilmente si ritrovava alcuno erede del sangue Braccesco, il quale mantenesse la dignità dell’origine e il nome della fama invecchiata.

CAP. LII Della ferita ch’egli ebbe a Viterbo.
Nella battaglia di Viterbo ricevette una gravissima ferita dietro alla collottola: avendogli Brancolino conte, essendogli discacciato l’elmetto, cacciato la punta della lancia fino alla gola. Né mai fu possibile levarlo della battaglia, ancora che gli uscisse di molto sangue, finchè da Santoparente corrucciato e gridandogli, non fu per la briglia del cavallo volto addietro. Perché egli era talmente infiammato d’ira e di dolore che desideroso di vendetta, con una certa pazza bestialità spesse volte ardiva passare con pochi nel mezzo de’ nemici e arrivare fin dove erano l’insegne.

CAP. LIII De’ pericoli ch’egli ebbe nell’assalto di Capitone.
Quasi colla medesima ostinazion d’animo, quando per vendicarsi delle ingiurie, a instanza di Papa Martino perseguitava Braccio nell’Umbria, nell’assalto della terra di Capitone (62) fu a un estremo pericolo di vita. Era difesa animosamente la terra da’ Bracceschi, talmente che gli Sforzeschi avendo quattro volte rinfrescato la battaglia, e sempre riuscitogli vani i disegni, ricevuto di molte ferite, andavano più lenti alle mura. Perché Sforza con animo altiero e sdegnoso, non potendo sopportar che si facesse quella vergogna alla sua presenza, preso una scala di sua mano, l’appoggiò alle mura e salì. Né mancarono i nemici che contra di lui, il quale col suo valoroso esempio infiammava i soldati, non scagliassero gravi pesi di travi e macine da molino, tal che rotte le scale, con terribil danno precipitati, furono distesi per tutta la fossa. Cadde Sforza gettato giù quasi dalla cima del muro, di maniera che con molti rimedi appena dopo lo spazio d’un’ora rinvenne in sé stesso. Non fu però per questo caso restata la battaglia, anzi ella si rifece più aspra; perché con inusitato ardore de’ soldati Sforzeschi, presa la corona del muro, fu saccheggiata la terra e presi i capitani Bracceschi quasi sugli occhi di Braccio, il quale veniva con molta gente per dargli soccorso. Tra i prigioni vi furono alcuni i quali riuscirono poi capitani famosissimi, Brancolino conte, quel ch’io v’ho detto che ferì Sforza a Viterbo e Gattamelata da Narni, la cui statua a cavallo di bronzo oggi si vede posta a Padova dal Senato Veneziano (63).

CAP. LIV Del pericolo della vita ch’egli ebbe in Roma.
Trovassi anco un’altra volta in maggior pericolo della vita, quando in mezzo della città di Roma, continuandosi per tre giorni una sanguinosa battaglia, combattevasi contra gli Orsini, essendogli all’incontro Colonnesi e Savelli, dei quali era capitano Sforza. Perciocché non lungi dalla chiesa della Minerva, dove si va all’arco Emiliano, fu da una finestra con un gran sasso ferito in un braccio, con così gran dolore e fiaccatogli i nervi, e venutogli la vertigine agli occhi, che quasi morto cadde da cavallo, e fu da’ nemici e da’ suoi parimente calpesto gravemente. Ma non essendo punto vinto dal dolore, si rizzò valorosamente sulle ginocchia, e colla man sinistra prese la staffa d’un cavaliere che gli era vicino; era costui Lorenzo Romano, detto per sopranome il Sorda, il quale ferendo colla mazza di ferro quanti ne incontrava, per soccorrerlo, rompendo e sbaragliando i nemici, aveva menato un bravo cavallo a Sforza, confortandolo e avvertendolo che alzasse la visiera dell’elmo, e si lasciasse tirar dalle forze del cavallo; e così preso per la visiera e appoggiatosi sulla staffa, tirandolo il Sordo, a gran fatica arrivò in un luogo sicuro, salvato e sanato veramente con miracolo grande. Conciossiacosachè per più di quaranta giorni non sentì, né si puotè valer del braccio, né della man destra.

