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La Battaglia di Marignano, uomini e tempi delle calate dei francesi sul ducato di Milano
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Il ballo del Corpus Domini
E il nostro arcivescovo Estense intanto continua ad accumular benefici; quando giunge a morte ne conta oltre una diecina fra vescovadi ed abbazie, oltre i minori. A Milano viene di rado, solo in occasione di grandi eventi, comunque immancabilmente a carnevale per divertirsi tra feste, banchetti e balli mascherati.
Racconta il Prato che la festa del Corpus Domini del 1507 si fece gran cerimonia in duomo, dove, alla presenza del Re Luigi XII, cantò Messa il cardinale di Rohan assistito da altri sei cardinali, fra cui Ippolito dEste. Poi alla sera gran ballo a corte: Isabella dEste ballò col Re "et li cardinali che intervennero al bancheto furono constreti da quella ad balare et si stete cum gran spasso et recreatione".
Alla morte di Alessandro VI Borgia Ippolito dEste non riesce ad arrivare in tempo al conclave perché "si è roto et schavezata una gamba in viazo". Giunge però un mese dopo per il conclave successivo, dal quale esce Papa Giulio II; quando questi nel 1512 gli intima di presentarsi a Roma (Ippolito ha i panni sporchi perché è firmatario del manifesto di convocazione dello scismatico concilio di Pisa), si rompe unaltra gamba.
In realtà non se lera rotta: si trattava solamente di non disobbedire allordine del Papa e nello stesso tempo di evitare il pericolo di andarglisi a consegnare e finire in castel S.Angelo come qualche altro porporato del concilio. Perciò giunto a Firenze finse di essergli caduto addosso il cavallo, si fece fasciare la gamba e collocare in lettiga con la quale ritornò a Ferrara, e là rimase a letto tranquillo nelle mani di un chirurgo confidente.
La scostumatezza dellarcivescovo di Milano era accompagnata anche da una discreta ferocia, se dobbiamo credere al racconto del Guicciardini, di come infierì contro Giulio dEste suo fratel naturale (1).
Ippolito I venne a morte il 3 di settembre dellanno 1520, per nulla compianto dalle pecorelle del suo gregge; lanno prima aveva già rinunciato alla sede di Milano in favore del nipote Ippolito II, decenne.
Ad un altro ragazzetto si affidavano le sorti della chiesa milanese, la cui decadenza è legata per cinquantanni ai nomi dei due cardinali di casa dEste; il grande rivolgimento riformatore del Concilio Tridentino, e soprattutto la luce di santità e la grandezza dei due Borromei, riporteranno la chiesa ambrosiana, a cavallo del cinque e del seicento alla sua purezza ed al suo originario primato.
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"Essendo Ippolito da Este cardinale innamorato ardentemente d'una giovane sua congiunta (Angela Borgia parente di Lucrezia), la quale con non minore ardore amava don Giulio fratel naturale di Ippolito, et confessando ella medesima ad Ippolito tirarla sopra tutte l'altre cose a sì caldo amore, la bellezza degli occhi di don Giulio, il cardinale infuriato, aspettato il tempo commodo, che Giulio fosse a caccia fuora della città, lo circondò in campagna, et fattolo scendere da cavallo gli fece da alcuni suoi staffieri, bastandogli l'animo a star presente a tanta scelleratezza, cavare gli occhi, come concorrenti del suo amore..." (Guicciardini, libro VI).
E' curioso conoscere come finì i suoi giorni in età immatura per una volgare indigestione il cardinale Ippolito d'Este, questa "generosa Erculea prode - ornamento e splendor del secolo nostro" come lo chiamò l'Ariosto dedicandogli il suo immortale poema.
Era il dì di San Lorenzo del 1520 ed il cardinale andò a desinare in una certa sua terra a quattro miglia da Ferrara, dove si celebrava la festa del santo, e si ballò a palazzo con grande sua soddisfazione; ma la notte stette male, sicchè rientrò a Ferrara e quindi si trasferì a Castel Nuovo sul Po.
Essendo di venerdì "e dimandato al Piscalco che cosa vi fosse di pesce, perchè non voleva mangiar carne, gli fece vedere delle orate venute la notte da Comacchio e delli pescetti vivi presi alloa in Po, che sì gli piacquero, che non volle, ancorchè il giovane astante per medico lo dissuadesse, mangiar carne. Si pose a tavola e volle di quelli pesci e della Vernaccia; gli venne poi anche voglia di gamberi e ne volle arrostiti sulle bragie e ne mangiò con licenza di maestro Lodovico Bonacciolo suo medico; e questo mangiar fece per bever meglio, come fece; ma poi nel digerire verso sera cominciò a travagliare..."
In conclusione continuò a star male nonostante che l'intero collegio medico della città si fosse trasferito intorno al suo letto con a capo l'eccellente Manardo che gli teneva il polso "e altre previsioni per vacuarlo furono fatte fuor di tempo e niente giovarono". Il risultato fu che "non vacuato" rendette la sua bell'anima a Dio pieno come un otre, col singolar conforto di avere davanti a sè uno sciame di medici. (Vita del Cardinale Ippolito d'Este scritta da un anonimo - Milano. 1843, pag.184, da Mantova)
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| Ferrara - Il Castello Estense |
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Ludovico Ariosto
Disegno di Tiziano riprodotto nel frontespizio dell'edizione 1532 dell'Orlando Furioso |
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