Le Messe dello Spirito Santo
"Et dil Genaro il giorno quarto (1512), il cardinale Santa Croce cantò nel Domo la sua Messa, et il Cardinale Samalò, Francese, recitò lepistola, et il Cardinale Sanseverino levangelio; et ultra a costoro eranovi altri dui cardinali, et vintisette tra Vescovi et Abbati i quali tennero una pubblica concione contro papa Giulio apponendo a Sua Sanctità defecti assai. Li quali io, per aver poco inchiostro, non mi curo di raccontare" (Prato). E evidente il disordine e lo sconcerto generale nella città e nel ducato, oltre che per il conflitto politico, anche per quello religioso.
E allora si fa cantare "una bella Messa de Spirito Santo", per pregare Iddio, per ingraziarsi chi arriva, per mandare a farsi benedire chi parte, perché il Cielo tenga tutti un po buoni, un po cheti dallopprimere e taglieggiare questo povero popolo di Milano. Chissà poi come poteva fare lo Spirito Santo ad accontentarli tutti!
Ed a consigliar le dubbiose e sbandate pecorelle, dovera il pastore della chiesa milanese? Ahimè! Se andiamo a leggere la storia ecclesiastica di quel tempo, troviamo delle pagine amene e delle figure spassose che merita di porre in luce per illustrare ancor più i tempi e gli eventi che ci accingiamo a descrivere.
Era arcivescovo di Milano dal 1497 il cardinale Ippolito I dEste, fresco dei suoi diciotto anni (gli avevano data la porpora a 14, e fino dalla tenera età era abate, poi arcivescovo di Stringonia in Ungheria). Evidentemente la politica degli imparentamenti non aveva più freni, ed i Papi dellepoca, i più grandi fra i nepotisti, erano troppo compromessi per negare concessioni anche così azzardate ed insensate.
Il nostro cardinalino, poco o punto dotto nelle discipline ecclesiastiche, più o meno che nelle lettere, sintendeva invece di arte militare, di musica, di danza, e quel che più conta, portava con sé il gusto ed il lusso della corte principesca di Ferrara, una delle più raffinate del Rinascimento, ed una gran voglia di divertirsi.
Ma tutto questo era il portato dei tempi; il clero secolare, in tutti gli ordini della gerarchia, non faceva che andare alla caccia di canonicati e prebende: non risiedeva il vescovo in diocesi? Tanto meno risiedevano i prevosti ed i parroci nelle cure danime, dove mantenevano dei cappellani mercenari con stipendi da fame, i quali tiravano a campare trascurando le funzioni religiose.
Gli ordini monastici per non essere da meno, allombra delle mura dei conventi, conducevano un genere di vita molto discutibile e talora non edificante. Le pie suore del monastero di San Vincenzo, per una certo puntiglio, stettero un anno e mezzo senza confessarsi e comunicarsi, mentre quelle di Rancate, agli ordini di una tal donna Paola badessa, avevano trasformato il convento in una casa di malaffare.
I frati vogliono mettere mano a riformar le monache: i preti secolari avanzano loro questo privilegio; il duca di Milano ed il Senato si sostituiscono al mancante arcivescovo nel chiedere e proporre provvedimenti, mentre tra il lusco e il brusco "qualche frate intraprendente fugge con la disinvolta monachella!".
"In mezzo a questo malessere il popolo si arrangiava per suo conto a salvare lanima": nascono nuove confraternite laiche, fioriscono particolari divozioni religiose, si va avidamente a caccia di indulgenze plenarie, e quando si avverte allorizzonte qualche cataclisma politico o militare, tutta la città sollecita una bella e solenne "Messa de Spirito Santo", con tanto di processione e sparo di schioppetti ed archibugi, e grida e rumori tali da coprire i canti dei preti e dei frati.
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