CAP. LV Delle insidie da lui valorosamente schivate al fiume Calore.
Tre volte si ritrovò per insidie in gran pericolo della vita: la prima volta al fiume Calore, appresso Benevento, il giorno innanzi che egli fosse preso dal re Jacopo e dai congiurati. Perciocché mentre che egli tentava il guado del corrente e stava discosto da’ suoi, alcuni cavalli a ciò deputati, subito messo mano alle spade e spingendo i cavalli avevano deliberato di fargli villania. Ma egli benché di ciò non avesse alcun sospetto, avendo nondimeno veduto che senza sua saputa s’erano ordinate alcune cose con più tumulto che non suole avere una squadra pacifica e senza paura de’ nemici, con tanto vigor d’animo raccolse le sue genti sotto l’insegna e coll’elmo in testa montò sopra un bravo cavallo, ch’egli soleva usare in battaglia, che i congiurati, soprapresi da un subito spavento, furono talmente impauriti dal terribile aspetto di lui, il quale stava provvisto, che non ardirono metter pur mano all’armi.

CAP. LVI Delle insidie vinte da lui con astuzia al fiume Sarno.
Sergiano Caracciolo, che fu poi memorabile per lo suo vituperoso fine della vita, temendo con molta ansia de’ rivali, e per questo avendo mandato Urbano Aurilia, il quale si confaceva col genio della regina sotto specie d’onore, ambasciatore al concilio di Costanza (64), s’ingegnò colla medesima astuzia di levare anco Sforza: avendo finalmente ottenuto dalla regina ch’egli fosse mandato in Calabria contra i baroni di casa Sanseverina. Perciocché i Sanseverini s’erano partiti dall’antica ubbidienza, ma non s’erano però ribellati. Per questo aveva pensato Sergiano che Sforza poco felicemente avrebbe in ciò servito la regina, e che i Sanseverini ingiuriati da lui gravemente avrebbero turbati i rispetti del parentado e dell’amicizia. Ma Sforza avendo sanato gli animi dei Sanseverini piuttosto con la sua grande autorità, che con la paura di guerra, sì prestamente finì quella impresa, che nel ritorno suo Sergiano in più d’un luogo gli tese gli agguati. Perciocché nello Abruzzo gli furono presi i passi, tolte le vettovaglie, e d’intorno a Salerno sollevati i contadini, i quali tagliandogli le strade assalissero i soldati Sforzeschi, fu messo finalmente alla Scaffata al ponte del fiume Sarno un capitano di campagna, il quale passando lo assaltasse e ammazzasse. Ma ciò riseppe Sforza, perché fatto fermare le sue genti alla terra d’Ancaria, messosi indosso una sopravesta logora e vecchia, e armato di zagaglia e con l’elmo in testa, somigliando un famiglio da stalla ingannò quei che lo volevano ammazzare. Perciocché, portando egli su la groppa del cavallo un sasso con la striglia e avendo il vaglio all’arcione, che avrebbe mai pensato che fosse stato un capitano di sì gran nome?

CAP. LVII Del pericolo ch’egli passò facilmente a Gaeta con picciol caso.
Con poco spazio di tempo ancora e con gran beneficio della fortuna, che gli ebbe rispetto, schivò l’insidie del re Alfonso. Era venuto Sforza a trovar la regina, essendosi ella ritirata con Sergiano a Gaeta, per l’autunno grave di Napoli, dove il re Alfonso anch’egli nella riviera di Gaeta, tra fontane e boschi d’aranci, si stava per fuggire il caldo, per ragionare con ambidue, dopo reso Acerra, delle paghe e del possesso delle terre, quando subitamente entrò nell’animo del re un crudel desiderio di tor’ la vita a Sforza. Perciocché gli pareva che costui solo terribile per virtù d’animo e per esperienza di guerra lo potesse impedire, quando egli con animo ambizioso avesse voluto allargare le sue speranze e scopertamente occupare il regno. Ma essendo Sforza circondato sempre da grande e quasi che real compagnia e da molti valorosi capitani, non gli pareva che potesse esser preso senza dubbioso pericolo. Pensossi dunque il malizioso re uno inganno, avendo invitato Sforza che per cagion d’onore non gli fosse grave montar seco sulla galea per incontrare il Legato del papa. Era costui il cardinal Fonseca, il quale era mandato a lui da papa Martino. Perché Sforza senza sospetto alcuno montò insieme con lui, assicurato della perfidia de’ Catalani: siccome quello, che con aperta fiducia d’animo nobile, giudicava che l’innocenza sua non dovesse temer di cosa alcuna. Erano già apparecchiati ceppi e il capestro secondo il costume di quella nazione e il sacco nel qual messo aveva da essere annegato in mare: quando avendo passato piuttosto dell’opinione d’ognuno quel monte dove si vede di lontano il meraviglioso sepolcro di Planco, dalla riviera di spelonca giunse alla vista loro la galea del Legato. Allora Alfonso, il quale sulla poppa s’aveva fatto chiamare i ministri della ribalderia, levò l’animo suo da quello scellerato pensiero alla solita umanità: per non conturbare l’allegrezza dell’uomo sacro che ne veniva e le cerimonie del pubblico officio con la crudeltà di sì gran delitto. E così Sforza salvato per beneficio di Dio se ne ritornò a’ suoi: avendolo già tutti gli Sforzeschi con verissime lagrime pianto come morto.

CAP. LVIII Della temprata liberalità e astinenza sua, e del dispregio de’ denari.
Tenne la via di mezzo nell’usare la liberalità, colla quale virtù facilmente si possono coprire i vizj grandi, ancor che di ciò diversamente si ragionasse; usando egli nel donare e nel distribuire una considerata e provvida cortesia: quasi che non convenisse a un capitano, il quale sempre aspira a’ governi grandi usare un diligente rispetto, parendo che a un soldato sia migliore l’improvviso e il presto. Ma egli sprezzò ben sempre le ricchezze con così liberal giudicio, che sempre levava gli occhi dall’aspetto delle monete coniate, vituperando coloro i quali pigliavano diletto di quel crudele e velenoso spettacolo. Pareggiava le spese che faceva coll’entrate delle castella e cogli stipendi per non fallire, come e’ diceva, senza proposito alcuno. Rare volte sprezzò i creditori, e non gli ingannò mai: perciocch’era di parere, che l’opinione della roba e delle ricchezze stesse piuttosto nella fede e nella riputazion salva, che ne’ denari contanti. Perché non vi fu alcuno in quel tempo quando era il bisogno né più ricco né più all’ordine di lui. Conciossiacosachè era aiutato ancora e scarico dagli interessi gravi per il singolar amore che gli portavano tutti i banchieri. Siccome gli avvenne allora, quando avendo perduto a Viterbo più di mille cavalli, si ritrovò a un gran bisogno di denari, perciocché gli amici e affezionati suoi lo provvidero a gara sui banchi di Roma sotto una polizza sola trenta mila ducati d’oro. Tacevasi beffe di molti, in questo di Braccio ancora, il quale alcuna volta voleva piuttosto rubare e assassinare l’altrui che pagare i suoi debiti, per obbligarsi gli animi dei soldati con una improvvisa e inconsiderata liberalità. Perciocché la sua special cura fu sempre di difendere i lavoratori e i contadini dall’avarizia de’ soldati, conservare gli ospiti, e messovi una grave e inesorabil pena, raffrenare la licenza militare alle stanze e in campo; e finalmente rallegrarsi più delle città arrese e conservate, che di vederle combattute e disfatte. Talmente che Braccio essendo venuto a parlamento seco nella selva, il quale fu l’ultimo ad ambidue, poi ch’ebbero gravissimamente discorso di molte cose, li dimandò: a che fine si dilettava egli tanto d’acqustarsi lode di severità e d’astinenza, parendogli che ciò fosse tutto lontano da tutto il proposito del militar consiglio, perciocché egli era di parere, che fosse di bisogno acquistarsi il favor de’ soldati ancor con ingiuria del genere umano, se pure essi volevano arrivare a’ stati e ricchezze grandi, siccome dall’umil luogo della fortuna loro avevano felicemente già disegnato. Dicesi che Sforza a quelle parole rispose in questo modo: che non è cosa alcuna, la qual più piaccia a Dio che l’equità e la giustizia: e con questa più che con altra cosa, le ricchezze acquistate in guerra, poste dappoi giù l’armi, con singolar gloria si stabilivano.

CAP. LIX Di due sue concubine.
Essendo egli al soldo di Perugini, appresso i quali Biordo e Cecolino fratelli, avendo ammazzato Pandolfo Baglione capo della nobiltà, avevano indotto lo stato popolare, ed essendo andato alle stanze alla terra di Martiano (65), s’innamorò d’una fanciulla molto nobile, la quale si chiamava Lucia Terzana, di maniera che avendola trattenuta con servigi amatorj e speranza delle nozze, se la teneva e trattava in luogo di giusta moglie. Dalla felicissima fecondità di costei ebbe egli una fortunata razza di capitani e principi grandissimi. Ma dopo alquanti anni non essendo egli più suo pari, avendosi oltra le tante ricchezze acquistato fama di grandissimo valore, dandole una ricca dote la diede per moglie a Lodovico Fogliano, conciossiacosache maneggiando egli nell’animo suo grande grandissime speranze d’acquistarsi stato, la necessità dei tempi lo aveva opportunamente indotto a tor’ moglie. Di costei nacque poi Corrado, il quale fece valoroso e fedel servizio in molte guerre a Francesco Sforza suo fratello uterino. Amò egli dappoi la Tamia, che fu bellissima donna, la quale aveva origine da Cagli città dell’umbria, appresso la via Flaminia, della quale ebbe in Acquapendente, in Toscana, una leggiadrissima figliuola, chiamata Onestina.

CAP. LX D’Antonia Salimbeni sua moglie.
Fu di tal modo desideroso di tor’ moglie, che non pareva punto che di proprio volere entrasse al giogo maritale, perciocché avendo egli tanti figliuoli che gli erano assai rispetto allo stao, nel quale egli era allora, altro più non desiderava se non con certa e legittima ragione acquistate stanze, stabilirsi in alcun luogo l’armi mercenarie ed erranti in sicuri ricetti. Per questo tolse per moglie Atonia Salimbeni donna d’antichissimo sangue in Siena. Aveva ella avuto per marito Francesco Casali signore di Cortona, il quale poco dianzi era stato morto per una congiura de’ contadini (66). Onde a lei degli ornamenti donneschi era toccata una preziosa masserizia e quattro castella in dote. Monte Giove con Monte Negro, e Ripa, e Bagno vicino all’acque di Chiusi. V’aggiunse anco Chiusi città d’antichissima chiarezza, Cocco Salimbeni fratello dell’Antonia, il quale era già stato cacciato da Siena sua patria, regnando quivi la fazione de’ popolari. Perciocché desiderando egli difendere e stabilire lo stao e la riputazion sua coll’appoggio del nuovo parentado, gli era paruto ben fatto di preporre specialmente Sforza fra i molti che vagheggiavano la sorella, siccome uomo valoroso in guerra, ai ricchi e disarmati. E con questo pensiero trasferì ancora la signoria di Chiusi in Sforza, avendo fatto fare di ciò un solenne contratto, acciocché i Senesi volendo riavere quella città e contado per antica ragione si trovassero all’incontro uno animoso e armato difensore. Da questa Atonia ebbe egli un solo legittimo figliuolo, del nobil sangue materno, al quale Sforza pose nome Buoso per rinnovare in casa sua la memoria di Buoso Attendolo suo cugino valorosissimo condottier di cavalli, il quale egli aveva perduto a Spoleti. Questo buoso quasi eguale di virtù d’animo e d’imprese di guerra a Francesco suo fratello, prima che costui favorendogli la fortuna, colla virtù e coll’armi s’acquistasse lo stato di Milano, prese per moglie Chriseide Aldobrandesca, figliuola del conte di Santafiore, illustre per chiarezza di sangue, e per ricchezza di dote: siccome quella che aveva per eredità sette castella, non lungi da Porseno, chiamato così da Porsena re de’ Toscani, e il suo legnaggio, per testimonio di Dante poeta, derivava dall’altissima origine dell’etrusco sangue reale (67). Il nome dunque che fu nell’arcavolo vostro, meritatamente veggiamo rinovato per memoria di lui in Buoso padre vostro. Ma voi avete ricevuto il nome di Guido, che era stato del bisavolo vostro, il qual nome anch’egli con simile e usata ragione aveva derivato dall’avolo suo materno